Referendum giustizia divide profondamente avvocatura tra vertici e base professionale
i Professionisti votano No mentre leadership spinge il Sì: frattura interna, tensioni istituzionali e richiesta di dialogo per riforme condivise e sostenibili.
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Il referendum sulla giustizia ha visto in larga parte i rappresentanti dei vertici della avvocatura schierati per il sì, mentre l’Osservatorio delle libere professioni n. 3/2026 ci dice che il 53,6% dei professionisti, e quindi anche degli avvocati, ha votato per il NO.
In particolare, il 59,3% per le professioniste donne e il 49% per i professionisti maschi.
Anche in questo le professioniste donne sono più lungimiranti.
La Costituzione non si cambia a colpi di piccone, auto-inibendosi ogni ricerca di un terreno minimo di condivisione con l’opposizione in Parlamento e nel Paese.
«Qui si vede la differenza tra una democrazia e un’autocrazia, che agisce sull’impulso di una sola persona. Sa qual è il problema?». Quale? «La politica anche in Occidente mette in campo protagonisti che hanno una profonda estraneità al tessuto democratico. Pensi ai vaneggiamenti sull’Anticristo di Peter Thiel o al segretario americano alla guerra Hegseth che brandisce l’Antico Testamento. È qui che mi vengono in mente le parole di Giovanni Sartori: “A volte coglie il sospetto che l’habitat storico sia più civile di quanto non siano civilizzati i suoi protagonisti”. I guai che stanno combinando sono giganteschi. Ora è il tempo di far emergere da questo humus democratico nuovi protagonisti che quei valori li sentano dentro davvero». Ma ci sono le condizioni? «Le condizioni maturano. Intanto c’è l’economia, che ha molto da perdere in un mercato così frammentato e vorrà con forza un mercato di nuovo globale sorretto dalla cooperazione. E poi cambiano le generazioni: arrivano i giovani con il futuro dentro che vogliono pesare e che da noi hanno cominciato a pesare. Il pendolo della storia lo sente e può girare dalla loro parte» (Giuliano Amato).
Il referendum ci consegna una avvocatura divisa a metà, la maggioranza della quale non si riconosce più negli Organi di vertice.
Ha pesato in siffatta divisione la presentazione di una proposta di riforma dell’ordinamento forense non discussa nell’ultimo Congresso nazionale forense, proposta dall’alto da una Agorà di vertice e con l’inserimento del terzo mandato, nonostante barili di giurisprudenza di legittimità contrari, inviso alla stragrande maggioranza dell’avvocatura.
L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici ora punta il dito su “Il Dubbio”: quotidiano edito dal CNF dalla marcata linea editoriale ispirata al garantismo in opposizione alla deriva giustizialista.
Fondato nel 2016 da Piero Sansonetti (raggiunto di recente da una querela a firma del dr. Roberto Scarpinato Sen. M5S) la sua nascita venne da subito osteggiata da diversi Avvocati e da alcune Associazioni Forensi da sempre critiche nei confronti dell’operato degli Organi di Rappresentanza Istituzionale che, tra tutte, criticavano il sostegno economico appostato dal CNF per l’iniziativa.
Oggi l’ANGD APS, iniziativa sposata anche dal Comitato Avvocate e Avvocati per la Costituzione e per il No di Bari, invoca le dimissioni in blocco dell’intera direzione del quotidiano forense colpevole di aver lasciato spazio preponderante alle voci del SI nella campagna referendaria. (Fonte su FB).
“Lo scossone del referendum risuona anche nell’Auditorium di San Barnaba, a Brescia, dove il Consiglio nazionale forense e la Fondazione dell’avvocatura italiana hanno scelto di chiamare a raccolta gli Ordini di tutta Italia, per l’ormai consueto appuntamento di “Esperienze a confronto”.
Oggi l’apertura, con gli interventi del “padrone di casa”, il presidente del COA bresciano Giovanni Rocchi, e della vicepresidente CNF Patrizia Corona, che porta anche il saluto del vertice di via del Governo Vecchio Francesco Greco, costretto a rinunciare in extremis all’evento. Quindi le prime due sessioni di “Esperienze a confronto”, dedicate al rapporto degli Ordini con società, istituzioni e magistratura. Domani la ripresa con altri due focus, rispettivamente su deontologia e struttura dei COA, ai quali seguiranno le conclusioni della due giorni, affidate al vicepresidente della Fai Vittorio Minervini.
Si inaugura l’incontro davanti a una sala gremita. Clima sereno, ma anche di chiara consapevolezza dell’impatto che la vittoria del No al referendum produrrà sulla giurisdizione. Il presidente del COA di Brescia, Rocchi, non elude neppure per un istante il problema: «Siamo di fronte alle conseguenze del voto, che va rispettato. Non vuol dire però che chi come noi si è sempre battuto per la parità delle parti nel processo, anche qui, nella città di Giuseppe Frigo, debba smettere di difendere quei principi». Il presidente del COA di Brescia non si risparmia dal ricordare «le sgangherate iniziative del giorno dopo», assunte da diversi sostenitori del No, nella magistratura e non solo, «un clima insopportabile da regolamento di conti». Rocchi si sofferma anche sull’urgenza di «sollecitare con fermezza il Parlamento a riprendere l’esame della nostra riforma, la legge sull’ordinamento forense».
Non è in ogni caso un “day after” semplice. Ed è la vicepresidente nazionale dell’avvocatura Patrizia Corona a richiamare «l’importanza del quattordicesimo evento sulle “Esperienze a confronto”, che mai come quest’anno dev’essere anche e soprattutto confronto di idee. Qui sul palco ma anche fra di noi, nel modo più diretto. Come CNF abbiamo mantenuto una posizione di assoluta apertura», e cita questo giornale come luogo in cui «sono state ospitate le posizioni favorevoli al Sì come quelle che sostenevano il No». Non si può fare a meno, aggiunge la vicepresidente del CNF, di «apprezzare la grande partecipazione» al voto sulla separazione delle carriere, «in particolare tra i giovani». Ma proprio perché la riforma è stata bocciata da molti che hanno sperimentato l’elettorato attivo per la prima volta, nota Corona, «dobbiamo chiederci se abbiamo sottovalutato una parte del messaggio, anche nelle attività di formazione che da anni il Consiglio nazionale e gli Ordini promuovono nelle scuole».
Di contributi, dal palco, ne arrivano dai rappresentanti di diversi Ordini. A fissare le premesse del dibattito e a introdurre le testimonianze dei colleghi sono anche le parole di Vittorio Minervini, che evoca a propria volta le figure di Frigo e di Zanardelli, del quale «quest’anno ricorre il bicentenario della nascita. Ecco», rassicura il vicepresidente Fai, «Noi, da Zanardelli, siamo rimasti gli stessi. E dobbiamo essere fedeli alla nostra vocazione, qualunque sia il governo che guiderà il paese nei prossimi anni». Il rigore etico che pure Corona ha richiamato, aggiunge Minervini, «dev’essere nella procedura deontologica e in tutte le attività degli Ordini».
Va ritrovata, come esorta Giovanna Ollà, consigliere segretario del CNF, anche «un’intesa fra i protagonisti della giurisdizione, fra avvocati e magistrati, per raffreddare un conflitto che il referendum può aver acceso ma che non ha ragion d’essere. Va ristabilito il dialogo». Sul concetto insiste anche Donato Di Campli, che del CNF è tesoriere, e che fa da moderatore alla prima sessione, dedicata appunto al rapporto fra COA, cittadini, società e istituzioni: «La funzione degli Ordini è chiaramente radicata nel tessuto sociale, ha una sua forza all’interno della vita pubblica». Lo ricordano, con le loro testimonianze, i rappresentanti di diversi Ordini, dai più grandi come quello di Bari, per il quale interviene Roberta Desiati, che si sofferma soprattutto sul dovere di «sostenere i cittadini più deboli, nonostante le difficoltà della stessa classe forense», ai più piccoli, anche per numero di dipendenti, come l’Ordine forense di Lodi, presente con Angela Odescalchi, che pure ripercorre le molte iniziative assunte dal suo Consiglio, così come fanno Alessandra Formisano per Siracusa e Michela Biancalana per Perugia.
A chiedersi cosa sarà del dialogo fra avvocatura e magistrati nel “dopo-referendum” è il consigliere nazionale Francesco De Benedittis, che modera la seconda sessione dedicata proprio al “Consiglio dell’Ordine nei rapporti con gli avvocati e la magistratura”. Ne parlano Angela Del Vecchio per il COA di Santa Maria Capua Vetere, Antonio Angelini per il COA di Trento, Alessandra Joseph (Arezzo), Giovanni Delucca (Bologna) e Paolo Ponzio (Alessandria). Tra gli snodi cruciali della questione, i nuovi spazi che, come ricorda il Consigliere nazionale Francesco Pizzuto, «la riforma Cartabia riconosce formalmente all’avvocatura nei Consigli giudiziari, in particolare con la possibilità di esprimersi sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. Prerogativa che resta però inefficace, finché verrà ostacolato o ritardato l’accesso alla documentazione sui singoli profili da esaminare, come spesso capita». Altro aspetto che l’esito del referendum non può certo far passare agli archivi come un ulteriore ineluttabile squilibrio.” (Il Dubbio del 26 marzo 2026).
“Anche a Milano i toni tra ANM e Avvocatura si sono alzati. L’ex presidente dell’ANM e sostituto procuratore generale di Milano, Luca Poniz, ha attaccato su Facebook gli avvocati: «Esce travolta un’intera classe dirigente dell’avvocatura, impegnata in un’irresponsabile campagna di violenta legittimazione della magistratura, in ciò spesso alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari».
Il riferimento è al Consiglio dell’ordine e alle Camere penali: «Quale sia il destino dei dirigenti delle camere penali, ancora una volta battute su un tema che è diventato una ossessione e agitato come slogan, come esattamente compreso da chi ha detto No – è problema che riguarda loro: in fondo si tratta di ulteriore conferma di una scarsa rappresentatività, con la clamorosa sconfitta di oggi ad aggiungersi alla già nota modesta rappresentatività numerica (4% dell’avvocatura). In fondo si tratta di associazioni che si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, e in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza» e ancora, «è invece problema di tutti cosa sarà dell’avvocatura istituzionale, rappresentata a livello nazionale e locale da dirigenti che non hanno esitato a trascinare l’intero ceto forense da loro ‘rappresentato’ in una campagna faziosa e non di rado violenta, anche in nome di avvocati che certo quel mandato non hanno mai conferito, come raccontano i tanti coraggiosi avvocati che si sono sottratti a un’operazione davvero sconcertante per l’insensibilità istituzionale che dimostrava. Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza».
Immediata è arrivata la reazione del COA del capoluogo, con una dura nota: «L’Ordine ribadisce come la cultura della giurisdizione si indebolisca ogni volta che il confronto scivola nella contrapposizione, addirittura nella denigrazione di una categoria, e si comprometta quando si evocano logiche di resa dei conti, tanto più se affidate ai social. Il rapporto tra avvocatura e magistratura è, per sua natura, dialettico, ma deve restare fondato su rispetto, lealtà e verità. È su questo terreno che si tutela davvero la giustizia. Ed è qui che il confronto deve continuare. Fuori da questo perimetro, ci si espone a una deriva che la nostra civiltà giuridica non può permettersi. Quel che occorre è un dialogo sereno e costruttivo. I problemi della giustizia sono sul tavolo e con serietà vanno affrontati e risolti». (in Contraddittorio di Giulia Merlo)
La separazione delle funzioni e delle carriere, come ci ha insegnato la Corte Costituzionale con la sentenza 37/2000 (La Costituzione, infatti, pur considerando la magistratura come un unico “ordine”, soggetto ai poteri dell’unico Consiglio superiore (art. 104), non contiene alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di una carriera unica o di carriere separate fra i magistrati addetti rispettivamente alle funzioni giudicanti e a quelle requirenti, o che impedisca di limitare o di condizionare più o meno severamente il passaggio dello stesso magistrato, nel corso della sua carriera, dalle une alle altre funzion )può essere perseguita con legge ordinaria e quindi è necessario il dialogo tra politica, magistratura e avvocatura per resettare ciò che non funziona, ma è evidente che senza risorse finanziarie e umane, il processo, civile e penale, non potrà essere accelerato, se non comprimendo i diritti e imponendo ulteriori balzelli, come sin qui è accaduto.
Ma anche l’Avvocatura dovrebbe rigenerarsi se vuole ridiventare una guida della nostra società, con l’affermazione del ruolo sociale dell’avvocato, quale “guardiano” dei principi fondamentali della civiltà giuridica, garante del rispetto dei diritti umani fondamentali, costituzionale baluardo della democrazia.
Oggi occupa una posizione subalterna nel panorama nazionale. Ma la responsabilità di questo decadimento non è solo dei vertici ma di tutti noi, perché non riusciamo ad essere una categoria, per fermarci ad una molteplicità di interessi individuali, spesso in contrasto tra di loro.
Il Governo ora ci riproverà con la legge elettorale che, come ha ricordato il Prof: Sabino Cassese, è un traduttore che trasforma i voti in seggi e quindi è una formula elettorale che dovrebbe essere longeva e non andrebbe cambiata per cercar di non perdere le elezioni.
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