Sulla legge elettorale Vannacci ha già vinto la sua prima battaglia
Il generale ha giocato la partita delle preferenze trasformando una questione interna alla maggioranza in una sfida aperta alla leadership di Meloni.
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Vannacci-Meloni 1 a 0.Il generale ha giocato e sta giocando la partita delle preferenze con un’abilità che smentisce l’immagine troglodita che riveste a uso del suo elettorato più rancoroso. Quella partita per la premier sarebbe stata comunque un guaio. Il suo partito ha promesso troppe volte un emendamento sul ripristino delle preferenze per ritirarsi in modo del tutto indolore e senza pagare alcun pegno. Però, complice l’immobilità dell’opposizione che ritiene più proficuo arroccarsi nella denuncia della forzatura antidemocratica piuttosto che puntare a far esplodere tensioni e contraddizioni nella maggioranza, sapeva che quel pegno sarebbe stato comunque limitato.
Il progetto era provarci, tentare una mediazione con Lega e Fi ma, in caso di probabilissimo insuccesso, arretrare in nome della sacra unità del centrodestra. L’entrata a gamba tesa di Vannacci ha cambiato tutto. Il generale ha trasformato una questione interna alla maggioranza che tutti avevano interesse a mantenere comunque in sordina, in una sfida aperta: una messa alla prova della leadership di Giorgia Meloni, la cartina di tornasole che dimostrerà se Giorgia è davvero la leader forte che sostiene di essere o se quel ruolo è ancora vacante, col generale stesso pronto a occuparlo.
Da quel momento la tensione si è impennata e rischia di diventare incontrollabile. Lega e Fi fanno muro: la legge così com’è è, sgradita a entrambi, già un regalo fatto a FdI in nome dell’unità della maggioranza, nuove modifiche non sarebbero accettabili. I leader si sono incontrati, sia pure da remoto, martedì sera ed è andata tanto male da consigliare di nascondere la chiacchierata. Meloni prova a forzare: «Voglio vedere se davvero voterete contro i miei emendamenti». Gli alleati non si piegano: «Stia attenta a non esagerare perché da sola e senza alleati non può vincere le elezioni».
In effetti la premier sembra in un vicolo cieco: comunque si muove, va a sbattere. Una rottura della maggioranza in aula porterebbe quasi certamente alla crisi di governo e al crollo della coalizione. La resa darebbe un colpo micidiale alla sua immagine e alla sua autorevolezza. Far saltare il tavolo rinunciando alla riforma elettorale equivarrebbe in questa condizione a votare con una legge che quasi garantisce la sconfitta: nel Centro-Sud il Campo Largo dovrebbe fare il pieno nei collegi maggioritari e anche nel Nord una vittoria schiacciante, con il disturbo Vannacci in campo, non è certissima.
Il generale stesso rigira il coltello nella ferita che lui stesso, nella sostanza, ha aperto: «Meloni alla presidenza della Repubblica potrebbe essere un’opzione. Ma non so quanto potrei essere invogliato a votarla se non si impone per portare le preferenze nella legge elettorale». Il leader di Fn si trova in situazione opposta a quella della potente competitor tricolore. Per lui la partita è win-win. Se la premier sarà costretta alla resa avrà gioco facile nel denunciare la sua subalternità ai moderati di Fi, sui quali non sa imporsi. Se la maggioranza si rompe avrà di fronte a sé una strada larghissima per raggiungere l’obiettivo che in tutta evidenza persegue: la costruzione di una nuova coalizione non più di centrodestra ma apertamente di destra, basata sull’alleanza tra lui e Meloni, con la Lega di nuovo partito di rappresentanza degli interessi del Nord e gli odiati centristi di Fi messi alla porta.
Un terreno che sembrava secondario come quello delle preferenze è diventato così la prima mano in un gioco dal quale dipende la stessa idoneità della destra italiana. Nei giorni scorsi Marina Berlusconi avrebbe messo un veto irremovibile a qualsiasi alleanza con Vannacci. Senza Fn e con una coalizione nella quale per la prima volta sono emerse in piena luce tensioni molto profonde significherebbe però una sconfitta probabile e forse anche di dimensioni cocenti. Inoltre se la premier arrivasse alle urne con l’handicap di apparire subalterna alla forza più moderata della coalizione e agli interessi di una imprenditrice che indirizza le scelte politiche senza essere leader politica ad avvantaggiarsene sarebbe proprio Fn: non a caso già da settimane Vannacci martella proprio su questo punto nevralgico. E se il generale arrivasse a sfiorare la doppia cifra, dopo un vulnus profondo tra Fdi e Fi come sarebbe la resa di Giorgia sulle preferenze, ogni scenario diventerebbe possibile.
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