La moral suasion di Meloni fa il pieno
Da Eni a Tamoil, le grandi compagnie rispondono all’appello del Governo.
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Per una volta il Governo non ha scritto un decreto, non ha inventato un nuovo obbligo, non ha minacciato sanzioni e non ha annunciato l’ennesimo carrozzone di controlli. Ha fatto una cosa apparentemente molto più semplice: ha chiesto alle grandi compagnie petrolifere di fare la propria parte. Eni ha risposto. Poi IP, Q8 e Tamoil. Quattro grandi operatori hanno progressivamente aderito, con modalità differenti, all’operazione di contenimento dei prezzi. In un Paese abituato a pensare che ogni emergenza debba essere affrontata a colpi di norme, è forse questo il dato più interessante della vicenda: qualche volta il potere pubblico può ottenere risultati anche senza mettere una catena al mercato.
Il primo segnale è arrivato da Eni, che ha fissato un tetto di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel, inizialmente per trenta giorni, con possibilità di proroga. Poi sono arrivati IP, Q8 e Tamoil. Non un provvedimento imposto dall’alto, dunque, ma una sequenza di decisioni aziendali maturate dopo l’appello del Governo. E quando una società dopo l’altra segue la prima, non si può più parlare soltanto di un gesto isolato. Si è creato un effetto domino.
Il punto, però, non è celebrare una vittoria politica. È capire che cosa racconta questa vicenda sul rapporto tra Governo e mercato. Perché davanti a un’impennata dei prezzi la tentazione è sempre la stessa: convocare i vertici, minacciare interventi, annunciare controlli, immaginare un nuovo tetto per legge e affidare a qualche nuova struttura il compito di verificare che tutto venga rispettato. È il riflesso condizionato dello Stato che, davanti a un problema, pensa immediatamente a un altro obbligo.
Questa volta Palazzo Chigi ha provato un’altra strada. Ha usato il peso politico della propria interlocuzione con le aziende e ha chiesto una risposta volontaria. Non ha detto alle imprese che cosa devono fare per legge. Ha chiesto loro di assumersi una responsabilità in una fase eccezionale. E le risposte sono arrivate.
È qui che la moral suasion smette di essere una formula elegante da convegno e diventa uno strumento concreto di politica economica. Naturalmente non è una bacchetta magica. Un’impresa non è un ente assistenziale e non può vendere indefinitamente sotto costo. Un price cap volontario ha senso soltanto se resta compatibile con la sostenibilità economica della rete e se non produce effetti distorsivi sul mercato. Ma proprio per questo la scelta è interessante: si prova a ottenere un risultato per i consumatori senza fingere che il mercato possa essere cancellato con un tratto di penna.
E c’è un altro aspetto che merita attenzione. Dietro IP, Q8 e Tamoil ci sono anche rapporti internazionali: l’azera Socar, il Kuwait, il gruppo Oilinvest. La partita dei carburanti dimostra ancora una volta che la politica energetica non si ferma ai confini nazionali. I rapporti costruiti con i Paesi produttori e con i grandi operatori possono avere conseguenze molto concrete sulla vita quotidiana degli italiani. La diplomazia, insomma, non è soltanto fotografia nei vertici internazionali: quando funziona, può arrivare fino al distributore sotto casa.
Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato più ampio. Perché mentre sul mercato interno il Governo cerca di costruire una risposta attraverso il dialogo con le imprese, sul terreno europeo la musica è diversa. Sulla richiesta italiana di maggiore flessibilità per fronteggiare lo shock energetico, Bruxelles ha ricordato che gli strumenti di flessibilità già esistono e che devono essere utilizzate innanzitutto le risorse disponibili. Tradotto brutalmente: sui conti pubblici la porta non è spalancata.
E allora il Governo si trova davanti a una scelta obbligata: se l’Europa non concede facilmente nuovi margini finanziari e se il bilancio dello Stato non può essere usato come un bancomat, bisogna cercare altre leve. Una di queste è il rapporto diretto con il sistema produttivo.
È una differenza culturale prima ancora che politica. C’è un modo di governare che davanti a ogni problema pensa a una legge. E ce n’è un altro che prova prima a capire se chi quel problema può contribuire a risolverlo sia disposto a farlo. Nel primo caso lo Stato comanda. Nel secondo convince.
La seconda strada è certamente più difficile. Perché convincere richiede autorevolezza, credibilità, capacità negoziale e rapporti consolidati. Un ordine può essere impartito con una firma. Un interlocutore economico va persuaso. E se quattro grandi compagnie decidono, una dopo l’altra, di raccogliere l’appello, significa che quella capacità di interlocuzione qualche risultato lo ha prodotto.
Naturalmente non basta abbassare temporaneamente il prezzo alla pompa per dichiarare risolto il problema energetico italiano. Il costo dei carburanti dipende dalle quotazioni internazionali, dalla raffinazione, dalla logistica, dalla fiscalità e dalle condizioni della rete distributiva. E nessun Governo può stabilire per decreto quanto costerà il petrolio domani mattina.
Ma proprio perché non può comandare tutto, il Governo deve saper utilizzare ciò che può controllare: la propria capacità di dialogare, negoziare e mettere attorno allo stesso tavolo interessi pubblici e privati.
Il vero esame arriverà adesso. Bisognerà vedere quanto dureranno i price cap, quanto saranno realmente percepibili dagli automobilisti e se l’intervento resterà sostenibile per le aziende e per i gestori. Perché una misura volontaria che produce un effetto immediato ma non può durare sarebbe soltanto un cerotto.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare la vicenda come una semplice operazione d’immagine. L’effetto domino c’è stato. Eni ha aperto la strada, gli altri grandi operatori l’hanno seguita. Il Governo ha chiesto e le imprese hanno risposto.
La vera provocazione della vicenda è allora un’altra: e se qualche volta lo Stato funzionasse meglio quando smette di imporre?
È una domanda scomoda soprattutto in un Paese nel quale, davanti a ogni emergenza, la prima risposta sembra essere un nuovo adempimento, un nuovo controllo, una nuova autorità, una nuova sanzione. La vicenda dei carburanti suggerisce invece che esiste anche una politica economica fatta di responsabilità, persuasione e collaborazione.
Non significa lasciare il mercato senza regole. Significa evitare di confondere la regolazione con il dirigismo. E soprattutto capire che le imprese possono essere interlocutori, non soltanto soggetti da mettere sotto sorveglianza.
Per ora Meloni ha scelto di battere questa strada. Da Eni a Tamoil, il segnale è arrivato. Il prezzo della benzina resta una questione aperta, ma una cosa è già emersa: prima ancora di mettere le mani sul mercato, il Governo ha provato a parlare con il mercato. E il mercato, almeno questa volta, ha risposto.
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