Anno: XXVIII - Numero 197    
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Milano a ferro e fuoco, è allarme minori

Circa 160 fermati oltre l’80% minorenni tra questi molti dodicenni, maranza e attivisti Propal. Su Instagram la pagina "Movimento 17 ottobre": "Siamo quelli delle piazze". E annunciano mobilitazione permanente ogni sabato.

Milano a ferro e fuoco, è allarme minori

Milano sotto assedio per due giorni consecutivi. Quello che avrebbe dovuto essere un corteo contro il carovita, l’inflazione e il rincaro dei prezzi si è trasformato in una sequenza di devastazioni, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine nel cuore della città. Piazza Duomo, via Torino, via Orefici e la zona delle Cinque Vie sono diventate il teatro di una guerriglia urbana che ha coinvolto gruppi di giovani incappucciati, molti dei quali minorenni. Il bilancio riferito alle forze dell’ordine parla di circa 160 persone fermate per l’identificazione dopo la seconda giornata di disordini, con oltre l’80% dei fermati al di sotto dei diciotto anni. Tra loro, secondo le informazioni circolate, ci sarebbero anche ragazzi di appena dodici anni. Un dato che trasforma l’emergenza sicurezza in una questione che investe direttamente le famiglie, la scuola e le istituzioni, oltre a interrogare la capacità dello Stato di prevenire e contenere la violenza giovanile.

La dinamica degli incidenti racconta una protesta rapidamente degenerata in devastazione. Gruppi di ragazzi, spesso vestiti di nero e con il volto coperto, si sono distribuiti in piccoli nuclei nelle strade del centro, rendendo più complicato il lavoro delle forze dell’ordine. Sono stati lanciati oggetti e bottiglie contro gli agenti in tenuta antisommossa, mentre i petardi hanno accompagnato le fasi più concitate degli scontri. La polizia è intervenuta con lacrimogeni e idranti, cercando di impedire ai gruppi di riconquistare piazza Duomo e di contenere gli spostamenti nelle vie limitrofe. Ma la dispersione dei manifestanti nelle strade laterali ha alimentato una situazione difficile da controllare: scooter, biciclette, monopattini e cestini dei rifiuti sono stati rovesciati, gli arredi dei locali danneggiati, i finestrini delle auto infranti. In via Torino, alcuni giovani hanno sfondato le vetrine di un supermercato Carrefour, entrando per sottrarre bottiglie di alcolici e altri prodotti e gettando parte della merce in strada. Altri hanno danneggiato veicoli parcheggiati o incolonnati, mentre i residenti, esasperati, hanno reagito anche lanciando secchiate d’acqua contro i gruppi in transito. Scene che hanno trasformato il centro commerciale e turistico di Milano in un territorio di paura per cittadini, commercianti e lavoratori.

Il punto più inquietante non è soltanto la gravità dei danneggiamenti, ma la composizione dei gruppi coinvolti. La presenza massiccia di giovanissimi, compresi adolescenti in età molto precoce, pone interrogativi che non possono essere liquidati con la consueta spiegazione della rabbia sociale. Il disagio economico può alimentare una protesta legittima, ma non giustifica il saccheggio di un negozio, la distruzione di un’automobile o l’aggressione a chi indossa una divisa. La distanza tra rivendicazione politica e violenza criminale è netta. Quando una manifestazione contro il carovita diventa l’occasione per devastare il patrimonio pubblico e privato, la protesta perde la propria ragione originaria e finisce per danneggiare proprio quei cittadini che sostiene di voler difendere. A pagare il conto sono i commercianti, i dipendenti, i residenti e, in ultima istanza, la collettività chiamata a sostenere i costi dei danni.

Un elemento ulteriore riguarda il carattere frammentato dei gruppi. Secondo le ricostruzioni contenute nelle informazioni disponibili, non si sarebbe trattato soltanto di organizzazioni politiche tradizionali o di collettivi strutturati, ma anche di giovani privi di una leadership riconoscibile, capaci di aggregarsi e disperdersi rapidamente. L’assenza di referenti stabili complica il lavoro preventivo delle autorità e rende più difficile individuare interlocutori in grado di contenere le tensioni. In questo quadro, i social network possono diventare un moltiplicatore del fenomeno: le immagini dei raid, dei danneggiamenti e degli scontri vengono registrate e diffuse in tempo reale, trasformando la violenza in uno spettacolo da esibire per ottenere visibilità, approvazione e seguito. È un meccanismo che rischia di premiare i comportamenti più estremi e di alimentare l’emulazione. Non è tuttavia possibile attribuire a un’unica regia o a una precisa matrice politica l’intera sequenza degli incidenti sulla sola base degli elementi disponibili.

La comparsa su Instagram della pagina denominata “Movimento 17 ottobre” aggiunge un tassello al quadro. Nei contenuti riportati viene annunciata una mobilitazione permanente ogni sabato alle 15, con appuntamenti a Milano e in altre città italiane, tra cui Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari e Genova. Il messaggio è apertamente ostile al governo e presenta il movimento come espressione di una protesta contro un sistema accusato di aver negato un futuro ai giovani. In alcuni post, la violenza viene descritta come una risposta alla presunta violenza delle istituzioni, mentre un video relativo alla sottrazione di merci in un negozio viene presentato come un “esproprio proletario”. È una narrazione che tenta di trasformare il saccheggio in gesto politico e di ribaltare il rapporto tra aggressori e vittime. La presenza di questi messaggi non dimostra, da sola, che la pagina abbia organizzato gli scontri, ma segnala il rischio che episodi di devastazione vengano rivendicati, giustificati o utilizzati per alimentare nuove mobilitazioni. La distinzione tra protesta, propaganda e responsabilità individuali dovrà essere verificata dagli investigatori.

Di fronte alle immagini dei negozi saccheggiati e dei cittadini impauriti, il sindaco Giuseppe Sala ha espresso una condanna senza ambiguità. «Condanna totale rispetto a chi commette queste azioni criminali», ha dichiarato, escludendo atteggiamenti comprensivi verso comportamenti che, a suo giudizio, lasciano poco spazio alla comprensione. Sala ha anche chiesto maggiori forze di polizia, precisando che la richiesta non nasce da una polemica istituzionale, ma dalla conoscenza della città. Il sindaco ha inoltre assicurato che la polizia locale farà la propria parte, nel rispetto delle regole di gestione della sicurezza, a sostegno delle forze di polizia dello Stato. La presa di posizione segna un cambio di tono rispetto alla necessità di affrontare un’emergenza che non può essere considerata un semplice problema di ordine pubblico circoscritto a una singola giornata.

Le parole del sindaco hanno però aperto anche uno scontro politico sulla gestione della sicurezza a Milano. Il Sindacato autonomo di polizia, attraverso il segretario nazionale Gianpiero Timpano, ha accolto le dichiarazioni di Sala con un polemico «meglio tardi che mai». Secondo il sindacato, le devastazioni rappresentano un problema ormai grave e inaccettabile, con conseguenze per la sicurezza dei cittadini, per le attività commerciali e per i contribuenti che dovranno sostenere i costi dei danni. Timpano ha contestato quella che considera una sottovalutazione del fenomeno negli anni precedenti e ha chiesto conto delle misure concretamente adottate dall’amministrazione comunale per agevolare il lavoro degli agenti, richiamando in particolare le politiche abitative dedicate, la mobilità e la collaborazione con la polizia locale. Si tratta delle valutazioni del sindacato, che chiamano in causa le responsabilità politiche e amministrative senza esaurire, da sole, la complessità della gestione dell’ordine pubblico.

Più articolata la lettura dell’ex prefetto e questore Francesco Tagliente, che invita a studiare gli scenari in corso e a rafforzare gli strumenti di prevenzione. Tagliente ritiene che le tensioni viste negli ultimi tempi in altri Paesi europei, tra cui Francia e Spagna, potessero manifestarsi anche in Italia, ma esclude che gli episodi debbano essere ricondotti automaticamente a una regia internazionale. A suo giudizio, la comunicazione in tempo reale può favorire l’emulazione: vedere quanto accade altrove può incoraggiare altri gruppi a ripetere le stesse azioni. L’ex prefetto sottolinea inoltre che la partecipazione di tanti minorenni condiziona l’operato delle forze di polizia e impone una riflessione specifica. Impedire ogni episodio di violenza è un obiettivo irrealistico, ma attività preventive, investigative e operative possono ridurre il rischio di nuove degenerazioni. La deterrenza, in questa prospettiva, deve accompagnarsi alla capacità di comprendere le dinamiche dei gruppi e di individuare tempestivamente i segnali di escalation.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione dedicata all’ordine pubblico dopo le manifestazioni e gli scontri degli ultimi giorni. La convocazione porta la questione dal livello cittadino a quello nazionale, anche perché gli annunci di mobilitazioni ricorrenti in diverse città potrebbero prolungare la tensione oltre l’emergenza milanese. La risposta istituzionale dovrà misurarsi con due esigenze: garantire il diritto a manifestare e impedire che le piazze diventino il luogo in cui gruppi violenti possono agire con la convinzione di restare impuniti. Non si tratta di mettere sullo stesso piano i manifestanti pacifici e chi saccheggia o aggredisce gli agenti, ma di evitare che i primi finiscano ostaggio dei secondi e che la violenza comprometta ogni forma di dissenso legittimo.

La questione dei minorenni resta quella più difficile da affrontare. La loro presenza in numero così elevato, se confermata dai dati definitivi, non può essere letta soltanto attraverso la lente repressiva. Le responsabilità individuali devono essere accertate e le eventuali conseguenze applicate secondo la legge, tenendo conto dell’età e delle garanzie previste per i minori. Ma serve anche capire come ragazzi così giovani arrivino a considerare normale l’aggressione alle forze dell’ordine, la distruzione di beni altrui e l’esibizione pubblica del saccheggio. Famiglie, scuola, servizi sociali e istituzioni sono chiamati a interrogarsi su un fenomeno che non si risolve con una dichiarazione di condanna, ma neppure può essere giustificato invocando genericamente il disagio sociale. Comprendere le cause non significa assolvere i responsabili; al contrario, significa impedire che la violenza diventi un modello di riconoscimento e appartenenza.

Milano si trova così davanti a una doppia emergenza: ripristinare la sicurezza nelle strade e impedire che il disordine si trasformi in una pratica replicabile, alimentata dai social e da una narrazione che presenta la devastazione come un atto di ribellione. La protesta contro il carovita può e deve trovare spazio nelle istituzioni democratiche, ma non può diventare la copertura per saccheggi e aggressioni. La risposta non può limitarsi a rincorrere gruppi che si disperdono nelle vie del centro dopo aver danneggiato negozi e automobili. Occorrono prevenzione, coordinamento tra le forze dell’ordine, accertamento delle responsabilità e una strategia specifica per la violenza giovanile. La riunione convocata da Meloni sarà un passaggio importante per valutare le misure da adottare, mentre le annunciate mobilitazioni del sabato rappresentano un banco di prova immediato. La linea di demarcazione è semplice: manifestare è un diritto, devastare non lo è. E uno Stato democratico deve essere in grado di difendere entrambi i principi, senza confondere la libertà di protesta con l’impunità di chi la usa come pretesto per mettere a ferro e fuoco una città.

 

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