Anno: XXVIII - Numero 195    
Mercoledì 14 Ottobre 2026 ore 13:30
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Ranucci lascia Report fra gli scatoloni

Il giornalista affida ai social un addio amaro dopo il no del Tribunale al reintegro. Accuse al rumore mediatico e alla Rai, mentre la redazione rompe il silenzio: «Non lo abbiamo mai sfiduciato»

Ranucci lascia Report fra gli scatoloni

Vent’anni di inchieste, circa 500 puntate e una redazione che ha fatto della denuncia il proprio marchio di fabbrica. Ora, al posto delle telecamere e dei fascicoli, ci sono gli scatoloni. Sigfrido Ranucci lascia il suo ufficio di Report con un video pubblicato sui social, una musica di sottofondo e parole che hanno il sapore di un addio, ma soprattutto di un atto d’accusa. Non è soltanto la fine di un’esperienza professionale: è il racconto amaro di uno scontro che investe il giornalismo d’inchiesta, il servizio pubblico e il rapporto fra autonomia professionale e potere editoriale.

«Finisce una storia durata vent’anni. Raccolgo i ricordi che mi hanno accompagnato in circa 500 puntate di Report», scrive il conduttore. Poi il passaggio più duro: «L’avevo messo in conto e ho sempre cercato di immaginare come sarebbe andata: mi sono figurato tanti scenari, ma mai avrei pensato a modalità così mostruose».

Parole che restituiscono tutta la frattura di queste settimane. Ranucci non nasconde la delusione, ma rivendica le proprie scelte. «Non rimpiango nulla di quello che ho fatto. Rifarei tutto, perché ho scelto di difendere dei principi, ho scelto di non piegare la schiena davanti a nessuno». Una dichiarazione che trasforma il congedo in una rivendicazione di indipendenza, con un riferimento esplicito alle paure, alle incertezze e alle convenienze personali alle quali, sostiene, non ha voluto cedere.

Il messaggio è rivolto anche a chi considera il giornalismo del servizio pubblico una missione da difendere. «L’amore per la libera informazione, l’amore per lo spirito del servizio pubblico, per la Rai», scrive il giornalista, richiamando quei principi che, nella sua ricostruzione, hanno guidato il lavoro di una vita.

Nel suo ultimo messaggio, Ranucci sceglie di raccontare anche una storia lontana dall’Italia. È quella di Agnès Lassalle, l’insegnante di spagnolo uccisa a Saint-Jean-de-Luz, in Francia, nel 2023. Durante il funerale, il compagno Stéphane Voirin le rese omaggio danzando da solo davanti alla bara sulle note di L-O-V-E di Nat King Cole, la loro canzone. Poi, uno dopo l’altro, i presenti cominciarono a unirsi a lui, trasformando il dolore individuale in un gesto collettivo.

È l’immagine alla quale Ranucci affida il proprio futuro: «Trasformare il dolore in resilienza: è quello che farò, con la promessa di rivederci prima o poi».

Resta però l’amarezza per non aver potuto salutare il pubblico dal luogo simbolo del suo lavoro. «Mi dispiace non aver potuto salutarvi dallo studio di Report», scrive, prima di ringraziare quanti lo hanno seguito in questi anni. Il congedo si chiude con una citazione letteraria sul valore del cuore e della capacità di vedere oltre le apparenze. Ma dietro la malinconia del messaggio rimane una domanda politica e professionale: come si arriva alla separazione da uno dei volti più riconoscibili del giornalismo d’inchiesta della Rai?

La vicenda ha conosciuto un passaggio decisivo con l’ordinanza del Tribunale di Roma che ha respinto l’istanza di Ranucci per il reintegro alla guida del programma. Una decisione che il giornalista ha contestato pubblicamente, collegandola anche al clima mediatico che si è sviluppato intorno al suo caso.

A margine dello spettacolo Diario di un trapezista, al teatro Duse di Bologna, Ranucci ha commentato anche la presa di posizione della squadra di Report, intervenuta per dichiarare di non averlo mai sfiduciato e di non averne chiesto la rimozione.

«Magari potevano mandare un messaggio un po’ prima, in maniera anche forte», ha osservato, lasciando trasparire una delusione che non riguarda soltanto le decisioni aziendali, ma anche il comportamento di chi ha lavorato al suo fianco.

Il conduttore ha spiegato che, a suo giudizio, la redazione sarebbe intervenuta dopo aver letto le motivazioni dell’ordinanza. Ha inoltre contestato il peso attribuito alle dichiarazioni di persone che, nel corso della vicenda, avevano espresso posizioni critiche sul suo futuro a Report. Fra queste ha citato Michele Santoro, Corrado Formigli e Roberto Saviano, ricordando anche il ruolo di altre figure coinvolte nel dibattito.

Il punto più controverso della denuncia di Ranucci riguarda quello che definisce il «rumore mediatico». Secondo il giornalista, circa 3.500 articoli falsi avrebbero contribuito a condizionare l’opinione pubblica e, indirettamente, il contesto nel quale è maturata la decisione giudiziaria. Si tratta di una sua accusa, che richiede verifiche puntuali sui contenuti contestati e sul loro effettivo peso nella vicenda.

«È passato il concetto che si può rimuovere un giornalista in base al rumore mediatico, poco importa se sia vero o falso. Io credo che non sia giusto questo», ha dichiarato.

È qui che la vicenda individuale assume un significato più ampio. Il caso Ranucci pone interrogativi sul rapporto fra informazione, reputazione, pressione pubblica e decisioni editoriali. Il problema non è soltanto stabilire chi abbia ragione nello scontro fra il giornalista e l’azienda, ma capire quali garanzie debbano accompagnare la gestione di una trasmissione d’inchiesta e quali responsabilità spettino a chi contribuisce a costruire il dibattito pubblico.

Per il momento, l’immagine che resta è quella degli scatoloni, dei ricordi raccolti dopo vent’anni e di un saluto affidato ai social anziché allo studio televisivo. Ranucci dice di non rimpiangere nulla e promette di trasformare la sofferenza in una nuova forma di resistenza. La redazione, intanto, nega di averne chiesto l’allontanamento. Fra le due posizioni rimane una frattura che va oltre una singola trasmissione e investe il significato stesso del servizio pubblico: garantire un’informazione libera, indipendente e capace di rispondere ai cittadini, anche quando le sue inchieste diventano scomode.

La storia di Report, almeno per Ranucci, si chiude così: senza un ultimo saluto in studio, ma con una denuncia che lascia aperto il confronto sul futuro del giornalismo d’inchiesta nella Rai.

 

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