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Magistrato insulta Meloni, bufera sulla toga

L’espressione «nana borgatara» in un post attribuito al Pm Alessandro Di Cicco dopo lo scontro sugli aumenti degli stipendi dei magistrati L’Anm prende le distanze. Lui si difende: «Sono stato hackerato».

Magistrato insulta Meloni, bufera sulla toga

La polemica tra politica e magistratura si arricchisce di un nuovo caso, questa volta esploso sui social. Nel mirino finisce la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insultata in un post pubblicato su Facebook e attribuito al sostituto procuratore di Roma Alessandro Di Cicco. Parole pesanti, che hanno provocato reazioni politiche e istituzionali e costretto l’Associazione nazionale magistrati a intervenire per prendere le distanze da un linguaggio giudicato incompatibile con il rispetto dovuto alle istituzioni.

Il messaggio sarebbe comparso nella serata di domenica 18 ottobre, dopo le dichiarazioni della premier sul blocco degli adeguamenti retributivi destinati ai magistrati. «La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia»: questo il testo del post riportato da diverse testate. Un attacco personale che, al di là del merito della controversia sugli stipendi, sposta il confronto dal terreno delle decisioni amministrative e politiche a quello dell’insulto.

La vicenda presenta un evidente risvolto istituzionale. Il rapporto tra governo e magistratura è già attraversato da tensioni su riforme, competenze e retribuzioni. In questo quadro, il ricorso a espressioni offensive nei confronti della presidente del Consiglio rischia di alimentare ulteriormente la contrapposizione, soprattutto quando il linguaggio viene attribuito a un magistrato chiamato, per funzione, a garantire il rispetto della legge e delle regole.

L’Associazione nazionale magistrati ha definito il linguaggio utilizzato «profondamente inappropriato», sottolineando l’importanza del rispetto istituzionale. Una presa di distanza significativa: la critica alle scelte del governo è legittima, così come è legittimo discutere degli stipendi e delle condizioni economiche della magistratura. Ma la libertà di critica non richiede l’umiliazione personale dell’interlocutore, né l’insulto può essere considerato una forma accettabile di confronto tra istituzioni.

Dopo la diffusione della notizia, Di Cicco avrebbe sostenuto di essere stato hackerato, dichiarando di non aver immaginato che la vicenda potesse provocare un simile clamore. Una spiegazione che dovrà essere valutata alla luce degli elementi disponibili: allo stato, la versione del magistrato va riportata come una sua dichiarazione, senza trasformarla né in una prova di estraneità né in un’ammissione di responsabilità.

Resta, intanto, la questione di fondo. Le istituzioni hanno bisogno di un confronto anche duro, ma fondato su argomenti e responsabilità. Un magistrato può contestare una decisione del governo; un presidente del Consiglio può rivendicare le proprie scelte. Quando, però, il dibattito scivola nell’aggressione personale, il rischio è che a perdere credibilità siano entrambe le parti e che il conflitto politico finisca per coinvolgere anche l’immagine della giustizia.

Il caso Di Cicco, dunque, non riguarda soltanto una frase pubblicata su Facebook. Riguarda il confine tra critica e insulto, la responsabilità nell’uso dei social e la necessità che chi ricopre incarichi pubblici sappia distinguere la polemica dal dileggio. Se il post è stato effettivamente pubblicato da terzi dopo un accesso abusivo, saranno gli accertamenti a chiarirlo. Fino ad allora, la vicenda impone prudenza sulle responsabilità individuali, ma lascia intatta una certezza: il rispetto istituzionale non può essere invocato soltanto quando a essere attaccata è la propria parte.

 

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