Nel «Mediterraneo dei diritti» devono incontrarsi legalità, dignità delle persone e libera informazione
A Reggio Calabria convegno del Consiglio Nazionale Forense con l’Unione degli Ordini «Zaleuco Locrese».
Dalla punta della penisola si irradiano proposte e riflessioni su una parte del mondo, l’area mediterranea, che continua ad avere la sua centralità con l’avvocatura protagonista. Potrebbe essere riassunta così la giornata di studio, organizzata a Reggio Calabria dal Cnf con l’Unione regionale degli Ordini forensi «Zaleuco Locrese». Immigrazione, guerre, diritto di difesa e libera informazione hanno fatto da cornice al convegno «Mediterraneo dei diritti».
«Il Mare Nostrum – ha detto in apertura il vicepresidente del Consiglio nazionale forense, Francesco Napoli – è il luogo nel quale si misurano alcune delle sfide più decisive per la tenuta delle nostre democrazie. È il mare delle migrazioni e dell’accoglienza, ma anche delle guerre e delle tensioni geopolitiche. È il mare nel quale convivono culture, religioni e tradizioni giuridiche differenti. È il mare nel quale la dignità della persona continua a essere messa alla prova da nuove e vecchie forme di violazione dei diritti umani. Non a caso abbiamo voluto affrontare questioni legate alla tratta degli esseri umani, alla protezione delle vittime, all’informazione e alla mediazione come strumenti di pace». In tale contesto, gli avvocati, in molte aree del Mediterraneo, continuano a difendere i diritti in condizioni di rischio personale, pagando talvolta un prezzo altissimo per la loro fedeltà ai principi dello Stato di diritto.
Il presidente dell’Unione regionale degli Ordini calabresi, nonché presidente dell’Ordine degli avvocati di Reggio Calabria, Rosario Infantino, ha rilevato l’importanza del Mediterraneo, «simbolo di dialogo tra popoli e culture diverse». «Un mare – ha commentato – che, come scriveva il grande poeta calabrese Corrado Alvaro, esalta l’amicizia dei popoli divenendo simbolo di pace, ma che tuttavia ha nel suo contrario l’inimicizia, incentivo di ogni tipo di guerra e di conflitti. Nel miscuglio di queste sfide contemporanee sui sentimenti di libertà, di giustizia e di uguaglianza, il Mediterraneo rappresenta la vita col suo moto perenne, col suo andirivieni, con le sue onde instancabili che regalano alla terra da esse bagnata scambi, diversità, forza lavoro, costumi, quando purtroppo non restituiscono amarezze e sconfitte e morte». In tale contesto è fondamentale il ruolo dell’avvocatura, sensibile per vocazione ai diritti dell’umanità. «Sulla riva del Mediterraneo – ha concluso il presidente del Coa di Reggio Calabria – l’avvocato staziona vigile ad evitare che coloro che hanno orientato le vele dove il vento sembra essere favorevole, non vengano discriminati per la pelle, per il credo, per il sesso, per l’appartenenza, perché non sia calpestata la loro dignità e non sia spento il loro sorriso».
Tra gli interventi introduttivi anche quello della presidente della Corte d’appello di Reggio Calabria, Caterina Chiaravalloti, che ha rimarcato il ruolo dell’Italia, avamposto per tante persone in cerca di condizioni di vita migliori. «Il nostro Paese – ha fatto notare Chiaravalloti – ha una legislazione all’avanguardia», ma servono politiche nazionali sempre più mirate, oltre alla giurisprudenza della Corti europee. La magistrata ha sottolineato la necessità di una piena affermazione del diritto di difesa, considerato che in alcuni Paesi assistiamo ad una stortura: l’identificazione dell’avvocato con il proprio assistito.
Sulle sponde del Mediterraneo da molto tempo avviene la tratta degli esseri umani. Ai diritti negati e alla geopolitica è stata dedicato un focus. Numerosi i collegamenti con l’attuale scenario. Dai Paesi in guerra giungono centinaia di migliaia di uomini e donne, molte volte vittime di persone senza scrupoli per alimentare forme di sfruttamento di vario tipo, compreso quello sessuale e lavorativo.
«Il convegno di Reggio Calabria – ha affermato la vicepresidente del Cnf, Patrizia Corona – ha consentito di ricordare la centralità del ruolo che gli avvocati svolgono e come la garanzia di un’effettiva difesa per i soggetti vulnerabili non significhi solo dare voce ai loro diritti, ma sia il primo e forse più importante modo per far emergere la filiera dello sfruttamento e denunciare la violazione dei diritti fondamentali che tutta la società civile deve rifiutare e combattere. L’avvocatura non può quindi sottrarsi dal dare il proprio contributo su temi così importanti nella consapevolezza che la tratta e lo sfruttamento di esseri umani non possono essere contrastate con strumenti puramente repressivi e deve coniugarsi con una gestione dei flussi migratori fondato su un equilibrio fra accoglienza, integrazione e contrasto all’irregolarità».
Particolarmente interessante la testimonianza della presidente del Coa di Agrigento, Vincenza Gaziano, che ha esaltato il ruolo dell’avvocatura quale garante dello Stato di diritto. Lampedusa non è solo la porta d’Europa, ma è pure il luogo, rientrante nel circondario di Agrigento, in cui gli avvocati hanno perfezionato le specializzazioni legali in favore dei migranti.
Difesa dei diritti e informazione hanno caratterizzato la sessione di lavoro con il giornalista del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi e Roi Silberberg, direttore della «Scuola della Pace Neve Shalom». «È molto difficile – ha osservato Cremonesi – lavorare oggi nei contesti caratterizzati dai conflitti armati. In passato, nel 2011, qualcosa sembrava essere cambiato con le cosiddette “Primavere arabe”. Purtroppo, le speranze si sono subito infrante. Le “Primavere arabe” si sono dissolte con la nascita di Isis e con un nuovo approccio verso i media. Noi giornalisti più volte siamo stati utilizzati come pedine di scambio o nei casi di uccisione come un monito per il mondo intero».
L’inviato del Corriere della Sera considera gli avvocati «interlocutori importanti» per difendere il diritto di informazione. «Spero – ha aggiunto Cremonesi – che l’avvocatura possa fare propria la battaglia per la libera informazione a partire da Gaza, dove è impossibile documentare in maniera autonoma e indipendente quello che succede. Non dimentichiamo che circa 260 giornalisti sono stati uccisi tra Gaza e il Libano negli ultimi tre anni. Professionisti dell’informazione ricercati dai droni e assassinati. La caccia ai giornalisti è quanto di più deprecabile e preoccupante. E avviene da parte di Israele. Questa situazione va denunciata in ogni modo e con forza. Ancora oggi è impossibile entrare a Gaza. Lo stesso avviene in Iran. I pochi giornalisti fortunati, autorizzati da Teheran, non vengono però messi nelle condizioni di lavorare liberamente».
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