Sul fine vita c’è il sì (da destra) del Veneto
Il consiglio regionale approva la norma che regola il suicidio assistito: la battaglia di Luca Zaia ora mette all’angolo la maggioranza che guarda da Roma.
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Buona la seconda. Al suo tentativo bis il Veneto riesce nell’impresa: da oggi è la prima Regione governata dal centrodestra a dotarsi di una legge propria sul fine vita. La quarta, in Italia, dopo la Toscana, la Sardegna e l’Emilia-Romagna, le cui norme sono state liquidate fino ad ora dalla maggioranza come «fughe in avanti» delle roccaforti «rosse».
Adesso la musica cambia, per Roma, che dovrà per forza guardare al parlamentino del Veneto per studiare l’esperimento. E semmai allargarlo al Paese, senza che si possa tornare più indietro: la nuova legge regionale traccia una linea chiara sul suicidio assistito e anche sul ruolo delle Asl, poste a garanzia dei pazienti, e quindi della sanità pubblica. Che Fratelli d’Italia vorrebbe invece escludere nella versione nazionale del testo firmata da Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI), ponendo di fatto il vero ostacolo sulla norma che langue al Senato. Lì dove, auspica ora l’azzurro, si può ancora «trovare un punto di equilibrio» dietro la spinta del Veneto.
Certo, anche nella Regione del Nord non sono mancate le divisioni, dentro la maggioranza, ma il lungo lavoro di mediazione nel quale si è speso in prima persona lo stesso governatore Alberto Stefani ha portato il Consiglio regionale ad approvare la legge con una larga maggioranza, ovvero con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti. Per arrivarci c’è voluta una discussione fiume durata due giorni a Palazzo Ferro Fini, dalla mattina di martedì fino al pomeriggio di oggi. Ma soprattutto ci sono voluti oltre due anni, da quando nel gennaio 2024 l’allora governatore Luca Zaia aveva tentato per la prima volta la volata, fallita per un solo voto di scarto della consigliera dem Anna Maria Bigon.
All’epoca il Doge era ancora il leghista “eretico” che tentava l’impresa etica impronunciabile per gran parte del centrodestra e persino per il resto delle Regioni, che restavano in attesa di una legge nazionale. Ma ora Zaia, nella sua nuova veste di presidente del Consiglio, è soprattutto lo “sponsor” politico di una operazione politica attesa, l’emblema di una cultura che cambia come cambia la società, anche negli ambienti di destra e nel mondo cattolico.
«L’approvazione della legge sul fine vita rappresenta un risultato importante e un atto di responsabilità del Consiglio regionale del Veneto. È stata una discussione complessa e profonda, che ha coinvolto le coscienze prima ancora delle appartenenze politiche. Oggi il Parlamento dei veneti ha scelto di non voltarsi dall’altra parte e di dare una risposta concreta a persone che vivono condizioni di sofferenza estrema. Personalmente sono orgoglioso di una politica regionale che, su un tema così delicato, ha saputo mostrare il volto migliore delle istituzioni: ascoltare, approfondire, confrontarsi con serietà e, infine, assumersi fino in fondo la responsabilità di decidere e di indicare una strada», scandisce l’ex governatore dopo il voto. Precisando, ancora una volta, quale sia l’unico scopo di questa legge: non certo introdurre un “nuovo diritto”, che resta una parola indigesta al centrodestra, ma stabilire tempi e modalità certe di applicazione dei requisiti di accesso al suicidio assistito stabiliti dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242 del 2019 sul caso Cappato Dj/Fabo.
Un risultato di cui è soddisfatta anche l’Associazione Luca Coscioni, che aveva promosso la legge di iniziativa popolare arrivata sul tavolo del Consiglio veneto e rimodulata dalla giunta nella versione approvata oggi, sotto i colpi degli emendamenti voluti dal centrodestra. «Dal Veneto – dicono Marco Cappato e Filomena Gallo, tesoriere e segretaria nazionale dell’Associazione – arriva finalmente una scelta rispettosa dei diritti e delle libertà di chi soffre. L’approvazione della legge in Veneto conferma che “Liberi Subito” (da cui partono anche le leggi delle altre Regioni, ndr) è una proposta che non appartiene a un partito o a uno schieramento, proprio perché è fondata sulla Costituzione, ed è di fondamentale importanza per dare concreta attuazione al diritto all’aiuto medico alla morte volontaria, già riconosciuto dalla Corte costituzionale grazie alle nostre azioni di disobbedienza civile».
Sul dettaglio delle modifiche si esprime lo stesso Stefani, il quale spiega che gli emendamenti concordati con le forze di maggioranza hanno cambiato il testo iniziale «nel senso del favor vitae» e «nel quadro delle sentenze della Corte Costituzionale», rafforzando soprattutto il ruolo delle cure palliative, su cui potrebbe arrivare anche una legge ad hoc. I cinque articoli del testo approvato invece prevedono l’Istituzione di Commissioni mediche multidisciplinari permanenti per la verifica dei requisiti e stabiliscono che l’intera procedura debba “avvenire senza ingiustificati ritardi e, in ogni caso, secondo una tempistica compatibile con le condizioni cliniche e le esigenze della persona malata che ne ha fatto richiesta”. L’assistenza è prestata dal personale sanitario dell’Azienda territorialmente competente, su base volontaria, ed è del tutto gratuita.
Per il resto, «gli emendamenti prevedono l’introduzione del parere rafforzato del palliativista in seno alla Commissione» e «l’istituzione di un Comitato Bioetico Regionale, nominato dalla Giunta, che darà le linee ai comitati bioetici di pratica clinica territoriale nel dirimere le valutazioni», spiega ancora Stefani. Che puntava a convincere i più reticenti, tra le file di FdI e della Lega, e l’operazione, pure con il successo di oggi, gli sembra riuscita solo in parte. Almeno a sentire le parole dello scettico Riccardo Barbisan, capogruppo del Carroccio in Veneto, o gli anatemi dei militanti di Pro vita e Famiglia. Che a fine giornata parlano esplicitamente di «gravissimo tradimento politico».
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