Non vendete il nostro debito.
Il Tesoro Usa avverte l'Ue sui 12 trilioni di asset in bond e azioni.
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A Davos Scott Bessent (nella foto) vuole esorcizzare l’ultima idea che si sta facendo strada in Europa: “Sell America”. Ovvero, vendere tutti gli asset americani, azioni, obbligazioni e strumenti finanziari di ogni tipo, detenuti in Europa
“Non fatelo”. L’avvertimento arriva da Davos, dove è iniziato il World Economic Forum a cui il presidente degli Stati Uniti parteciperà mercoledì. E a lanciarlo il segretario al Tesoro americano Scott Bessent. L’uomo dei conti di Donald Trump ha definito una “narrazione falsa” le speculazioni secondo cui i Paesi europei potrebbero vendere Treasury statunitensi in risposta allo scontro sul Groenlandia. Parlando a margine del Wef di Davos, Bessent ha che l’idea nasce da una nota di ricerca di una banca europea e che si tratta di “una narrazione completamente falsa; sfida ogni logica e non potrei essere più in disaccordo”. Anzi, è il consiglio del segretario al Tesoro, “fate un bel respiro profondo e lasciate che la situazione faccia il suo corso. Non ascoltate l’isteria dei media”.
A cosa si riferisce l’ultimo affondo dell’amministrazione Trump contro l’Europa? L’idea è peregrina, ma si è ormai fatta largo: se le cose con gli Stati Uniti si mettono male, l’Europa avrebbe nel suo armamentario uno strumento, tra gli altri, con cui danneggiare davvero l’economia americana. E si chiama “Sell America”: ovvero, vendere tutti gli asset, americani, azioni, obbligazioni e strumenti finanziari di ogni tipo, detenuti in Europa e che valgono qualcosa come 12mila miliardi di dollari.
Le relazioni tra le due sponde dell’Oceano Atlantico hanno toccato il punto più basso dopo le nuove minacce di dazi lanciate dal presidente degli Usa in risposta all’esercitazione militare danese Arctic Endurance a cui hanno partecipato otto Paesi europei. Iniziativa che non è piaciuta al tycoon, che da giorni si è lanciato in una singolare campagna politica per portare la Groenlandia sotto l’influenza e la sovranità americane. Su Truth, il presidente Usa ha annunciato che dal primo febbraio saranno imposti dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia. Dal primo giugno queste tariffe saliranno al 25%, ha aggiunto Trump sottolineando che i dazi si pagheranno “fino al momento in cui non verrà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia”.
In risposta alle assurde minacce arrivate da Washington, l’Ue ha fatto quadrato: secondo quanto trapelato la rappresaglia europea alla minaccia di dazi potrebbe passare attraverso tasse doganali europee per un valore di 93 miliardi di euro o l’esclusione delle aziende americane dal mercato dell’Unione. Tra le cancellerie del vecchio continente si lavora alacremente per mettere a punto una strategia concreta e realistica nel caso i dazi americani scattassero davvero il prossimo mese. Per ora “cautela” e “dialogo” sono le parole d’ordine in un gioco delle parti dove ognuno fatica a capire quanto l’altro faccia sul serio. Di certo a Bruxelles e nelle altre capitali molti stentano ancora a credere che la politica commerciale degli Stati Uniti possa davvero seguire le bizze di un presidente così umorale.
Almeno per dare un segnale pubblico, la riattivazione dei dazi europei – in base a un elenco preparato lo scorso anno, ma sospeso fino al 6 febbraio per evitare una guerra commerciale a tutto campo – è stata discussa durante la riunione degli ambasciatori dell’Ue, insieme all’impiego del meccanismo di anticoercizione che può limitare l’accesso delle aziende americane al mercato dell’Unione. “Abbiamo strumenti di ritorsione a portata di mano se Trump insiste a usare metodi puramente mafiosi”, ha detto un diplomatico europeo citato dal Financial Times. “Allo stesso tempo vogliamo invitare pubblicamente alla calma e dargli l’opportunità di abbassare la temperatura” del confronto. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto all’Unione di reagire con il meccanismo di anticoercizione che non è mai stato utilizzato dalla sua adozione nel 2023. Lo strumento include restrizioni agli investimenti e può limitare le esportazioni di servizi come quelli forniti dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi nell’Ue, limitare l’accesso degli Stati Uniti agli appalti pubblici e all’attività bancaria.
Parigi, alla presidenza del G7 da gennaio, è la più attiva sul fronte commerciale, e ha invitato i ministri delle Finanze a discutere, tra le altre cose, delle tensioni sulla Groenlandia. L’auspicio vero è che i leader escano dal Forum economico di Davos con un accordo. Si spera nel meglio, ma corre l’obbligo di prepararsi al peggio: “Sono in corso intense consultazioni in questo momento e questa settimana si terrà anche un vertice europeo straordinario per discutere proprio di queste questioni e decidere la risposta politica dell’Ue. Abbiamo strumenti a nostra disposizione. Al momento, nulla è escluso”, ha detto il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, al suo arrivo alla riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles.
Una delle varie proposte che fa largo nel dibattito pubblico e che il Tesoro americano ha caldamente sconsigliato di praticare è quella avanzata da George Saravelos, responsabile globale della ricerca FX della Deutsche Bank. Ovvero la possibilità che l’Europa possa ridurre le sue partecipazioni in asset statunitensi, sostenendo l’euro. “I paesi europei possiedono 8.000 miliardi di dollari in obbligazioni e azioni statunitensi, quasi il doppio del resto del mondo messo insieme”, ha sottolineato Saravelos in una nota di domenica. “In un contesto in cui la stabilità economica dell’alleanza occidentale è compromessa in modo esistenziale, non è chiaro perché gli europei sarebbero così disposti a svolgere questo ruolo”. Detenere questi asset, specie le obbligazioni del debito americano, aiuta gli Stati Uniti a bilanciare i suoi enormi deficit con l’estero, e da questo punto di vista l’Ue rappresenta il più grande creditore degli Usa sul mercato. In realtà l’esposizione sarebbe anche maggiore: tenendo conto di bond sovrani e corporate, azioni e altri strumenti finanziari, il conto finale supera i 12mila miliardi di dollari. “Con l’esposizione al dollaro statunitense ancora molto elevata in tutta Europa, gli sviluppi degli ultimi giorni potrebbero incoraggiare ulteriormente il riequilibrio del dollaro”, ha aggiunto Saravelos.
La ricetta suggerita sarebbe in soldoni quella che segue: vendere, vendere, vendere. Ipotesi suggestiva, almeno sul piano teorico, nella pratica è tutta da studiare. E lo stesso stratega di Deutsche Bank ne è consapevole: “Con la posizione patrimoniale netta internazionale degli Stati Uniti a livelli negativi record, l’interdipendenza reciproca tra i mercati finanziari europei e statunitensi non è mai stata così elevata. Si tratterebbe di un’arma di capitali, piuttosto che di flussi commerciali, che sarebbe di gran lunga la più destabilizzante per i mercati”.
In effetti si candida a essere un disastro annunciato. Prima di tutto difficile da attuare a livello centrale. A detenere gran parte di questi asset, in particolare i titoli del Tesoro americano, non sono i Governi dei Paesi Ue ma soggetti privati, come le banche, i fondi di investimento, investitori istituzionali e privati. Non di meno i fondi pensione soprattutto del Nord Europa, ad esempio dell’Olanda per circa 650 miliardi di dollari, della stessa Danimarca, per circa 250 miliardi, ma pure di Svezia, Regno Unito e Francia. E una discreta parte di questa esposizione non è coperta dal rischio di cambio.
Vendere grandi quantità di titoli USA richiederebbe del resto un mercato disposto ad acquistarli (cosa tutt’altro che semplice), e potrebbe danneggiare gli Stati Uniti ma anche l’Europa stessa. Vendere tutto e in quantità concentrate avrebbe l’effetto di far crollare il valore degli asset, facendo registrare perdite enormi per chi li ha messi sul mercato. E’ vero che i mercati dei capitali statunitensi sono profondi e liquidi, basti pensare che il solo mercato dei titoli del Tesoro vale 30 trilioni di dollari, rendendo così molto difficile per un investitore istituzionale diversificare la sua posizione rispetto a tutto ciò che è a stelle e strisce. Altrettanto vero, gli Stati Uniti sono vulnerabili ai deflussi esteri, affermano gli analisti interpellati da Reuters.
C’è un ovvio problema, inoltre, di coordinamento: titoli di debito e azioni sono detenuti da soggetti privati, non da Stati, motivo per cui un’azione coordinata appare difficile se non impossibile, richiederebbe tempo e leggi analoghe in tutti i Paesi Ue per vincolare i creditori a vendere i propri titoli a ogni costo. Ben poco plausibile. La banca olandese Ing ha affermato che l’Ue potrebbe fare ben poco per costringere gli investitori del settore privato europeo a vendere attività in dollari; diversamente potrebbe cercare di incentivare gli investimenti in attività in euro.
Per il Tesoro americano meglio non provarci: il mercato del debito Usa “ha le migliori performance al mondo. E’ il mercato più liquido ed è la base di tutte le transazioni finanziarie. Penso che tutti debbano fare un respiro profondo. Non date ascolto ai media isterici”, ha ribadito da Davos. E’ pur vero che il debito americano pare avviato verso un percorso al limite della sostenibilità, raggiungendo i 38 trilioni di dollari. E la domanda che i mercati si pongono è fino quando i titoli del Tesoro americano potranno ancora essere considerati “risk-free”, asset privi di rischio, in un contesto di crescente peso dell’indebitamento e di frattura geopolitica con i propri creditori, coloro che prestano il denaro a Washington per finanziarsi.
In effetti le mosse avventate di Trump dovrebbero indurre gli investitori europei a ricalibrare gradualmente e silenziosamente la propria esposizione, limitando i nuovi acquisti e uscendo lentamente e in modo oculato dalla loro esposizione sugli asset americani. Non è detto che ciò non accada ma se così sarà, lo si dovrà esclusivamente alla innata inclinazione del mercato a mitigare, scontare e pesare da sé la propria esposizione in base ai diversi fattori di rischio che sono prezzati in maniera pressoché immediata dagli investitori.
Sulla scorta di questo, l’ex capo economista del Fondo Monetario Olivier Blanchard ha rilanciato una vecchia proposta che se attentamente praticata potrebbe nel tempo rappresentare una reale contromisura alle minacce di chiunque, degli Stati Uniti di Trump ma pure di altri attori. In realtà è un’idea ormai piuttosto scontata nei dibattiti accademici, e più volte espressa anche dall’ex premier italiano Mario Draghi ma anche da altri autorevoli esponenti. Secondo Blanchard la maggior parte delle contromisure che l’Ue sta prendendo in considerazione “sono costose per gli Stati Uniti, ma anche costose per l’Ue. Sia che si tratti di restrizioni all’esportazione di farmaci, di tasse digitali più alte sulle imprese non residenti,dovrebbero sicuramente essere prese in considerazione, ma bisogna rendersi conto che comporterebbero qualche dolore. Tuttavia, una misura a cui riesco a pensare, che potrebbe essere annunciata ora e implementata relativamente rapidamente, e che sarebbe vantaggiosa per l’Ue, è la creazione di un mercato profondo dei bond in euro, riducendo il dominio del dollaro”.
A causa di veti e contro veti tra le capitali, l’eurozona non è mai stata capace di sviluppare un mercato obbligazionario unico. Il secco No da sempre imposto da alcuni Paesi del Nord Europa agli eurobond ha impedito nel tempo la nascita di un sistema profondo e altrettanto liquido di obbligazioni sovrane targate Europa da vendere e comprare sui mercati globali, preferendo piuttosto un mercato frammentato fatto di bund tedeschi, btp italiani, oat francesi, bonos spagnoli e così via. “Può essere fatta, a basso costo politico, con benefici per l’Ue e costi per gli Stati Uniti”, ha aggiunto Blanchard, che ragionevolmente ammette: “Varrebbe la pena farla comunque, ma annunciarla ora mostrerebbe che l’Europa ha alcune carte da giocare ed è disposta a giocarle”.
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