i penalisti di Lamezia per il Sì: “Non contro i giudici, ma per i diritti dei cittadini”
L'avvocato Renzo Andricciola, presidente della Camera Penale di Lamezia, si schiera a favore del referendum sulla separazione delle carriere: “Serve un giudice davvero terzo. Chi parla di attacco alla magistratura mistifica la realtà”.
In evidenza
Premetto che il voto referendario del 22/23 marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati non è un voto contro la Magistratura, bensì un voto per i cittadini che vogliono essere giudicati da un Giudice effettivamente terzo e imparziale rispetto alle parti processuali, quali accusa e difesa.
All’Unione delle Camere Penali Italiane non interessa neanche la querelle politica che si è venuta a creare tra gli schieramenti; noi abbiamo la primogenitura della proposta di riforma con la raccolta di 72.000 firme nel 2017, quindi l’avremmo sostenuta a prescindere dalla fazione politica che poi l’ha recepita.
È incomprensibile la resistenza della Magistratura di fronte a un intervento legislativo che non è altro che la prosecuzione di un iter iniziato oltre 30 anni fa, quando si passò dal sistema inquisitorio a quello accusatorio (la cosiddetta Riforma Vassalli). La tendenza, purtroppo, è sempre quella del conservatorismo: nel corso degli anni i magistrati hanno spesso detto no a riforme che poi si sono rivelate efficaci sotto il profilo delle libertà e delle garanzie per il cittadino.
Cosa prevede la riforma
La riforma è ampia: dalla creazione di due CSM, al sorteggio dei componenti togati, fino all’istituzione dell’Alta Corte di Giustizia. Mi soffermo però sulla parte meno tecnica e più comprensibile all’elettore.
Gli avvocati penalisti sono sul campo e conoscono bene i problemi che quotidianamente affliggono il sistema giustizia; raccolgono l’“urlo di dolore” del cittadino che entra in un’aula di Tribunale.
L’imputato, purtroppo, percepisce “a pelle” il fil rouge che lega accusa (PM) e Giudice chiamato a emettere la sentenza. Le metafore che circolano sono tante: PM e Giudice nello stesso spogliatoio, vicini di casa con porte comunicanti, cugini senza filiazione. La sensazione diffusa, per chi rimane coinvolto in vicende giudiziarie, è quella di non essere giudicato da un Giudice equidistante ed effettivamente terzo rispetto a chi accusa e chi difende.
Senza perdersi in cavilli tecnici difficili da comprendere, con la separazione delle carriere si spezza quel cordone che vede tutti i giudici appartenere al medesimo Consiglio Superiore della Magistratura — l’organo di amministrazione che decide avanzamenti di carriera, trasferimenti e promozioni.
Cambia lo “spogliatoio” del giudice, si chiudono le porte comunicanti, e termina la cointeressenza tra chi accusa (PM) e chi giudica.
È evidente che, lasciando le cose come stanno, l’influenza reciproca tra pubblici ministeri e giudici che “vivono nella stessa casa” diventa un fatto fisiologico. La creazione di due CSM, uno per i Pubblici Ministeri e uno per i Giudicanti, rafforza questi ultimi e li rende liberi da ogni condizionamento, anche al cospetto di chi deve essere giudicato.
A chi attribuisce alla riforma uno scopo diverso — come quello di mettere il potere giudiziario sotto l’esecutivo — rispondo con franchezza: si tratta di una mistificazione della realtà. L’articolo 104 della Costituzione, così come riformato, sancisce l’indipendenza e l’autonomia piena della Magistratura; se così non fosse, saremmo stati noi avvocati i primi ad avversare la riforma.
Il sostegno dei costituzionalisti
Non è un caso che illustri costituzionalisti, maestri del diritto ed ex presidenti della Corte Costituzionale, come Sabino Cassese e Augusto Barbera, votino SÌ alla riforma. Così come tanti magistrati liberi da legami correntizi, impegnati ogni giorno con sacrificio e dedizione nell’esercizio della funzione.
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