Esuli dimenticati
Tra foibe e esodo istriano, il dolore di chi perse tutto è stato ignorato per decenni, fino al Giorno del Ricordo nel 2004
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Il 10 febbraio non è solo una data sul calendario. È il ricordo di migliaia di italiani costretti a lasciare case, terre e radici in Istria, Fiume e Dalmazia. Non fu scelta, ma esilio imposto. Foibe, vendette, paura del comunismo: tutto li spinse lontano.
Arrivati in Italia, molti esuli trovarono indifferenza e ostilità. A Bologna, i ferrovieri rifiutarono persino di prestar loro assistenza. Erano considerati “colpevoli” di aver fuggito il comunismo. Per decenni la loro sofferenza rimase sepolta. La memoria fu soffocata, ignorata, cancellata, anche dalla sinistra, che non volle confrontarsi con questa storia scomoda.
Solo nel 2004, con il Giorno del Ricordo, l’Italia iniziò a restituire dignità agli esuli. Ma ricordare significa anche testimoniare la perdita di tutto: casa, oggetti, identità, sicurezza. Significa ascoltare chi arrivò con le mani vuote e trovò la porta chiusa.
A parlare restano centinaia di armadi, scaffali, servizi di piatti, bicchieri, libri, quaderni e strumenti da lavoro, un tempo classificati con criterio, poi accatastati e oggi riallestiti con un intento preciso: raccontare la vita quotidiana di un popolo, quello istriano, fiumano e dalmata, attraverso il fermoimmagine che cattura un momento preciso della storia.
All’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata si conservano migliaia di masserizie degli esuli: mobili, quadri, libri, spartiti, ferri da stiro, pennelli da barba. Duemila metri cubi di ricordi, testimoni muti di una storia dolorosa, da rileggere ogni 10 febbraio. Non solo simboli, ma memoria viva di una tragedia spesso ignorata.
Ricordare le foibe e l’esodo non è dividere, ma riconoscere il dolore. È dare voce a chi perse tutto e venne dimenticato. È un monito per il presente: la memoria è l’unico scudo contro l’indifferenza e la ripetizione della tragedia.

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