Mattarella al Csm, neutralità sotto esame referendario
Il Capo dello Stato presiede, ma guida il vicepresidente politico. Dubbi su imparzialità e riforma costituzionale.
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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha presieduto il Consiglio Superiore della Magistratura in seduta ordinaria. Un atto previsto dalla Costituzione, certo. Ma in un clima referendario acceso, ogni gesto pesa. E può suonare, agli occhi di qualcuno, come un assist a una delle parti in campo. Alla faccia della neutralità.
È bene allora rimettere ordine nei fatti. Il Csm è presieduto formalmente dal Presidente della Repubblica, come stabilisce l’articolo 104 della Costituzione. Non è una scelta politica contingente: è un disegno dei Costituenti per garantire equilibrio tra i poteri dello Stato. Il Capo dello Stato, figura super partes, siede al vertice dell’organo di autogoverno della magistratura proprio per assicurarne autonomia e indipendenza.
Nella prassi, tuttavia, le sedute ordinarie sono guidate dal Vicepresidente del Csm. Perché? Perché il Presidente della Repubblica non può — e non deve — entrare nella gestione quotidiana dell’organo. Il Vicepresidente viene eletto dal Csm tra i membri laici, cioè quelli scelti dal Parlamento. È spesso, ma non necessariamente, una figura con un passato politico. Non è un’anomalia: è il frutto di un equilibrio costituzionale che prevede una componente togata (magistrati eletti dai magistrati) e una laica (eletta dal Parlamento).
Si può discutere se questo equilibrio funzioni ancora. Se la presenza di membri di espressione parlamentare sia garanzia di pluralismo o varco per le logiche di partito. Se il ruolo del Vicepresidente debba essere ripensato. Ma siamo nel campo delle scelte costituzionali, non delle scorciatoie polemiche.
Il nodo vero è un altro: quando si vota per cambiare le regole che incidono su un’istituzione, è inevitabile che chi quell’istituzione la presiede sia, almeno simbolicamente, coinvolto. Questo significa che debba intervenire? O che il silenzio sia la forma più alta di garanzia?
La tradizione repubblicana ha sempre chiesto al Capo dello Stato di restare “notaio” e arbitro. Non un giocatore. Ma la Costituzione non lo rende un soggetto neutro in senso astratto: lo colloca dentro l’architettura dei poteri, con funzioni proprie. È una neutralità attiva, non un’assenza.
Resta, infine, la questione democratica. In un referendum il voto di ciascuno vale quanto quello del più autorevole costituzionalista. È il fondamento dell’uguaglianza politica. Può sembrare “indecente” quando la materia è tecnica e complessa. Ma è la democrazia: sovranità popolare, non tecnocrazia.
Il punto, allora, non è se il cittadino “vale” quanto l’esperto. È se il dibattito pubblico mette ogni cittadino nelle condizioni di capire. Se la riforma è chiara, spiegata, trasparente. Se i dubbi trovano risposte argomentate, non slogan.
Non ci sono tabù in democrazia. Si può essere favorevoli al Sì, al No o indecisi. Si può avere fiducia nel Presidente e insieme interrogarsi sulle regole. L’importante è distinguere tra percezioni e assetto costituzionale, tra legittimo dubbio e sospetto.
Le istituzioni non sono intoccabili. Ma proprio perché sono il cuore della vita del Paese, meritano un confronto informato, non un riflesso condizionato.
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