Anno: XXVIII - Numero 60    
Martedì 24 Marzo 2026 ore 13:30
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La vittoria non è della magistratura, ma del suo sindacato

L’Anm – che si tiene il controllo disciplinare, delle carriere, degli stipendi – ha trasformato un interesse corporativo in interesse generale. La riforma era sbagliata. Ma i problemi ci sono, e restano tutti da risolvere.

La vittoria non è della magistratura, ma del suo sindacato

Se non ci sono dubbi che ha perso il referendum la maggioranza di governo (essendo quasi purtroppo inavvertita la contemporanea sconfitta delle camere penali), è lecito più di un dubbio su chi lo abbia davvero vinto. Perché, se la sinistra unita può giustamente vantarsi del successo politico, la possibilità che il vero vincitore della contesa sia stato il sindacato dei magistrati è molto alta. Lo avevo pensato qualche giorno fa quando, durante un’iniziativa organizzata dal Pd imperiese con l’ex ministro Andrea Orlando e due giuristi per un no ragionato al referendum, avendo chiuso il mio breve intervento con queste parole: “gli elettori (di sinistra) diranno No a una riforma sbagliata, ma consapevoli che non è che lasciare le cose della magistratura come stanno sia bene; è solo meglio che peggiorarle”, ho avvertito una palpabile perplessità negli ascoltatori, forse certi che la magistratura italiana non abbia bisogno di alcuna riforma, funzioni benissimo e le manchino solo un po’ di soldi e personale (di servizio) per essere perfetta.

La lotta politica tra governo e opposizione, l’opzione solo binaria tra Sì e No, che escludeva posizioni intermedie, hanno favorito l’identificazione della magistratura come istituzione con il sindacato dei magistrati. Ma il maggior merito del successo va al capolavoro propagandistico dell’Anm che ha imposto il suo linguaggio dettandolo anche ai politici di professione, non solo a quelli di per sé inclini a identificarsi con essa (5s e Avs), ma anche a quelli (Pd) tendenzialmente più moderati e propensi a una prospettiva autonoma di giudizio in tema di giustizia. Il sindacato dei magistrati è riuscito a farsi passare, come a suo tempo la Confederazione di Lama, per il centro motore, la guida e il metro della buona azione politica. Solo che il sindacato di Lama si batteva perché le cose cambiassero; l’Anm (Associazione nazionale magistrati) perché restino come sono. Con il risultato che un uditorio puramente politico, come quello di quella sera imperiese, recepiva con educato disagio un no che non escludeva la presenza di problemi nella magistratura e quindi la necessità di una sua riforma, sia pure diversa da quella da bocciare nel referendum.

Ma ora che questa bocciatura c’è stata, non si può ignorare che, se non ha vinto chi voleva cambiare la magistratura, ha vinto chi non la vuole cambiare in niente, come è inevitabile che faccia il sindacato che rappresenta una categoria fortissima, numericamente limitata, che si tiene strette tutte le sue prerogative, quelli istituzionali come quelle sindacali, la struttura delle carriere come quella dello stipendio, il controllo del Csm (Consiglio superiore della magistratura) come le copiose ferie. La bravura propagandistica di un solo, piccolissimo sindacato (l’Anm) è stata quella di nascondere questo versante corporativo della sua battaglia sotto quello di indubbio interesse collettivo, come aveva fatto la Confederazione di Lama e soci. Ma questa univa molti sindacati e mezza Italia; l’Anm è il sindacato di una sola, piccola categoria, per quanto la più autorevole e importante di tutte.

Io credo che ora il rischio sia che quella dell’Anm diventi una vittoria di Pirro per la giustizia. Un rischio che già si è corso durante la campagna elettorale con il dominio del comparto inquirente, che, anche se corrisponde a circa un quinto dell’organico dei magistrati, era troppo mediaticamente visibile e popolare per non diventare il volto e la forza d’assalto dell’intera magistratura associata, cui ha fornito una potenza di penetrazione pubblica che i magistrati giudicanti non hanno minimamente.

Ma, se ancor più che in passato tutti i magistrati parleranno il linguaggio dei pm da combattimento, si potrebbero pentire di aver votato no anche i garantisti, come il sottoscritto, che lo hanno fatto perché temevano un pubblico ministero ancora più giustizialista di come purtroppo è. Il difetto della riforma Nordio era quello di far credere che il problema della magistratura stesse nella colleganza tra pm e giudici, mentre sta, io credo, nella popolarità e nella forza di pressione della cultura accusatoria e giustizialista dei pubblici ministeri su quella dei giudicanti, in genere mal giudicati quando assolvono e smontano (e lo fanno molto spesso) il cattivo lavoro delle procure. La magistratura associata si è liberata di Nordio. Ma se non si libererà anche del dominio culturale di pm che non si possono neppure nominare tanto hanno la denuncia facile, avrà certo il consenso necessario a difendere i propri privilegi sindacali, ma sarà a spese di una giustizia laica, ragionevole, mite, di cui c’è tanto bisogno, forse, dopo il referendum, ancora di più.

di Vittorio Coletti su Huffpost

 

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