Fra il Pd e i magistrati è l’ora del divorzio
Gli strali contro il gip delle osservazioni su Scarpinato. Ora le critiche ai giudici che concedono permessi ai boss. Sono (anche) segnali di un collateralismo che non c’è più.
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Nella mobilitazione del Pd contro i benefici ai condannati per mafia c’è probabilmente una ratio politica generale. C’è semplicemente l’occasione, per i dem, di chiedere conto all’attuale ministro della Giustizia di una presunta disfunzione. Il senso delle interrogazioni parlamentari presentate dall’opposizione sui “benefici ai boss” è questo, e a meno di un anno dalle Politiche ci sta.
Ma nella sempre più ricorrente distanza fra i parlamentari del Nazareno e le decisioni di alcuni magistrati c’è forse persino un segno positivo: si manifesta in modo sempre più chiaro la fine di un rapporto organico. Si dissolve sempre più l’era in cui sembrava esserci un’osmosi politico culturale fra alcune autorevolissime figure del centrosinistra (Luciano Violante, Anna Finocchiaro) e l’associazionismo giudiziario progressista (Edmondo Bruti Liberati, Armando Spataro). Non è un raffreddamento recentissimo: all’epoca della precedente consiliatura Csm, quando il governo Draghi mise mano, con Marta Cartabia, a una riforma dell’ordinamento giudiziario non del tutto gradita alla magistratura, un leader delle correnti di sinistra osservò come nel Partito democratico (decisivo in quella maggioranza delle larghe intese) fossero di fatto scomparse le figure di collegamento con il mondo togato.
L’ultimo ad aver interpretato quel ruolo di “ponte” fra la sinistra e i magistrati fece notare, a microfoni spenti, il vertice della corrente progressista, era stato Andrea Orlando, guardasigilli fra il 2014 e il 2018 che “certe volte scoprivamo seduto in ultima fila ai nostri convegni, a prendere appunti: voleva capire, approfondiva, e si confrontava con noi”. Va detto che Orlando è stato un ministro della Giustizia capace di dialogare bene anche con gli avvocati: resta memorabile la sua intervista sul palco con l’allora presidente delle Camere penali Valerio Spigarelli (a sua volta un vero intellettuale di sinistra) al congresso Ucpi di Venezia del 2014. Ma il punto non è rimpiangere un collateralismo che ha avuto eccome i suoi lati oscuri. Il punto è prendere atto, andrebbe aggiunto per fortuna, che un’epoca è davvero finita. Che l’osmosi fra toghe e sinistra non ha più ragione di essere. E che si tratta di un’evoluzione positiva. Della fine di un’anomalia, piuttosto che del tramonto di una proficua sovrapposizione.
Oltretutto a suggellare l’addio definitivo a un certo modo di intendere la contiguità politico-giudiziaria è stato proprio Orlando, con l’articolo firmato insieme con Debora Serracchiani sul Sole-24 Ore lo scorso 29 aprile, poche settimane dopo la vittoria del No alle carriere separate: “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo, perché è altrettanto vero che vi è un clima di sfiducia crescente dell’opinione pubblica nei suoi confronti”, scrissero i due dirigenti del Partito democratico. Sembrò chiaramente, quel passaggio chiave dell’intervento (non a caso sottoscritto dall’ultimo guardasigilli del Pd e dall’attuale responsabile Giustizia del partito), la definitiva cristallizzazione di una distanza: sinistra democratica e magistrati non sono più vasi comunicanti, ammesso che tale immagine calzasse per il passato; di certo c’è una chiara volontà di distinzione, che vuol dire, per fortuna, innanzitutto autonomia.
Se la si guarda così, la freddezza emersa in alcune occasioni fra i dem e alcuni magistrati (dal gip di Caltanissetta che ha ricostruito i rapporti nella Procura di Palermo all’epoca delle stragi di Capaci e via D’Amelio, fino alle recentissime bordate contro i giudici di sorveglianza “colpevoli” di concedere permessi ai detenuti di mafia) assume un tratto diverso. È appunto l’espressione di un’autonomia. Che non esclude incontri ma non prevede sovrapposizioni. Poi certo, si potrà dire che durante la campagna contro le carriere separate, la discesa del Pd nella trincea dell’Anm ha contribuito allo spreco di un’irripetibile occasione, almeno dal punto di vista di chi considerava quella riforma come una via per affrancare i giudici (e indirettamente la politica) dall’egemonia dei pm. Ma al di là dei motivi che hanno spinto Elly Schlein a dirigere il partito verso il No, resta un rapporto fra sinistra democratica e toghe diverso da come in molti, per decenni lo hanno immaginato, e descritto. E sia lecito ripetere che questa differenza ha, almeno dal punto di vista di chi scrive, un senso assolutamente positivo.
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