Gli smart workers nella PA centrale doppiano quelli negli enti locali
L’analisi di Fondazione Studi sull’andamento del lavoro agile nel pubblico impiego da marzo 2020
In evidenza
Forte disomogeneità nell’esperienza smart working del pubblico impiego. In base alle analisi elaborate da Fondazione Studi Consulenti del Lavoro su dati della Ragioneria dello Stato e Formez, le funzioni centrali hanno fatto ricorso al lavoro agile molto più che gli enti locali. Ministeri e agenzie fiscali, infatti, a settembre 2020 avevano il 71,1% del proprio personale connesso da remoto; una percentuale che toccava il 69,4% tra insegnanti e accademici e “crollava” al 30,9% in Regioni, aree metropolitane, Comuni. Nel comparto sanitario solo l’8,3% dei dipendenti pubblici ha lavorato da casa durante il picco dell’emergenza.
In attesa di indicazioni sulla composizione della quota del 15% indicata dal Ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, Fondazione Studi ricostruisce la curva degli smart workers negli ultimi 18 mesi. A marzo 2020, su 3,2 milioni di dipendenti pubblici, 1,8 mln erano in smart working (56,6%). Già in settembre, una buona parte era però tornata in presenza, e meno della metà dei dipendenti pubblici (46,2%, pari a 1,5 milioni in termini assoluti) era interessato da tale modalità di lavoro (tab. 2). A maggio 2021, poi, secondo l’indagine svolta dai Consulenti del Lavoro su un campione di lavoratori della PA, la quota di dipendenti pubblici in smart working risultava essere il 37,5%: in termini unitari si trattava di 1,2 mln di lavoratori che dovrebbero diventare circa 500 mila secondo la via tracciata dal responsabile di Palazzo Vidoni.
L’esperienza maturata nel periodo emergenziale, che ha improvvisamente obbligato un elevatissimo di lavoratori a operare da casa, va utilizzata per migliorare lo strumento e renderlo una modalità di lavoro alternativa ‒ commenta Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ‒. Certamente è necessario un intervento normativo che meglio regolamenti i diversi diritti e doveri delle parti del rapporto, come possono essere il diritto alla disconnessione, la reperibilità ovvero il controllo da remoto. Insomma, lo smart working va ben strutturato in modo da farlo diventare un’opportunità per il futuro ma certo non può essere l’unico modo in cui viene svolta la prestazione lavorativa». In questa chiave, è decisivo che il processo di digitalizzazione della PA, e tutto quello che comporta (dalla semplificazione allo sviluppo delle competenze digitali dei dipendenti) abbia un’accelerazione, anche nell’ottica di attuazione dei progetti del Pnrr. Decisivo sarà anche il ruolo della dirigenza pubblica, chiamata in questo momento a reinventarsi, per trainare una trasformazione organizzativa che, se l’esperienza dello smart working non vorrà essere definitivamente abbandonata, dovrà confrontarsi con temi che ancora stentano a trovare piena attuazione nel contesto della PA, come individuazione degli obiettivi e misurazione dei risultati.
Leggi l’articolo del Corriere della Sera
Altre Notizie della sezione
Tre ospedali italiani nei primi dieci migliori al mondo.
18 Settembre 2026Bambin Gesù, Besta e Gemelli ai primi posti in pediatria, oncologia e ostetricia. I più numerosi da Lombardia e Lazio
Dimmi chi inviti e ti dirò chi sei.
18 Settembre 2026Scorrere gli ospiti al gran ballo di Conte per capire l'Italia che ha in mente.
Il Parlamento europeo condanna gli ingressi irregolari di massa a Ceuta
18 Settembre 2026Accusa Madrid di favorire l’effetto attrazione.
