La preoccupazione della Magistratura
La preoccupazione della magistratura è volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale.
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Nell’Assemblea che si è svolta in Cassazione se ne è parlato e si è detto che la professionalità del magistrato è lo schermo contro ogni timore derivante dalla trasformazione del Consiglio Superiore della Magistratura, presidio dell’indipendenza e autonomia della magistratura che era stato configurato dal Costituente e dal legislatore del 1958. Nell’insediare il primo Csm, il 18 luglio 1959, il ministro Gonella disse che l’indipendenza morale del magistrato deve essere difesa da ogni arbitrio esterno e il presidente Gronchi, solennemente, ribadì che la Costituzione con la creazione dell’organo non ha voluto soltanto «riconoscere all’ordine giudiziario unicità ed autorità», ma «assicurare soprattutto l’autonomia dei giudici», intesa «nel senso di autogovernarsi», il tutto «inquadrato per logica necessaria nel sistema della divisione dei poteri che è presupposto e cardine insieme dello stato di diritto». Aggiunse che «l’autonomia e l’indipendenza che derivano dalla divisione dei poteri non possono né debbono condurre all’isolamento di alcuno degli organi che sono posti al vertice dell’ordinamento giuridico dello Stato».
Va pertanto coltivato con tenacia un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia.
È da evitare che si diffonda nella società la falsa convinzione che il magistrato sia incerto e titubante circa la tutela complessiva della funzione giurisdizionale e che quindi sorga la tentazione di influire sul magistrato stesso, immaginandolo avvicinabile, pavido, condizionabile. I magistrati, anziani e giovani, devono fare affidamento sulla loro professionalità, che non è arida tecnica ma studio, riflessione, capacità di comprensione e ascolto, coraggio delle decisioni difficili e non comodamente ossequenti al più potente o spregiudicato dei litiganti, rispetto verso le parti e gli avvocati che le assistono. Sapranno così interpretare lo spirito della Costituzione, che non è una Costituzione che comanda, ma una Costituzione pluralistica, che unifica1. Come il giurista Francesco Mario Pagano – uno dei martiri napoletani del ‘99 – scriveva testualmente già nel 1792: «una società può dirsi colta e civile quando più temperato il governo diviene» e «quando equamente vengono ripartiti i diritti de’ cittadini tutti». (Pasquale D’Ascola 30.1.2)
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