La violenza non è un centro sociale
Dalla Stampa ai No Tav, l’alibi politico.
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C’è un filo nero che unisce l’assalto alla sede de La Stampa, le aggressioni ai No Tav, gli attacchi alle Ogr e a Leonardo. Non è la protesta, non è il dissenso, non è nemmeno la rabbia sociale che attraversa un Paese stanco. È la violenza organizzata che si traveste da lotta, che occupa le piazze per negarle, che invoca diritti mentre calpesta quelli altrui. E che, puntualmente, quando viene chiamata a rispondere delle proprie azioni, grida alla repressione.
L’assalto a un giornale non è mai un gesto simbolico. È un messaggio intimidatorio: colpire chi racconta, chi informa, chi non si allinea. È la versione moderna del rogo dei libri, con i caschi e i bastoni al posto delle fiamme. Così come l’aggressione ai No Tav non è uno scontro “tra movimenti”, ma la pretesa di imporre con la forza una linea unica, zittendo chi dissente anche dentro il campo dell’attivismo. Quando la politica abdica alla parola e affida le proprie ragioni al manganello – qualunque sia la mano che lo impugna – ha già perso.
Dentro questo contesto si colloca l’operazione che riguarda Askatasuna. Non un fulmine a ciel sereno, non un complotto notturno, ma l’esito di un’inchiesta su fatti precisi, rivendicati, documentati. Eppure, la narrazione che rimbalza sui social è sempre la stessa: “attacco del governo”, “mano fascista”, “sgombero politico”. Un copione logoro che serve a confondere i piani, a spostare l’attenzione dalle responsabilità individuali a una presunta persecuzione collettiva.
Qui non è in discussione la Palestina, né il diritto di manifestare, né la storia di un quartiere. È in discussione un metodo. L’idea che tutto sia lecito se ci si sente dalla parte giusta della Storia. Che le regole valgano solo per gli altri. Che un patto di collaborazione possa essere violato senza conseguenze, salvo poi accusare le istituzioni di tradimento quando lo si rompe. Lo Stato non è un’opinione: è un insieme di norme che tutelano tutti, a partire dai più deboli. Anche – soprattutto – quando non piacciono.
Il sindaco può sbagliare, il governo può essere criticato, le scelte politiche vanno contestate. Ma la scorciatoia della violenza non è mai una critica: è una resa. Trasforma le cause in alibi, i movimenti in recinti, le città in campi di battaglia rituali. E regala agli avversari l’unica cosa che desiderano: la prova che il dissenso non sa stare nella democrazia.
Torino non ha bisogno di muscoli contrapposti né di vittimismi a comando. Ha bisogno di chiarezza: chi aggredisce giornali, lavoratori, altri manifestanti non sta “lottando”, sta imponendo. E chi copre, giustifica o minimizza, diventa complice di una deriva che nulla ha a che vedere con i diritti. Difendere la libertà significa dire un no netto a ogni violenza, anche quando parla il linguaggio delle nostre simpatie. Altrimenti resta solo il rumore dei caschi. E il silenzio delle parole.
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