Anno: XXVIII - Numero 36    
Giovedì 18 Febbraio 2026 ore 14:00
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Dopo Lagarde. Perché l'Italia ha buone carte

L'indiscrezione (smentita a metà) del Financial Times sulle possibili dimissioni di Christine Lagarde scatena la rincorsa alle poltronissime del potere economico nell'Unione Europea.

Dopo Lagarde. Perché l'Italia ha buone carte

Per quella più alta, tra i papabili ci sono i tedeschi Nagel e Schnabel, lo spagnolo Hernandez de Cos, l’olandese Knot, ma anche i nostri Panetta e Cipollone

Il mandato del Governatore della Banque de France e membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, François Villeroy de Galhau, sarebbe dovuto terminare a ottobre 2027. A maggio 2027 scadrà la poltrona di Philip Lane, capo economista della Bce e  figura chiave nella definizione della politica monetaria dell’Eurozona a Francoforte. Nello stesso autunno, a ottobre, sarebbe terminato anche il mandato della francese Christine Lagarde alla presidenza della Banca centrale, due mesi prima della conclusione del mandato della tedesca Isabel Schnabel (dicembre 2027), rappresentante di peso della Germania nel Comitato esecutivo dell’istituzione europea. Bene: questa timeline sarà presto carta straccia.

A travolgere la partita delle nomine e degli equilibri nell’istituzione europea più importante e incisiva in questa fase storica – segnata dalla rottura delle storiche relazioni commerciali con gli Stati Uniti e dal progetto di Donald Trump di influenzare la politica monetaria della Federal Reserve – è il voto in Francia. La vittoria prevista attualmente dai sondaggisti alle presidenziali di aprile 2027 dell’estrema destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella sta infatti orientando con largo anticipo le mosse dei policymaker europei, che non vogliono farsi trovare impreparati all’eventuale tsunami euroscettico in arrivo da Parigi. Sicuramente l’Eliseo guidato da Emmanuel Macron si sta muovendo, anche in maniera piuttosto irrituale e rumorosa.

La scorsa settimana il governatore della banca centrale francese Villeroy ha presentato le sue dimissioni, che entreranno in vigore a giugno 2026. La decisione, inattesa e motivata con ragioni di carattere personale, anticipa di un anno e mezzo la conclusione del mandato nell’istituzione francese ma soprattutto nel Consiglio Direttivo della Bce. Anche se il voto presidenziale si terrà ad aprile, così facendo, la scelta del suo successore ricadrà ancora sul presidente francese in carica, Macron, sottraendola a un eventuale governo di estrema destra.

L’uscita di scena di Villeroy in effetti potrebbe anticipare quella di Lagarde alla presidenza della Bce. Secondo il Financial Times, la banchiera centrale europea intenderebbe dimettersi prima della scadenza per dare a Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz la possibilità di scegliere il successore prima delle cruciali elezioni presidenziali francesi.

La nomina di Lagarde a presidente della Bce risale al 2019, dopo l’accordo a sorpresa tra Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel che prevedeva che Lagarde prendesse il controllo della Bce, mentre all’allora ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen sarebbe spettata la presidenza della Commissione Europea.

Nell’estate dello scorso anno, un portavoce della Bce aveva sottolineato che Lagarde “è determinata a completare il suo mandato (di otto anni, ndr)” dopo che l’ex presidente del World Economic Forum, Klaus Schwab, aveva detto che la presidente della banca centrale aveva discusso di una possibile uscita anticipata per assumere la guida del Wef. “Mi dispiace dirvi che non state per vedere la mia uscita di scena”, ha detto Lagarde ai giornalisti presso la sede della Bce lo scorso giugno.

In quel caso la smentita fu netta. Stavolta non sembra: “La presidente Lagarde è totalmente concentrata sulla sua missione e non ha preso alcuna decisione in merito alla fine del suo mandato”, ha detto un portavoce della Bce rispondendo alla richiesta di commenti sulle indiscrezioni del Financial Times. Ma poi ha anche aggiunto che non ci saranno ulteriori commenti sulla questione. In pratica: quello che dovevamo dire, l’abbiamo detto.

Se l’uscita anticipata di Lagarde dovesse effettivamente prendere forma nelle prossime settimane, non è escluso che tutti gli equilibri nella Bce potrebbero essere interessati. Perché la fase è particolarmente delicata, la minaccia americana incombe, i rapporti commerciali globali si riscrivono quotidianamente. E la ricercata debolezza del dollaro americano impressa da Trump con le politiche tariffarie ha evidenti ricadute sul ruolo dell’euro.

Che qualcosa si muova lo ha dimostrato pochi giorni fa il presidente della Bundesbank Joachim Nagel, che si è detto favorevole al progetto di emissione di eurobond, ovvero di titoli sovrani emessi dall’Unione Europea per finanziare grandi progetti. Un’apertura rivoluzionaria per un’istituzione della Germania, da sempre contraria al debito congiunto anche a difesa del ruolo del Bund come benchmark di riferimento e asset “risk-free” dell’area euro, con vantaggi intuitivi per i tassi di indebitamento di Berlino proprio mentre deve finanziare la sua corsa al riarmo. Un’apertura, peraltro, vistosamente in contrasto con la posizione del cancelliere Merz, che ha cercato di stoppare sul nascere ogni dibattito sulle emissioni di eurobond per contrastare il ruolo dei T-Bond nel vasto e sempre molto appetito mercato obbligazionario sovrano. Quindi oltre al contenuto è il tempismo a essere eloquente: la mossa è stata interpretata da alcuni osservatori come un tentativo di posizionamento nella corsa al dopo-Lagarde. Pochi giorni prima delle indiscrezioni su un’uscita anticipata della stessa.

“È perfettamente concepibile che la Germania proponga un candidato idoneo per questa posizione, e che questo candidato sostenga anche la nostra visione di stabilità della Bce. Queste sono considerazioni generali che il governo tedesco condivide sempre con i suoi partner”, ha detto oggi a Berlino il portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius.

Anche l’Italia sonderà gli alleati europei sui suoi nomi: uno potrebbe certamente essere quello dell’attuale Governatore di Bankitalia Fabio Panetta, banchiere stimato e apprezzato, con un passato già nel board della Bce e motore del progetto per l’euro digitale, tema sempre più rilevante in materia monetaria. Oppure quello di Fabio Cipollone, esponente italiano nel Comitato esecutivo.

Ma nelle discussioni e analisi preliminari le candidature italiane non sono al momento le più chiacchierate. Piuttosto, potrebbe essere la volta buona per la Spagna, con la candidatura dell’ex governatore della banca centrale spagnola Pablo Hernandez de Cos. Da tempo Madrid cerca di scalare l’Eurotower, e l’uscita di De Guindos dalla vicepresidenza Bce tra pochi mesi a maggio (già ci sono sei candidature, tra cui il portoghese Mario Centeno e il finlandese Olli Rehn) potrebbe effettivamente agevolare la candidatura spagnola. Due sono le incognite: pur essendo un rappresentante dell’Europa meridionale, de Cos ha mostrato nel tempo un approccio da falco moderato, più che da colomba. Inoltre sarebbe un’inedito per la Spagna, la “piccola” tra le grandi economie europee che più hanno chance di guidare un’istituzione potente come la Bce. Come si sa, l’elezione avviene su indicazione del Consiglio Ue a maggioranza qualificata.

In lizza per l’Eurotower c’è anche l’ex governatore della Banca di Olanda Klaas Knot. Il suo nome circolava molto nei mesi scorsi, ma un approccio severo da falco del Nord Europa – fortemente contrario al debito comune e molto scettico nei confronti di politiche monetarie di quantitative easing, come quelle lanciate da Mario Draghi ai tempi della Grande crisi e da Lagarde durante la pandemia – rischia di essere divisivo. A maggior ragione in una fase storica in cui, complici le politiche di svalutazione del dollaro americano, la moneta unica e tutto il sistema finanziario dell’eurozona sono chiamati a ripensarsi per affermarsi come valuta di riserva alternativa al biglietto verde.

C’è poi la tedesca Isabel Schnabel, che in questi anni ha lavorato molto in sintonia con Lagarde, riuscendo anche a scrollarsi di dosso quell’aria austera vicino alle posizioni del Nord Europa che hanno accompagnato inizialmente il suo mandato. Anche se, va notato, la sua corsa appare azzoppata dalla nazionalità, la stessa della presidente della Commissione von der Leyen: all’Eurotower e a Palazzo Berlaymont due tedesche possono essere effettivamente indigeste.

Non si esclude che nella partita degli equilibri futuri entri in gioco anche la scelta del successore di Philip Lane che, da capo economista, svolge un ruolo chiave a Francoforte. Lane guida l’Eurosystem Research Department, e coordina l’analisi economica della zona euro, fornendo previsioni macroeconomiche su inflazione, crescita, occupazione e finanza. Quelle previsioni influenzano fortemente le decisioni di politica monetaria adottate dal Consiglio direttivo nelle sessioni di politica monetaria che si tengono regolarmente ogni sei settimane. Soprattutto in questo momento segnato dall’incognita Fed, che sarà presto guidata da Warsh, un banchiere che ha già fatto intendere che vorrà intervenire – e ridurre – sul portafoglio della banca centrale, e lo farà probabilmente coordinandosi con il Tesoro americano guidato dal segretario Scott Bessent.

Le eventuali mosse su dollaro e Treasury avranno certamente ricadute sul tasso di cambio, e quindi sull’euro, così come sui flussi commerciali e l’inflazione. I mercati ancora non sanno ancora bene cosa aspettarsi dalla Fed di impronta trumpiana, ma è anche per questa incognita che la corsa dei lepenisti all’Eliseo e le mosse difensive di Macron sulla Bce vanno inquadrate in una cornice ben più ampia, non solo francese.

di   Claudio Paudice su Huffpost

 

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