Anno: XXVIII - Numero 180    
Mercoledì 23 Settembre 2026 ore 13:30
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Sanità, il sistema macina i suoi professionisti

Sacrifici senza fine, carriere congelate e riconoscimenti al contagocce: poi ci si stupisce se scappano.

Sanità, il sistema macina i suoi professionisti

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in una sanità che continua a chiedere sacrifici a chi la tiene in piedi e, contemporaneamente, si mostra avara quando arriva il momento di riconoscere quei sacrifici. Si pretende disponibilità, flessibilità, turni, responsabilità, formazione, aggiornamento, adattamento a ogni nuova riorganizzazione. Si pretende tutto. E poi, quando arriva il momento di restituire qualcosa, improvvisamente le risorse non bastano mai.

È questa la contraddizione che sta divorando la sanità pubblica.

Il professionista sanitario viene celebrato nei convegni, nei comunicati, nelle giornate dedicate alla salute. È «una risorsa fondamentale», «il cuore del sistema», «il capitale umano». Parole magnifiche. Peccato che poi, nella vita quotidiana, quel capitale umano rischi di essere trattato come una voce di costo da comprimere.

La vicenda dell’AUSL Bologna, sollevata dalla Fials Emilia-Romagna, è emblematica. I dati richiamati dal sindacato parlano di 7.430 dipendenti a tempo indeterminato del comparto. Per le progressioni economiche del 2025 viene indicata una prima finalizzazione di un milione di euro, con altri 100 mila euro subordinati alla verifica della compatibilità a consuntivo. Per gli incarichi di funzione del personale non dirigente, invece, nel 2024 vengono indicati complessivamente oltre 7,3 milioni di euro.

Numeri che, da soli, non autorizzano sentenze. Ma pongono una domanda che nessuno dovrebbe permettersi di eludere: quali sono le priorità?

Perché è facile dire che ogni incarico ha una funzione, che ogni responsabilità deve essere remunerata, che ogni progetto ha una sua ragione. Ma quando migliaia di professionisti aspettano riconoscimenti economici e di carriera, qualcuno deve spiegare perché per alcune voci i soldi si trovano e per altre sembrano evaporare.

Non basta ripetere «non ci sono risorse».

Bisogna avere il coraggio di dire dove finiscono quelle che ci sono.

Perché il problema non è soltanto la busta paga. È il messaggio che passa. Se un professionista studia, si specializza, accumula esperienza, affronta anni di lavoro pesante e poi non vede un adeguato riconoscimento del proprio percorso, alla fine arriva una conclusione inevitabile: qui la mia professionalità vale meno di quanto dovrebbe.

E questa è una bomba a orologeria.

Perché una persona può sopportare un sacrificio per un periodo. Può accettare un turno difficile, una riorganizzazione, una sostituzione, una fase emergenziale. Ma quando l’emergenza diventa la normalità, quando il sacrificio diventa il metodo ordinario con cui si manda avanti il sistema, allora non si sta più chiedendo senso di responsabilità.

Si sta scaricando sui lavoratori il costo delle inefficienze organizzative.

Ed è qui che la retorica della «vocazione» diventa pericolosa. Perché la vocazione non può essere utilizzata come sostituto della carriera. Il senso di responsabilità non può diventare una giustificazione per il sovraccarico. La passione non può essere trasformata in uno sconto sullo stipendio.

Chi lavora nella sanità non deve essere mantenuto in servizio dalla gratitudine.

Deve essere riconosciuto per quello che vale.

Il caso delle progressioni economiche rende ancora più evidente la frattura. Se i criteri producono contestazioni, se i punteggi vengono percepiti come poco chiari, se i lavoratori mettono in discussione la coerenza delle graduatorie, allora la risposta non può essere il silenzio. Ogni punto deve essere spiegabile. Ogni criterio deve essere trasparente. Ogni scelta deve poter essere verificata.

Altrimenti la progressione smette di essere uno strumento di valorizzazione e diventa una lotteria amministrativa.

E un professionista che vede il proprio futuro affidato a criteri che non comprende finisce per perdere non soltanto la fiducia nell’azienda, ma anche la voglia di investire ancora su se stesso.

Poi ci si lamenta delle carenze di personale.

Ma davvero qualcuno pensa che il problema sia soltanto trovare nuove persone?

No. Il problema è convincere quelle che ci sono a restare.

E qui la sanità pubblica rischia di commettere il suo errore più grave: consumare i professionisti che ha già formato e poi spendere altre risorse per sostituirli.

È una politica miope.

Prima si chiede al professionista di restare. Poi lo si carica di turni. Poi gli si chiede di coprire l’assenza del collega. Poi gli si cambia servizio. Poi gli si chiede di aggiornarsi. Poi gli si attribuiscono nuove responsabilità. Poi gli si promette una valorizzazione. E quando arriva il momento della valorizzazione, si apre il cassetto delle scuse.

Non ci sono soldi.

Non è il momento.

Bisogna aspettare.

Vedremo.

Intanto gli anni passano.

E il professionista resta fermo.

Fermo nella carriera. Fermo nel riconoscimento. Fermo nella busta paga. Ma non fermo nel lavoro, perché quello continua ad aumentare.

Questa è la vera ingiustizia.

E c’è un altro elemento che dovrebbe preoccupare ancora di più: il silenzio di chi smette di combattere. Il lavoratore che non protesta più non è necessariamente un lavoratore soddisfatto. Può essere semplicemente un lavoratore che ha smesso di credere che protestare serva.

È quello che cerca un’altra strada. Quello che guarda al privato. Quello che valuta l’estero. Quello che cambia mestiere. Quello che, soprattutto, non entra più nella sanità pubblica.

E allora il sistema perde lentamente il suo patrimonio più prezioso: esperienza, competenze, motivazione, appartenenza.

Non lo registra nessun bilancio.

Ma il conto arriva nei reparti.

Arriva nei servizi scoperti.

Arriva nelle liste d’attesa.

Arriva nella fatica di chi rimane.

Arriva nella qualità dell’assistenza.

Il documento lo dice con chiarezza: il rischio non è soltanto avere un organico formalmente presente, ma perdere progressivamente il capitale professionale costituito da motivazione, esperienza e desiderio di restare.

E allora basta con le celebrazioni.

Basta con la retorica del professionista «eroe» quando serve coprire un turno. Basta con gli applausi quando serve fronteggiare una crisi. Basta con le fotografie quando si inaugura una struttura.

Un professionista non vive di applausi. Vive di diritti, salario, carriera, rispetto e condizioni di lavoro dignitose.

E se davvero la sanità considera il personale il proprio capitale strategico, lo dimostri nei fatti.

Si aprano i bilanci. Si rendano leggibili gli accordi. Si spieghino i criteri delle progressioni. Si rendicontino incarichi e progetti. Si chiariscano le priorità. Si dica quanto viene destinato alla valorizzazione del personale che ogni giorno garantisce i servizi.

Perché non si può continuare a inaugurare strutture senza chiedersi chi ci lavorerà dentro.

Non si possono moltiplicare i progetti e contemporaneamente perdere le persone.

Non si può parlare di futuro della sanità mentre si tratta il presente come una riserva infinita di sacrifici.

Dietro quei 7.430 dipendenti non ci sono numeri. Ci sono professionisti. Ci sono famiglie. Ci sono anni di studio. Ci sono notti, festivi, responsabilità, competenze e pazienti.

E soprattutto ci sono persone che stanno aspettando una risposta.

La risposta non può essere l’ennesimo applauso.

Deve essere un cambio di passo.

Perché una sanità pubblica che pretende tutto dai suoi professionisti e restituisce troppo poco rischia di ottenere il risultato più assurdo: restare con le strutture, i progetti e i comunicati, ma senza più nessuno disposto a sacrificarsi per farli funzionare.

E quando anche l’ultimo professionista smetterà di sentirsi parte del sistema, non sarà lui ad aver tradito la sanità.

Sarà la sanità ad aver tradito lui.

 

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