Anno: XXVIII - Numero 181    
Giovedì 24 Settembre 2026 ore 13:30
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La bomba e le “sole” di Lavitola

I Pm scavano sulla mediazione di Ranucci per le mura del Cefalù.

La bomba e le “sole” di Lavitola

La bomba esplosa sotto casa di Sigfrido Ranucci non è più soltanto una storia di odio, vendetta e attentato. L’inchiesta della procura antimafia di Roma sta scavando dentro la rete di rapporti, amicizie e affari che ruotava attorno a Valter Lavitola. E uno dei fili che i magistrati stanno tirando porta dritto al Cefalù Bistrò, il ristorante di Monteverde che il faccendiere voleva acquistare insieme alle mura dell’immobile.

Il punto non è stabilire oggi responsabilità che dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie. Il punto è capire perché Ranucci, indicato come “amico fraterno” da Lavitola, si sia mosso personalmente per favorire quella compravendita e quale fosse esattamente il peso della sua intermediazione.

Per questo, lunedì 21 settembre, gli investigatori hanno ascoltato Daniele Pulcini e, secondo quanto riferito da Domani, anche il padre Antonio. I due sono stati sentiti dal pm dell’Antimafia capitolina Edoardo De Santis nella caserma dei carabinieri di via in Selci. Al centro dell’audizione gli incontri con Ranucci e la trattativa, poi fallita, per l’acquisto delle mura del locale.

È qui che la vicenda si fa particolarmente delicata.

Secondo le ricostruzioni pubblicate, Lavitola avrebbe chiesto ripetutamente a Ranucci di intervenire con i Pulcini. Il giornalista avrebbe incontrato gli imprenditori proprio per favorire il contatto con chi poteva agevolare l’operazione. In una delle comunicazioni attribuite a Lavitola compare una frase esplicita: «Hanno onore di incontrarti». In un altro messaggio, il faccendiere invita Ranucci a prendere un caffè con loro, ricordando che erano appassionati di Report.

Gli investigatori vogliono dunque ricostruire la natura precisa di quei rapporti: semplice cortesia tra conoscenti, intermediazione personale oppure qualcosa di più? È una domanda investigativa, non una conclusione. E proprio per questo sono stati ascoltati coloro che quegli incontri li hanno vissuti direttamente.

La risposta dei Pulcini, stando alle informazioni pubblicate, sarebbe stata netta: nessuna pressione da parte di Ranucci. Gli incontri sarebbero stati cordiali e collegati alla vicenda delle mura. Daniele Pulcini aveva già confermato pubblicamente l’esistenza dell’incontro per la questione immobiliare.

Ma se Ranucci non avrebbe esercitato pressioni, resta un fatto difficilmente contestabile: si mosse per Lavitola.

Lo ha ammesso lo stesso giornalista. Ranucci ha spiegato di avere cercato di aiutare l’amico perché la moglie e i figli di Lavitola avevano interesse a riscattare le mura del ristorante; ha aggiunto di non avere mai parlato di cifre e di considerarsi, alla fine, «un fallimento» come mediatore, visto che l’operazione non andò in porto.

E qui entra in scena un altro elemento dell’inchiesta: i messaggi tra i due uomini.

Dopo gli incontri, Lavitola ringrazia Ranucci con parole di forte riconoscenza e affetto. Il giornalista risponde: «Spero di esserti stato utile» e ribadisce il proprio affetto per lui e per i suoi figli. Sono comunicazioni già emerse nell’inchiesta giornalistica e ora diventano materiale utile per ricostruire la natura del rapporto personale e la sequenza degli interventi sul progetto immobiliare.

Poi c’è il particolare che sembra uscito direttamente da un copione romano: Pulcini avrebbe definito Lavitola “er sola”, cioè il personaggio da cui guardarsi, quello che promette, insiste, convince, coinvolge.

Secondo quanto riportato da Domani, padre e figlio avrebbero raccontato agli investigatori che diverse persone li avrebbero contattati, su input di Lavitola, per mettere una buona parola con la proprietaria dell’immobile.

Insomma, mentre il Cefalù continuava a essere un ristorante, attorno alle sue mura si muoveva una piccola corte di mediatori, amici, imprenditori e intermediari.

E Ranucci, in questa storia, non compare come spettatore occasionale. Compare perché Lavitola lo coinvolge.

Questo non significa che abbia commesso un illecito. Non significa neppure che la sua intermediazione abbia avuto un peso decisivo. Significa però che la Procura vuole capire quanto fosse profondo il rapporto tra i due e perché un giornalista, destinato a diventare poi il bersaglio di un attentato attribuito proprio a Lavitola, fosse stato chiamato a svolgere un ruolo negli affari dell’amico.

La circostanza assume ulteriore rilievo perché gli investigatori stanno esaminando anche altri affari riconducibili a Lavitola e il racconto della sua ex compagna Natalia Potenza. Quest’ultima è stata ascoltata per circa dieci ore e avrebbe fornito elementi sulla gestione del Cefalù, sulle disponibilità economiche dell’ex compagno e sui rapporti con Ranucci.

La domanda, dunque, non è più soltanto chi abbia messo la bomba.

L’inchiesta sta cercando di ricostruire il mondo che esisteva prima della bomba: amicizie, favori, affari, promesse, incontri e mediazioni.

E il Cefalù, con le sue mura mai comprate, rischia di essere uno dei tasselli più rivelatori di quel mondo.

Perché una bomba fa rumore una notte. Le relazioni che la precedono possono raccontare molto di più.

 

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