Bambini e anziani maltrattati nei video dei social
Quando l’orrore diventa contenuto.
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Scorrendo alcuni social, di quelli con maggiori visualizzazioni, capita sempre più spesso di imbattersi in video con titoli e didascalie che attengono a scene di maltrattamento di minori: un genitore che urla e picchia un bambino, un adulto che umilia un bambino, un piccolo in lacrime davanti a una violenza. Ad un certo punto, arriva il lieto fine: qualcuno interviene, protegge la vittima, rimprovera l’aggressore. Il messaggio sembrerebbe positivo. Ma lo è davvero?
Il problema è nel meccanismo. Il titolo è costruito per catturare l’attenzione sfruttando proprio la violenza: il clic arriva prima della morale della storia. L’intervento riparatore, quando c’è, occupa pochi secondi di un video il cui valore commerciale sta nei precedenti. Il maltrattamento diventa così la merce, il salvataggio l’alibi. Il bambino, che dovrebbe essere il soggetto da proteggere, si trasforma in strumento di engagement.
Poi c’è la questione della possibile imitazione. Da decenni la psicologia sociale, a partire dagli studi di Albert Bandura sull’apprendimento per osservazione, documenta come i comportamenti aggressivi possano essere appresi guardandoli. Un video non spiega: mostra. E lo spettatore, soprattutto se giovane, trattiene l’immagine del gesto più facilmente della sua condanna finale. Se poi quel gesto è presentato in un contesto di intrattenimento, tra un video di ricette e uno di barzellette, una vicenda politica ed una religiosa, rischia di perdere gravità e di apparire normale, quasi un genere.
Va aggiunto un nodo etico spesso trascurato. Molte di questi video sono messi in scena, recitatei da attori o addirittura da bambini veri, che vengono esposti a una pratica discutibile. Quando invece sono reali, la diffusione online amplifica la vittimizzazione: quel bambino sarà riconoscibile e rintracciabile per sempre, con una violenza che si somma a quella subita. In entrambi i casi manca il rispetto della dignità del minore, tutelata dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dalle norme sulla riservatezza dei minori.
Non si tratta di invocare censure sommarie, né di negare che i social possano sensibilizzare contro gli abusi. La denuncia dei maltrattamenti ha un valore civile, ma richiede strumenti diversi: contesto, tutela dell’identità, linguaggio non sensazionalistico, indicazione dei canali di aiuto. Una cosa è informare, un’altra è spettacolarizzare.
Ho notato con piacere che molti tra il pubblico si ribellano in modo deciso e volano risposte dure: lasciate stare i bambini, vergognatevi, si legge sempre più spesso.
Le responsabilità sono almeno tre: delle piattaforme, che dovrebbero rendere più rigorosa la moderazione dei contenuti con minori vittime di violenza; dei creatori, che scelgono consapevolmente la scorciatoia dell’emozione forte; e di noi spettatori, quando con una visualizzazione o una condivisione premiamo il meccanismo. Il lieto fine non assolve il titolo: quando la violenza sui bambini diventa esca, anche la finale riparatrice non basta a renderla educativa.
Né minore è l’indignazione che si riscontra tra il pubblico quando ad essere malmenasti, offesi e umiliati sono gli anziani, spesso poveri e affamati che magari vengono privati della ciotola con la quale raccolgono qualche moneta o del banchetto sul quale espongono merci modeste necessarie per vivere.
Anche in questo caso c’è sempre un intervento o un aiuto che fa giustizia ma non mi convince questa spettacolarizzazione della violenza o dell’offesa. Con tante persone disturbate che la folle riforma degli ospedali psichiatrici ha lasciato liberi senza cure non è difficile che qualcuno si proponga di imitare un gesto infame. Del resto la cronaca di tutti i giorni ci consegna violenza contro i deboli, gli anziani, i minori, le donne, azioni vili. Non basta l’indignazione. Le autorità competenti devono intervenire accanto ad istituzioni benemerite da “Save the children” all’Unicef. Si assumono iniziative per limitare l’uso dei sociale ai più giovani, si adottino severe misure che vietano e reprimono la violenza spettacolo.
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