Napoli. Una catena di errori in una tragica successione.
Un susseguirsi di errori, uno dopo l’altro, in una tragica sequenza che oggi interroga coscienze, protocolli, responsabilità.
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La morte del piccolo Domenico non è soltanto una notizia di cronaca sanitaria: è una ferita aperta nel cuore del Paese, una domanda sospesa sulla solidità di un sistema che dovrebbe essere sinonimo di eccellenza, rigore, sacralità della vita.
A dicembre, al bambino è stato trapiantato un cuore risultato poi “bruciato”, irreversibilmente compromesso. Le criticità, secondo quanto emerso, riguarderebbero le modalità di conservazione e trasporto dell’organo. Qualcuno avrebbe integrato il ghiaccio d’acqua con ghiaccio secco. Una scelta che, se confermata, rappresenterebbe un errore macroscopico. Ma la vicenda non si esaurisce in un dettaglio tecnico. È una trama complessa, ancora tutta da accertare.
Il ghiaccio secco potrebbe essere un’ulteriore concausa. A breve inizieranno gli accertamenti tecnici irripetibili: solo allora si potrà passare dal “potrebbe” al “è”.
Il quadro si complica se si guarda alla fase dell’espianto, avvenuto all’Ospedale di Bolzano. Potrebbero emergere più di sei indagati, anche come atto dovuto. Si parla di una possibile sovrapposizione di équipe: una italiana, una austriaca giunta per prelevare altri organi del donatore, un bambino di quattro anni. Chi ha prelevato prima? Chi dopo? Con quali modalità? E soprattutto: in quale passaggio si è spezzata la catena della sicurezza?
A Napoli, all’Ospedale Monaldi, i medici si sono trovati davanti un organo che non rispondeva come avrebbe dovuto. Il professor Igor Vendramin, direttore della Cardiochirurgia di Udine, ha parlato di errori “veramente inconcepibili” nella preservazione dell’organo. E ha definito “clamoroso” l’uso del ghiaccio secco: “In tanti anni di trapianti non lo avevo mai sentito prima”. Parole che pesano come macigni.
Eppure lo stesso Vendramin ricorda che un trapianto cardiaco, specie in condizioni critiche, può avere una mortalità del 7-10%. Un organo può non ripartire. Succede. Non è un caso unico, purtroppo. Anche la decisione di procedere alla cardiectomia senza attendere la verifica funzionale del nuovo cuore rientra in prassi che mirano a ridurre il tempo di ischemia. Forse imprudente, forse inevitabile. O forse entrambe le cose. Ma qui non si tratta di fatalità statistica: qui si parla di un cuore che potrebbe essere stato compromesso prima ancora di essere impiantato.
Il punto, allora, non è alimentare il clamore. È pretendere chiarezza. La rete trapiantologica italiana è fondata su competenze altissime e su un principio che viene prima di ogni altro: la donazione come atto sacro, gesto estremo di generosità. Se davvero un errore nella conservazione ha vanificato quel sacrificio, non si tratterebbe soltanto di una responsabilità tecnica, ma di una frattura etica.
Ci sono famiglie che hanno detto sì alla vita nel momento più buio. C’è una madre e un padre che hanno sperato fino all’ultimo. C’è un sistema che deve spiegare come sia potuto accadere che, lungo una filiera rigidamente protocollata, qualcuno abbia scambiato o aggiunto un elemento tanto decisivo quanto devastante.
Siamo a uno snodo, come dice il legale. Le perizie diranno se il danno è avvenuto durante l’espianto, nel trasporto, nella conservazione. Diranno se il ghiaccio secco è causa principale o concausa. Diranno se vi è stata una sovrapposizione di responsabilità, una falla organizzativa, un errore umano isolato o una somma di negligenze.
Ma qualunque sarà la verità giudiziaria, una verità morale è già davanti a noi: la fiducia è fragile. La fiducia nelle strutture, nei protocolli, nelle mani che operano. Difenderla significa non chiudersi a riccio, non minimizzare, non trasformare tutto in una guerra di comunicati. Significa accertare fino in fondo, con rigore e rispetto, ogni passaggio.
Perché un cuore non è un oggetto da spedire. È tempo che batte, è vita che si trasferisce, è speranza che viaggia. E quando quella speranza si spegne per una catena di errori, non basta il silenzio. Serve verità. Serve responsabilità. Soprattutto pensando all’atto della donazione, che nel nostro mondo è sacro. Ci vuole massimo rispetto per le sensibilità di tutti i soggetti coinvolti, a partire dalla famiglia del bimbo ricevente ma anche del bimbo donatore”.
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