Il fisco non può vivere sulle spalle di pochi
Pochi contribuenti sostengono il Paese, mentre sommerso e redditi bassi crescono.
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C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese nel quale una minoranza continua a pagare per tutti, mentre il sommerso cresce e una fetta enorme dei contribuenti dichiara redditi così bassi da contribuire solo marginalmente al finanziamento dello Stato. E la cosa più grave è che questa anomalia non sembra più provocare né scandalo né una vera reazione politica.
I numeri pubblicati dal professor Alberto Brambilla sulle dichiarazioni dei redditi 2024 fotografano un sistema fiscale arrivato a un punto delicatissimo: il conto dell’Italia continua a essere presentato agli stessi contribuenti, mentre dall’altra parte del tavolo cresce l’area di chi paga poco, pochissimo o nulla.
Non è più soltanto una questione di aliquote, detrazioni o pressione fiscale. È una questione di sostenibilità del patto fiscale.
Perché uno Stato può chiedere sacrifici ai propri cittadini soltanto se quei sacrifici sono percepiti come equi. Quando invece il contribuente fedele vede aumentare il proprio carico mentre scopre che una parte enorme dell’economia continua a sfuggire al fisco, il rischio è che anche la fedeltà fiscale cominci a essere percepita non più come un dovere civico, ma come una penalizzazione.
Ed è qui che il problema diventa esplosivo.
Secondo il Focus Censis-Confcooperative del 25 settembre, il sommerso italiano vale circa 197,6 miliardi di euro. Di questi, ben 108,2 miliardi derivano dalla sottodichiarazione di imprese, professionisti e lavoratori autonomi. Altri 77,2 miliardi sono riconducibili al lavoro irregolare e 12,2 miliardi ad altre componenti del sommerso.
Quasi duecento miliardi che stanno fuori dalla piena visibilità fiscale mentre il conto della Repubblica continua a essere pagato, in larga misura, da chi non può nascondere nulla.
Questo è il vero scandalo politico del nostro sistema fiscale: non soltanto quanto si paga, ma chi paga e chi riesce a sottrarsi al pagamento.
E la questione assume contorni ancora più significativi se dal quadro generale del fisco italiano scendiamo dentro una singola categoria professionale: l’avvocatura.
Attenzione, però: i dati non sono direttamente sovrapponibili. Le cifre di Brambilla descrivono la distribuzione dei redditi e del prelievo fiscale sull’intero Paese; quelle di Cassa Forense riguardano esclusivamente i redditi professionali degli avvocati. Non si può dunque dire che i dati dell’avvocatura dimostrino l’esistenza dell’evasione fiscale nazionale. Possono però mostrare, su scala professionale, quanto sia concentrata la capacità reddituale e contributiva all’interno di una categoria.
Ed è una fotografia che merita attenzione.
Nel 2025 Cassa Forense conta 228.641 avvocati, di cui 211.464 iscritti attivi e 17.177 pensionati attivi. Tra gli iscritti, 12.136 professionisti, pari al 5,3%, dichiarano un reddito professionale pari o inferiore a zero; altri 53.249, circa il 25% dei dichiaranti, dichiarano meno di 10.300 euro. Nel complesso, il 45,6% si colloca sotto i 22.367 euro.
All’estremo opposto, sono 17.197 gli avvocati, pari al 7,9% degli iscritti, che dichiarano oltre 121.900 euro.
La fotografia dell’avvocatura conferma dunque, al suo interno, lo stesso tema che emerge dal quadro fiscale generale: una forte concentrazione dei redditi e una base molto ampia collocata nelle fasce reddituali più basse. Ma attenzione: questo non significa che chi dichiara poco evada, né che i redditi bassi siano la causa dello squilibrio fiscale nazionale.
Il problema è un altro: quanto può reggere nel tempo un sistema nel quale il finanziamento fiscale e previdenziale dipende in misura crescente dalla parte economicamente più solida della platea?
Ed è qui che il dato dell’avvocatura si collega al terzo elemento della nostra analisi: il sommerso.
I circa 197,6 miliardi stimati dal Censis-Confcooperative non rappresentano infatti redditi degli avvocati né possono essere sommati ai dati Cassa Forense. Sono una stima complessiva dell’economia sommersa italiana. Ma il fatto che ben 108,2 miliardi siano attribuiti alla sottodichiarazione di imprese, professionisti e lavoratori autonomi rende evidente perché la questione dell’emersione debba essere affrontata insieme a quella della distribuzione del carico fiscale.
Tre fotografie diverse, dunque, che mostrano tre aspetti dello stesso problema: chi produce reddito, chi sostiene il prelievo e quanta parte dell’economia rimane fuori dalla piena visibilità fiscale.
È su questo terreno che il Governo dovrebbe intervenire: non confondendo reddito basso ed evasione, ma distinguendo con precisione chi non può pagare, chi paga regolarmente e chi invece sottrae al fisco redditi che dovrebbe dichiarare.
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