Le ragioni della protesta contro Cassa Forense e non contro i Ministeri
Noi tutti chiediamo a Cassa Forense la rimodulazione della riforma sulla base di un reale principio di equità con estrazione dalle classi di reddito più affluenti delle risorse economiche necessarie per la sostenibilità, per finanziare correttivi solidaristici al sistema contributivo puro e in generale per la sostenibilità delle misure previdenziali e assistenziali.
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Per questi motivi abbiamo ritenuto opportuno agire sul processo riformatore in corso, cogliendo l’occasione del rigetto della riforma da parte dei Ministeri vigilanti per chiedere alla Cassa Forense modifiche essenziali.
Perciò il sit-in è rivolto a Cassa Forense e non ad altre istituzioni; nei confronti di queste ultime saranno valutate altre azioni, soprattutto per il riconoscimento della figura dell’avvocato dipendente e per la riforma degli ammortizzatori sociali.
La nostra scelta ha dunque ragioni ben precise, facilmente reperibili nella piattaforma rivendicativa che abbiamo già reso pubblica: ma si tratta di un documento lungo e complesso, per cui questo post sarà il primo di una serie in cui, di volta in volta, spiegheremo tutti i punti a base della nostra protesta .
La riforma prospettata da Cassa, che nessuno ha potuto compiutamente leggere, per quel che è trapelato sarebbe disastrosa per l’avvocatura a reddito basso e medio basso per diverse ragioni: quella principale è che le pensioni di chi paga i minimi diventeranno risibili, passando dagli attuali 13.000 euro lordi a soli 9000 euro lordi annui, cifra di molto inferiore a quella soglia di non abbienza che giustifica l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.
Il nuovo sistema ipotizzato da Cassa, in buona sostanza, se approvato, farà pagare i costi della sostenibilità finanziaria dell’ente non ai più ricchi (cui non si chiede nessun tipo di sacrificio) ma alla massa dei più poveri, preparando lo scenario sociale all’irrompere, fra non molto, di una massa di pensionati e pensionate alla fame.
Quello prospettato dalla riforma di Cassa Forense dunque è un sistema che di solidaristico non ha praticamente nulla: chi guadagna poco oggi pagherà meno di contributi previdenziali annui sì, ma in cambio di una pensione, quando sarà il momento, che non consentirà una vita dignitosa: anzi, a ben guardare, forse nemmeno la sopravvivenza.
È per questo che non ci interessa protestare contro i Ministeri: non manifestiamo in favore di una riforma censitaria, classista, non solidaristica.
Quello che invece vogliamo è che Cassa Forense riformuli le sue proposte tenendo ben chiaro un principio: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.
Principi forse poco praticati, ma che non abbiamo inventato noi: stanno ben scolpiti nella nostra Carta fondamentale, che Cassa però richiama solo quando – con la scusa dei diritti quesiti – si tratta di difendere il privilegio di pochi a scapito di tanti.
Chiedere ai Ministeri di approvare la riforma che la Cassa ci racconta significa tagliarsi le gambe da soli.
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