Anno: XXVIII - Numero 43    
Lunedì 2 Marzo 2026 ore 12:15
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I luoghi di giustizia non sono palcoscenici di competizione referendaria

La nota della giunta in merito all’utilizzo dei tribunali per la campagna referendaria.

I luoghi di giustizia non sono palcoscenici di competizione referendaria

La Giunta dell’Unione Camere Penali Italiane esprime la più ferma condanna per il reiterato e sistematico utilizzo dei Palazzi di Giustizia da parte di esponenti dell’Associazione Nazionale Magistrati a fini di propaganda politica in vista del referendum sulla riforma della separazione delle carriere. Ciò che si sta consumando non è una semplice manifestazione di dissenso, ma l’appropriazione indebita di spazi e simboli istituzionali che appartengono all’intera collettività, sottratti alla loro funzione costituzionale e piegati al servizio di una causa di parte.

È un’onda anomala. Spinta dal vento della propaganda Anm, soffia da Reggio Calabria fino a Treviso. Non trascura la Sardegna, Sassari in particolare. Si tratta delle eccentricità contagiose con cui il sindacato delle toghe continua a “vivacizzare” la propria campagna per il No. Prosegue, di fatto, un’occupazione militante dei Tribunali da parte delle correnti che, attraverso le sezioni locali dell’Associazione, trasformano i Palazzi di giustizia in padiglioni espositivi per la loro battaglia contro la separazione delle carriere.

Si va da Sassari, con i volantini “Io voto No al referendum giustizia” esposti da giudici e pubblici ministeri sulle porte delle proprie stanze, a Treviso, dove l’Anm ha convertito un confronto con l’Ordine degli avvocati in una passerella unilaterale. La motivazione, riferita dai presenti, suona più o meno così: caro presidente del Coa, i tuoi relatori non ci piacciono, facciamo tutto da soli. Un’idea singolare di pluralismo, che riduce il contraddittorio a formalità e il dialogo a concessione.

Ma è a Reggio Calabria che si registra la prodezza più clamorosa. Davanti alle aule di udienza del Tribunale, in una mattinata ordinaria di processi, non c’erano soltanto parti e difensori. A far loro compagnia sei pannelli di grandi dimensioni, collocati nell’atrio che separa i vari ingressi, con slogan inequivocabili per esortare al No in vista della consultazione sulla riforma. Totem, roll-up, pannelli espositivi, flyer: si è discusso perfino del nome più adatto per definirli, prima di arrendersi all’evidenza che la questione terminologica appartiene più al linguaggio degli eventi e delle fiere che a quello della giurisdizione.

L’impatto visivo è stato alto e difficilmente equivocabile. All’inizio della mattinata uno dei cartelli si trovava proprio all’ingresso della sala riservata agli avvocati: un vero e proprio pugno nell’occhio, «un’autentica provocazione», come commentato da diversi legali reggini. Poche ore più tardi il pannello è stato spostato di qualche metro, in posizione più defilata rispetto alla sala dedicata ai difensori. Ma il dato sostanziale resta: la campagna referendaria è entrata fisicamente nel Palazzo di giustizia, che non dovrebbe essere né una piazza né un luogo da adibire a comizi o a competizioni politiche.

L’iniziativa, autorizzata dal presidente del Tribunale, ha suscitato l’immediata reazione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Reggio Calabria, che ha deliberato un comunicato formale indirizzato ai vertici giudiziari e forensi. Il documento esprime “la più ferma stigmatizzazione per l’esposizione, avvenuta presso i locali del Tribunale di Reggio Calabria, di sei pannelli di considerevoli dimensioni che propagandano, davanti all’ingresso delle singole aule di udienza, le ragioni del comitato per il ‘no’ al referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario”.

L’Ordine chiarisce subito il perimetro della propria presa di posizione: “una questione di metodo, non di merito”. Il Consiglio precisa che la posizione “non attiene ai contenuti della questione referendaria, né intende sindacare la legittimità del dibattito pubblico su un tema di così rilevante interesse collettivo”. Il diritto al confronto democratico riceve un riconoscimento esplicito. La vera questione, per l’avvocatura reggina, riguarda la sede scelta. La collocazione dei pannelli, si legge ancora, incide “sul decoro dell’istituzione e sulla sacralità del luogo in cui si esercita la giurisdizione”.

Parole che riportano il dibattito al valore simbolico del Palazzo di giustizia. Il passaggio centrale della presa di posizione è netto: “Il Palazzo di giustizia e i suoi locali non sono — e non possono diventare — teatro della politica e della competizione elettorale o referendaria, uno dei presidi più alti delle istituzioni democratiche, lo spazio in cui si amministra la giustizia in nome del popolo italiano e in cui deve essere coltivata come valore assoluto la neutralità politica delle istituzioni”.

È esattamente questo il punto. Nessuno contesta il diritto dei magistrati di esprimere opinioni o di partecipare al dibattito pubblico. Ma ogni diritto incontra limiti quando entra in tensione con l’esigenza di garantire — anche solo in apparenza — l’imparzialità della funzione giurisdizionale. Le opinioni si esprimono nelle sedi associative, nei mezzi di comunicazione, negli spazi pubblici deputati al confronto. Non nei corridoi dove si attende di essere giudicati, non davanti alle aule in cui si decide della libertà e dei diritti delle persone.

I Palazzi di Giustizia non sono “casa” di alcuna corrente, né sede operativa di un’associazione di categoria. Sono la casa del popolo italiano, nel cui nome la giustizia viene amministrata. Confondere il piano della funzione costituzionale con quello dell’appartenenza corporativa alimenta una pericolosa sovrapposizione tra istituzione e parte, tra giurisdizione e militanza.

Per queste ragioni, l’Unione Camere Penali Italiane rinnova l’appello alle Presidenze delle Corti e al Ministero della Giustizia affinché intervengano con urgenza per ripristinare la neutralità degli uffici giudiziari, disponendo la rimozione di ogni materiale propagandistico e adottando direttive chiare per impedire il ripetersi di simili episodi. La credibilità della giustizia si misura anche dal rispetto rigoroso dei suoi luoghi.

La neutralità dei Palazzi di Giustizia non è un dettaglio formale, ma un presidio sostanziale di garanzia per tutti. Difenderla significa tutelare la distinzione tra istituzione e associazione, tra funzione pubblica e opinione privata. In una democrazia matura il confronto è legittimo, persino necessario. Ciò che non è accettabile è che si svolga appropriandosi di simboli e spazi che appartengono all’intera collettività. I luoghi in cui si amministra la giustizia in nome del popolo italiano non possono essere degradati a palcoscenici di competizione referendaria.

 

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