L’antisemitismo, ancora qui. Perché la sinistra non è assolta ma coinvolta
Si può pensare che Israele abbia una deriva razzista e genocidiaria, e allo stesso vedere ancora vivo l’antisemitismo europeo in tutte le sue sfaccettature, compresa quella nata a sinistra e che ritiene l’ebreo quintessenza dello sfruttamento capitalista
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Il Giorno della Memoria al tempo di Gaza. La data del 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz nel ‘45, sempre di più si va riempiendo di interpretazioni “attualizzanti” per metterla al servizio del dibattito pubblico sul presente. È probabilmente inevitabile, in parte è anche giusto: la Shoah è una tragedia unica per dimensioni, per caratteristiche, ma non è una monade, e del resto il valore attribuito a questa giornata è nell’invocazione del “mai più”, dunque nell’obiettivo di rendere l’Olocausto misura, seppure estrema, di un male assoluto da contrastare. In tal senso i riferimenti a Gaza, quando non banalizzanti, o ancora peggio volti a pareggiare i conti secondo l’orrenda e infame idea delle “vittime che diventano carnefici”, ha le sue ragioni,
Spesso però le interpretazioni diventano manipolazioni, di vario segno, e oscurano il cuore del Giorno della Memoria: ricordare sei milioni di ebrei messi a morte in Europa nei campi di sterminio nazisti insieme a centinaia di migliaia di altri “diversi” – rom, omosessuali, disabili, oppositori politici. Messi a morte con l’attiva complicità di tutti i fascismi europei. È manipolazione proporre, come ha fatto in Italia il quotidiano di destra Il Riformista, che l’attacco omicida del 7 ottobre – un evento tragico ma che con la Shoah non ha nulla a che fare – sia ufficialmente inserito dentro il perimetro dell’Olocausto. È manipolazione, ancora più turpe, celebrare il 27 gennaio, come fa il governo israeliano in questi giorni a Gerusalemme, con una conferenza che vede alternarsi alla tribuna decine di esponenti del sovranismo razzista europeo e americano. Ed è manipolatorio pensare che ricordare la Shoah sia un favore fatto agli ebrei – di qui la volontà di usarla come clava in relazione al genocidio israeliano. Come se la coscienza che il ricordo dovrebbe interpellare non fosse quella di chi gli ebrei li ha mandati a morire, ossia gli europei. E così, in modo in parte paradossale, forze eredi più o meno dirette di quei carnefici oggi brandiscono la vicinanza allo Stato degli ebrei come arma per colpire meglio altre minoranze.
Invece è tutt’altro che manipolatorio utilizzare l’occasione del 27 gennaio per ragionare su un altro tema all’ordine del giorno: la recrudescenza di antisemitismo nel mondo e in particolare in Europa, che trova indiscutibilmente pretesto e sponda nell’indignazione assai diffusa nelle opinioni pubbliche per ciò che accade a Gaza. Riflettere sul punto è urgente, a partire da una domanda non banale: cos’è antisemitismo? La pletora di disegni di legge di varia provenienza – Lega, Forza Italia, Italia Viva, Fratelli d’Italia, Italia Viva, senatori “riformisti” del Pd – sulla lotta all’antisemitismo, sostanzialmente indigeribili, è un efficace punto di partenza per provare a rispondere.
Tutte le proposte di legge – contro le quali chi scrive si è espresso pubblicamente – si basano sulla definizione proposta dall’Ihra, la International Holocaust Remembrance Association, e riconosciuta da molti governi compreso il nostro, che attraverso una serie di esempi fa rientrare nell’antisemitismo: affermare che “l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”, “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non richiesto a nessun altro Stato democratico”, “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”. Tutte opinioni largamente contestabili, ma nessuna che contempli necessariamente odio antiebraico. Sul terzo dei tre esempi, per dire, vale la pena ricordare che, in una lettera pubblicata sul New York Times nel 1948, intellettuali ebrei tra cui Hannah Arendt e Albert Einstein denunciavano come fascista e terrorista l’Irgun di Begin, dalla cui tradizione politica Netanyahu proviene. Peraltro la stessa Milena Santerini, una tra gli esperti che hanno scritto la definizione Ihra, ha espresso dubbi sul suo utilizzo per fini legislativi.
Cos’è dunque antisemitismo? È una forma di razzismo, ma con una storia distinta e svariate, tra loro assai diverse, declinazioni. C’è l’antisemitismo cristiano contro gli ebrei “deicidi”, il più antico; ci sono quello razzista basato sul “sangue”, quello nazionalista contro gli ebrei “corpo estraneo” della nazione, c’è l’odio antiebraico di matrice islamista, che colpisce gli ebrei come proiezione allargata di Israele colonialista. E poi c’è un’ulteriore categoria: è l’antisemitismo “sociale” nato nel cuore della sinistra europea che vede l’ebreo come quintessenza del capitalismo. La sua storia è antica, se ne trovano tracce abbondanti anche nell’album di famiglia del socialismo. Dai teorici del socialismo premarxista Fourier e Proudhon a molti sindacalisti rivoluzionari; dai capi socialisti francesi schierati, prima del “J’accuse” di Zola, contro l’”ebreo Dreyfuss” appartenente “alla classe capitalista, alla classe nemica”, fino alle persecuzioni antiebraiche in Unione Sovietica e nell’Europa comunista. Nel corso del Novecento buona parte della sinistra si è liberata di questa “macchia”, ma il pregiudizio verso l’ebraismo, o magari verso le “lobby ebraiche” quali protettori aprioristici di Israele (viene in mente l’ultimo, ignobile, libro di Ferruccio Pinotti, per Ponte alle Grazie) e tutori di un Occidente irrevocabilmente colonialista, abbonda tuttora in propaggini della sinistra radicale e populista, e nel dopo-7 ottobre abita in segmenti minoritari ma non irrilevanti del movimento di solidarietà con Gaza.
Collegata a questa “contaminazione inquinante” è l’abitudine sempre più diffusa nel discorso pubblico di utilizzare l’aggettivo “sionista” come sinonimo di imperialista e suprematista e, più in generale, per stigmatizzare qualunque fenomeno giudicato “cattivo”, magari accanto all’aggettivo “neoliberale”. L’antisionismo non è antisemitismo, ma ridurre la storia articolata dei “sionismi” a un’unica impronta razzista e coloniale, rimuovendone le radici nell’aspirazione degli ebrei d’Europa a sfuggire ai pogrom prima e alla Shoah poi e cancellandone le voci (sioniste, come nel caso di Brit Shalom) a sostegno della convivenza con i palestinesi in uno Stato binazionale, favorisce una sovrapposizione automatica tra l’attuale Israele e l’ebraismo che è tipica del discorso antisemita contemporaneo. Non a caso, a Bondi Beach in Australia i due terroristi che hanno fatto strage di ebrei urlavano alle loro vittime “sionisti”. E “sionista” è la surreale etichetta appiccicata in Venezuela dai “superstiti” del regime chavista al blitz di Trump per arrestare Maduro, e che si può leggere su numerosi social come marchio di una sorta di complotto ebraico-israeliano che sarebbe la causa dolosa dei vastissimi incendi che stanno devastando aree naturali protette in Patagonia.
Il “sionismo reale” teorizzato e praticato dai costruttori dello Stato di Israele reca indiscutibilmente un’impronta colonialista, ma trasformare la categoria di sionismo in un “passepartout” per definire ogni genere di sopruso e discriminazione nel mondo, oltre che sciocco è pericoloso, perché rischia di diventare il nuovo nome, politicamente meno scorretto, dell’eterno pregiudizio antiebraico. Che la ragione per cui ciò avviene sia in molti casi solo l’ignoranza o la vocazione a semplificare linguaggi e contenuti della critica politica, non diminuisce il danno.
Tutti gli antisemitismi sono oggi ancora vivi: mescolati tra loro e rilanciati da quando la guerra di sterminio a Gaza ha fornito un pretesto perfetto – alimentato dal sillogismo Israele = Stato ebraico = ebraismo – per il riemergere del fiume carsico dell’odio antiebraico. L’uso abusivamente estensivo dell’accusa di antisemitismo finalizzato a delegittimate il movimento “pro-pal” va combattuto perché mira a tappare la bocca alla giusta indignazione di tanti verso la deriva razzista e genocidiaria di Israele e perché indebolisce la stessa lotta contro l’antisemitismo reale. Ma occorre contrastare con più forza anche l’opposta visione, riduzionista, che trascura o minimizza i miasmi antisemiti che trasformano l’ebreo da “altro” interno dell’Occidente a sua icona quale sfruttatore bianco dei poveri del mondo. Del resto, questa è una contraddizione ricorrente nella storia dell’antisemitismo. L’ebreo da più di un secolo è oggetto di disgusto e invidia “bipolari”: stigmatizzato come “anima” del capitalismo e all’opposto dell’anticapitalismo – così nella rappresentazione del comunismo come complotto giudaico –, come “icona” dell’Occidente rapace e colonialista e all’opposto come “altro” irriducibile alle identità nazionali europee. Da Adorno e Horkheimer a Moshe Postone, questa tentazione è stata spiegata come soggettivizzazione dei processi impersonali di sfruttamento: per semplificarne la complessità si ricorre a figure soggettive – i Rotschild, per esempio – che sintetizzano in alcuni individui il peso di articolati meccanismi sociali.
Infine, gli “scivolamenti” in un evidente antiebraismo che si leggono o ascoltano frequentando, come chi scrive ha fatto e continuerà a fare, le mobilitazioni nel nome dei diritti negati dei palestinesi, rendono più fragili anche le ragioni “pro-pal”. La forza delle grandi piazze per la Palestina è nella loro ambizione universalistica, incompatibile con scorciatoie ultra-identitarie che giungono a inneggiare ad Hamas o al massacro del 7 ottobre e anche con odiosi appelli a una sorta di “guerra di civiltà” rovesciata, “popoli oppressi” contro “ebrei bianchi”. La liberazione dei palestinesi è un imperativo politico ed etico, ma deve fondarsi sulla convivenza possibile tra comunità che vivono entrambe sulla stessa terra. Anche per questo l’antisemitismo – che sia cristiano o razzista, sociale o islamista – è un nemico da sconfiggere. Anche per questo la sinistra non è “assolta” ma “coinvolta”, ed è bene che ne prenda coscienza come in parte sta facendo nello sforzo autocritico che la impegna contro altre incrostazioni – patriarcali, islamofobe, razziste – che come l’antisemitismo ne attraversano la storia antica e recente.
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