Quando la giunta dell’Anm disse: «Falcone è antidemocratico...»
Dopo le polemiche per le parole di Nordio, si ricomincia a citare il giudice a sproposito. Dimenticando come fu trattato dai colleghi.
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È bastata una parola, “para-mafioso”, pronunciata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio per scatenare l’ennesima tempesta perfetta. Il Guardasigilli, durante un’intervista, ha osato definire così il sistema di controllo del Csm da parte delle correnti della magistratura. Apriti cielo. E per attaccarlo citano nuovamente Falcone a sproposito.
L’Anm ha risposto con un comunicato che sembrava scritto col fuoco, parlando di offesa profonda e tirando fuori, come un riflesso pavloviano, i nomi dei magistrati uccisi dalla mafia. Poi è toccato a M5S e Pd, quest’ultimo completamente appiattito sui grillini, tirando di nuovo fuori il nome di Falcone. Il solito scudo, il solito nome usato come santino da sventolare contro il nemico di turno. Ma in mezzo a questa tempesta c’è un paradosso che urla. Tutti conoscono la storia di Falcone e del Csm che lo bocciò per Antonino Meli. Pochi invece sanno come lo trattò l’Anm. E quel capitolo, tirato fuori da un libro che in questi giorni sarebbe il caso di riaprire, dice più di mille comunicati stampa.
La parte stranota a tutti è quando, nel 1988, il Csm boccia Falcone in favore di Meli per mera anzianità. Fu l’inizio della fine. Ma c’è un altro episodio, semisconosciuto, che esce dalle pagine di un vecchio libro dal titolo Storia di Giovanni Falcone. L’autore è Francesco La Licata, un giornalista che di quegli anni ha respirato l’aria vera. Siamo nell’ottobre del 1990. Sono passati pochi giorni dall’omicidio di Rosario Livatino. L’Italia è sotto shock. La giunta dell’Anm decide di fare fronte comune. Istituisce una commissione per presentare proposte al governo. Falcone entra a farne parte. Ma quando vede come è strutturata, lui la chiama «folle».
Il metodo? Quattro rappresentanti per ogni corrente della magistratura. Sedici persone in tutto. E non basta: all’organismo viene imposta una linea rigida, scolpita nel marmo. Due capisaldi intoccabili: la difesa a oltranza dell’indipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e l’intoccabilità del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Falcone va su tutte le furie. Dice che è offensivo anche solo pensare di allargare un mandato tanto rigido a una commissione che già di suo rischia di non servire a niente. Si dimette in segno di protesta. E spiega, con parole che il libro riporta fedelmente: «I magistrati risentono ancora di un retaggio ideologico che non fa i conti con la realtà». La risposta dell’Anm? Lo accusa di «comportamento antidemocratico». Il motivo? Perché non si allinea.
Il libro di Licata lo ritrae così, riportando la testimonianza del suo amico giurista Giuseppe Di Federico, scomparso nel settembre scorso: «Ecco cos’era Giovanni Falcone: un giudice che non accettava condizionamento ideologico. Uno che mirava a fare le cose. Era avanti di molti anni, rispetto agli altri. Credo che questa marcia in più gliel’avesse data la continua frequentazione con altri Paesi europei e con gli Stati Uniti». Un giudice che capiva come l’indipendenza fosse diventato un feticcio da sventolare per bloccare ogni riforma, azione e coordinamento con gli altri poteri dello Stato. Ma è stato bollato come “antidemocratico”.
L’accusa, come detto, arrivò proprio dall’Anm. Quella che oggi evoca il suo nome per attaccare Nordio. Ma Falcone era un giudice che non accettava condizionamenti ideologici. Uno che era avanti di molti anni rispetto agli altri. E lo è tuttora, nonostante sia morto 34 anni fa. Proprio per questo dava fastidio. Non al governo, ma a quella corporazione che oggi si presenta come suo custode. Un nome che è ingombrante tuttora. E l’unica cosa che possono fare è stravolgere il suo pensiero, riducendolo a un populista qualunque.
Borsellino lo disse chiaramente, nell’intervista del 29 maggio 1992 al Gr1, pochi giorni prima di morire. Parlò dei colleghi che dopo la morte di Falcone ne riconobbero le “indiscusse capacità”, ma quando era in vita non tradussero “queste loro convinzioni nelle decisioni che avrebbero dovuto celermente portare Falcone ai vertici della struttura nazionale antimafia”. Borsellino accusò la magistratura di ipocrisia. Di aver contribuito all’isolamento del suo amico. E allora viene da chiedersi: chi oggi usa il nome di Falcone per difendere il sistema che il referendum vuole riformare ha davvero il diritto di farlo? O non sta piuttosto usando il suo nome per proteggere esattamente quel meccanismo che lo ha tradito?
Parlare di sistema para-mafioso non significa lanciare accuse di mafia. Significa descrivere meccanismi di controllo e dinamiche di fedeltà che ricordano il metodo mafioso. Chi oggi si strappa le vesti dovrebbe rileggersi Marco Pannella. Quando definiva la Corte costituzionale la “suprema cupola della mafiosità partitocratica”, non stava parlando di lupare, ma di qualcosa di più sottile: l’uso di una istituzione fondamentale come scudo per proteggere il potere governativo contro la volontà popolare. Ma per quanto riguarda la Consulta, per fortuna è un lontanissimo ricordo.
Falcone è stato un giudice che capiva che l’indipendenza non è un feticcio da sventolare per bloccare ogni riforma. E qui arriviamo al punto che brucia ancora oggi. Perché nella sentenza della strage di Capaci, quella emessa a Caltanissetta e diventata definitiva, c’è scritto nero su bianco: la mafia ha avuto la strada spianata anche grazie a «una sinergia che si avvaleva della cooperazione (almeno) colposa di alcuni settori della magistratura e che agevolava il processo di isolamento intrapreso nei confronti di Giovanni Falcone». Non è una opinione, non è la frase bufala come quelle deliranti che girano virali sui social. È una sentenza.
Oggi, quando l’Anm e le opposizioni evocano Falcone per contrapporsi a chi vuole riformare l’ordinamento giudiziario, fanno un torto enorme alla sua memoria. E usano sempre lo stesso grimaldello: l’indipendenza. Come se la magistratura fosse un corpo estraneo allo Stato. Come se ogni tentativo di riforma fosse un attacco alla democrazia. Falcone quell’indipendenza la difendeva eccome. Ma la voleva vera, efficace. Non un privilegio corporativo. Lui sosteneva la necessità di specializzare i pm, di superare il feticismo dell’obbligatorietà dell’azione penale che trasformava la giustizia in un meccanismo cieco e irresponsabile. E sulla rivisitazione di alcuni dogmi, nel volume La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia, Falcone richiamava Piero Calamandrei: in Costituente, da strenuo sostenitore dell’indipendenza della magistratura, propose l’istituzione di un Procuratore generale Commissario della Giustizia, eletto dal parlamento. Proprio per evitare che «un sistema di assoluta separazione della magistratura dagli altri poteri dello Stato presentasse inconvenienti di segno opposto, ma non meno gravi, rispetto a quelli di dipendenza dall’esecutivo».
Questo richiamo a Calamandrei sottolinea quanto Falcone fosse consapevole della necessità di un sistema che, pur garantendo la totale autonomia del giudice, non isolasse la magistratura in un’autoreferenzialità priva di responsabilità istituzionale. Parole, azioni, visione che sono agli antipodi da tanti suoi colleghi, compresi coloro che oggi siedono negli scranni del Parlamento e della commissione antimafia, e che purtroppo dettano la linea anche al Partito democratico. Ieri come oggi, la verità fa paura. Il sistema si sente toccato e reagisce come sempre: urlando allo scandalo, evocando i morti, citando Falcone, difendendo i colleghi che sostengono con argomentazioni gravi il no alla riforma. È ora di smetterla di citare invano Falcone. È un atto di rispetto verso il diritto alla verità. E verso chi viene isolato, messo fuori dai giochi solo perché non è fedele alla linea. La memoria si onora di raccontando tutta la storia. Anche quella scomoda. E magari traendone insegnamento.
Di Damiano Aliprandi su Il Dubbio
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