L'incubo atlantico.
Trump vuole regalare la Groenlandia all'America per i 250 anni.
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Il presidente potrebbe così celebrare in grande stile l’anniversario tondo il prossimo 4 luglio. Ma dopo l’attacco in Venezuela, la questione esploderebbe in casa Nato, già al summit di Ankara. Il segretario Rutte rimane in silenzio per mantenere l’Alleanza fuori dal dibattito. In Ue allarme tra i socialisti, a partire dalla danese Frederiksen, in imbarazzo gli altri. Perché tutti non vogliono perdere gli Usa adesso che c’è da gestire l’Ucraina: martedì vertice a Parigi
Secondo alcuni rumors, il sogno di Donald Trump sarebbe di annettere la Groenlandia entro il prossimo 4 luglio per aggiungere un ingrediente prezioso alle celebrazioni in programma in pompa magna per il 250esimo Independence Day. Sottrarre al Regno di Danimarca il territorio artico ricco di minerali e terre rare, strategico per le rotte dal Nord America all’Europa e la Russia, potrebbe anche servire per la campagna per le elezioni di Midterm in autunno e per silenziare i mugugni tra i Maga, che non vedono di buon occhio l’attacco militare in Venezuela ma potrebbero apprezzare un intervento alle porte di casa, di maggiore effetto nel rafforzamento della sovranità nazionale Usa. La tempistica potrebbe restare un sogno di Trump, ma la sequenza degli ultimi eventi, con le nuove minacce sulla Groenlandia arrivate subito dopo il blitz delle forze speciali americane a Caracas, spaventa gli europei e rischia di catapultare il caso sul tavolo della Nato, roba pericolosissima che non a caso il segretario generale dell’alleanza Mark Rutte ha sempre cercato di evitare in questo primo anno del secondo mandato di Trump. È altissimo il rischio di spaccare anche la Nato, oltre che l’Ue, divisa come al solito, sul Venezuela e sulla Groenlandia. “Se gli Stati Uniti attaccano un paese della Nato, sarà la fine di tutto”, dice senza mezzi termini la premier danese Mette Frederiksen.
Nel giro di poche ore, dall’arresto di Maduro alle nuove minacce di Trump sulla Groenlandia, i leader europei sono passati dall’imbarazzo per non essere stati informati preventivamente sull’attacco in Venezuela al terrore di potersi ritrovare in un confronto militare con gli Stati Uniti, finora l’alleato sul quale tutti si sforzavano di poter contare in funzione anti-russa, malgrado Trump. Il risveglio nel nuovo anno è brusco. “Se gli Stati Uniti scegliessero di attaccare militarmente un altro Paese della Nato, allora tutto si fermerebbe. Compresa la nostra Nato e quindi il sistema di sicurezza istituito dalla fine della Seconda guerra mondiale”, insiste Frederiksen, assicurando che “faremo di tutto per evitare che ciò accada”. È esplicito nel sostegno alla premier danese il britannico Keir Starmer: “La sostengo e ha ragione sul futuro della Groenlandia. La Danimarca è uno stretto alleato europeo, uno stretto alleato della Nato, solo la Groenlandia e il Regno di Danimarca devono decidere il futuro della Groenlandia. Su questo siamo assolutamente chiari”. Decisamente al fianco di Copenhagen, si schierano gli altri due Stati scandinavi dell’Ue, Finlandia e Svezia.
Emmanuel Macron dichiara solidarietà. In silenzio imbarazzato Friedrich Merz, ma il ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, esponente della Cdu, evoca l’articolo 5 della Nato, che obbliga gli Stati a intervenire se un membro dell’Alleanza viene attaccato. Soltanto che nel caso della Groenlandia si tratterebbe di scontro interno al Patto Atlantico, un inedito nell’ordine creato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ad ogni modo, è significativo che Wadephul consideri la questione come un oggetto ormai maturo per un dibattito in sede Nato. “Poiché la Danimarca è membro della Nato, anche la Groenlandia sarà, in linea di principio, soggetta alla difesa della Nato – dice il ministro tedesco in visita oggi in Lituania – E se ci saranno ulteriori esigenze per rafforzare gli sforzi di difesa riguardanti la Groenlandia, allora dovremo discuterne nell’ambito dell’alleanza”.
Del resto, la Nato viene evocata pure nelle imbarazzate risposte dei portavoce della Commissione europea. “Ricordiamo che la Groenlandia è un alleato degli Usa ed è coperta anche dall’alleanza Nato. Questa è una differenza fondamentale”, dice la portavoce-capo della Commissione europea, Paula Pinho, rispondendo a una domanda sull’ipotesi che l’Ue debba trattare diversamente le minacce di Trump riguardo l’annessione del territorio danese dopo l’operazione militare in Venezuela. “Pertanto, sosteniamo pienamente la Groenlandia e non vediamo in alcun modo un possibile paragone con quanto accaduto”.
A oltre 48 ore dall’arresto di Maduro, presidente che l’Ue non ha mai riconosciuto condannando i brogli elettorali, gli europei hanno maturato una posizione che sostanzialmente non condanna l’attacco statunitense e anzi lo considera una “opportunità per una soluzione democratica”. Unica eccezione, lo spagnolo Pedro Sanchez che invece condanna “fortemente la violazione del diritto internazionale in Venezuela”. All’opposto la filo-trumpiana Giorgia Meloni, secondo cui l’azione è “legittima”.
Per tutti il comune denominatore è il timore di perdere gli Usa nella costruzione delle garanzie di sicurezza post-belliche in Ucraina: domani un altro vertice dei volenterosi a Parigi con la partecipazione dei maggiori leader europei, della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa. Gli Usa saranno rappresentati solo dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, non dal segretario di Stato Marco Rubio. Ma se questa impostazione in qualche modo regge nel caso venezuelano, al costo altissimo dell’assenza dell’Ue dal posto che una volta aveva nella storia in difesa del diritto internazionale, nel caso della Groenlandia l’equilibrio precario salta. E, se le cose dovessero andare male, la Danimarca già teme di non poter contare su un sostegno unanime dei 27, al contrario dell’Ucraina dopo l’invasione russa.
Il caso mira dritto al cuore dell’alleanza occidentale e mette in difficoltà anche Meloni, che non commenta. Mentre Antonio Tajani prende tempo. “Vedremo le reali intenzioni di Trump”, dice il ministro degli Esteri. Finanche Viktor Orbán è a corto di argomenti, per ora. “La Danimarca è membro della Nato, così come gli Usa. Se si presenterà questa questione, l’Ungheria prenderà posizione”, si limita a dire il premier ungherese.
“Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia e l’Ue lo sa”, è il mantra di Trump che in Commissione Europea rifiutano di commentare. Il riferimento del presidente Usa è alle flotte russe e cinesi sempre più presenti nell’Artico. In un incontro con Rutte alla Casa Bianca a marzo, Trump ha cercato di portare la questione in ambito Nato, sostenendo che anche solo per prossimità territoriale gli Stati Uniti sono i più deputati a intervenire, la Danimarca non ce la fa. “La Russia ha 40 rompighiaccio – furono le sue parole – Dobbiamo avere protezione. Dobbiamo raggiungere un accordo su questo. E la Danimarca non è in grado di farlo. La Danimarca è molto lontana e non ha davvero nulla a che fare… Sono sbarcati lì 200 anni fa o giù di lì, e dicono di averne diritto. Non so se sia vero; in realtà non credo che lo sia”.
Da parte sua, il segretario generale della Nato ha cercato di schivare la questione, conoscendone il potenziale esplosivo per l’Alleanza Atlantica, che Trump pure conosce ma ignora. “Per quanto riguarda la Groenlandia, se si unirà o meno agli Stati Uniti, non voglio trascinare la Nato in questa situazione – diceva Rutte in quell’incontro di marzo – Sappiamo che i cinesi e i russi stanno usando questa rotta. E sappiamo che ci mancano rompighiaccio. Ci sono sette paesi artici nella regione che stanno effettivamente lavorando su questa questione sotto la guida degli Stati Uniti, questo è molto importante e dobbiamo essere presenti”.
Oggi il silenzio di Rutte dice di più di tante parole. Il segretario generale dell’Alleanza è al centro del fuoco incrociato tra la Casa Bianca che vuole portare la Groenlandia al tavolo Nato per decidere di farne il 51esimo Stato Usa e un altro Stato membro del Patto Atlantico, la Danimarca, che, insieme agli scandinavi, la Germania, la Gran Bretagna, pure vorrebbe aprire la discussione in sede Nato. Una tenaglia pericolosissima per l’Alleanza già sotto pressione per la minaccia russa e cinese e per le difficoltà dei suoi Stati membri di mantenere gli impegni di spesa sulla difesa.
Se tutto va male, la questione della Groenlandia potrebbe finire nel menu del prossimo vertice annuale della Nato, in programma per il 7-8 luglio ad Ankara. Ma magari potrebbe essere tardi, se davvero Trump ci tiene a realizzare il sogno di regalare questa terra artica agli Usa per il prossimo Independence Day.
Ma c’è anche un’altra variabile ad agitare gli incubi degli europei: la possibilità che in Groenlandia Trump non agisca con un attacco militare in stile Venezuela bensì piazzando politici allineati a Washington, in cambio di tutele, diciamo così. Un po’ come si pensa abbia fatto con la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, reggente al governo di Caracas con toni sempre più concilianti con gli Usa, e con chi nell’amministrazione dell’ex presidente venezuelano ha agevolato l’azione militare statunitense e ora permette che il controllo sulle risorse petrolifere passi a Washington. In questo caso, per la Danimarca sarebbe ancora più complicato mantenere il controllo della Groenlandia, considerato il regime autonomo dell’isola. Tra l’altro, l’esercito danese è presente in loco ma non con una base militare attrezzata come la Pituffik Space Base (ex Thule Air Base) che gli Stati Uniti mantengono nel nord-ovest del paese, unica installazione Usa che non è stata smantellata con la fine della Guerra Fredda, funge da centro per allerta missilistica, sorveglianza spaziale e difesa artica sotto il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e lo Space Force.
Il primo ministro groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, respinge la retorica degli Usa come “completamente e assolutamente inaccettabile. Minacce, pressioni e discorsi di annessione non hanno posto tra amici. Basta così. Basta con le pressioni. Basta con le insinuazioni. Basta con le fantasie sull’annessione”. La Groenlandia, continua, era “aperta al dialogo”, ma doveva avvenire attraverso i canali appropriati e in linea con il diritto internazionale, “non con post casuali e irrispettosi sui social media. La Groenlandia è la nostra casa e il nostro territorio. E tale rimarrà”. Ma sembra solo il primo capitolo di una storia che potrebbe anche non essere troppo lunga.
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