Altro che anno giudiziario, i magistrati riducono le inaugurazioni a un comizio
Dai palchi di Milano a Gratteri, la magistratura trasforma le cerimonie solenni in una campagna per il No: ecco perché questa "sgrammaticatura" istituzionale spinge verso il Sì
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Nulla, non si fermano davanti a nulla. E questo fine settimana i magistrati – non tutti i magistrati, per carità, ma una gran parte sì – hanno trasformato le cerimonie dell’anno giudiziario in una sorta di Speakers’ Corner contro la riforma sulla separazione delle carriere. Hanno preso il momento più alto e sacro, quello in cui si celebra il rito laico della giustizia, e l’hanno ridotto a un palco per comizietti di bassa lega. Così, senza imbarazzo.
Evidentemente non bastavano i cartelloni 6×3 che, in puro stile berlusconiano, ripetono “a manetta” la balla dell’assoggettamento della magistratura alla politica; né bastavano le fake sul povero Falcone, tirato in ballo senza decenza e, dettaglio non secondario, senza aver letto una riga, una, del suo pensiero. No, non bastava. Così venerdì e sabato i magistrati engagée hanno deciso di fare di più: trasformare i santuari della giustizia amministrata in nome del popolo in uno sfogatoio della peggior specie, in un assalto organizzato contro le decisioni del Parlamento e – hai visto mai – contro coloro che il 22 e 23 marzo prossimi oseranno votare Sì al referendum.
A Milano, tanto per dirne una, il problema non è l’edilizia giudiziaria, né i tempi di una giustizia che sfibra i cittadini, li consuma, li scoraggia. No. Nulla di tutto questo. Per la Pg Francesca Nanni il vero tema è la riforma, perché sarebbe addirittura “punitiva”. E poi, ispirata – verrebbe da dire – da una missione superiore, invita il Parlamento a occuparsi di ben altre riforme. Ricapitoliamo: durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, uno dei vertici del potere giudiziario demolisce una riforma del potere legislativo ed esecutivo e suggerisce loro come dovrebbero lavorare. Tutto normale? In Italia, a quanto pare, sì. È il nuovo galateo istituzionale.
Ma andiamo avanti. Da Trieste riecheggia il monito della consigliera togata Maria Francesca Abenavoli. Anche lei, nella doppia veste di magistrata e di componente di un organo di rilievo costituzionale, sente l’urgenza civile di criticare la riforma approvata in doppia lettura dal Parlamento: «Il sorteggio è incompatibile con la natura di organo costituzionale; è antidemocratico un sistema affidato alla sorte anziché all’elettività». E poi Ancona, dove il presidente della Corte d’Appello ribadisce che il vero obiettivo della riforma sarebbe l’indipendenza della magistratura, messa in discussione, nonostante le assicurazioni del governo, dal testo costituzionale licenziato. Un allarme ripetuto come slogan ma privo di qualsiasi appiglio giuridico. Eppure basterebbe leggerlo, questo benedetto “testo licenziato”, per scoprire che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono scritte e ribadite non una ma due volte.
E naturalmente non poteva mancare Nicola Gratteri, che ha almeno il pregio della chiarezza: ha fatto capire che non era lì per inaugurare l’anno giudiziario, ma per fare campagna referendaria. Contro il Sì, s’intende. Vale la pena riportare le sue parole, giusto per misurare il livello della nostra liturgia istituzionale: «Perché quest’anno ci sono? L’anno scorso doveva essere mandato un messaggio, per me era importante non esserci. Quest’anno ci sono e parlo come lo sto facendo in tutte le trasmissioni televisive dove vengo invitato per spiegare perché bisogna votare No».
E ci fermiamo qui. È troppo anche per noi. Ma in tutto questo una cosa è ormai chiarissima: questa sgrammaticatura istituzionale dal retrogusto “eversivo” e, perché no, arrogante, spiega meglio di qualsiasi altra cosa perché andare a votare, e perché votare Sì. Si chiama eterogenesi dei fini…
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