Anno: XXVIII - Numero 191    
Giovedì 8 Ottobre 2026 ore 13:30
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La protesta francese ora bussa all’Italia?

L’appello di Ilaria Salis accende il confronto: scuola e disagio sociale non diventino terreno di scontro politico.

La protesta francese ora bussa all’Italia?

La domanda non è se gli studenti abbiano il diritto di protestare. È ovvio che lo abbiano. La domanda, molto più delicata, è un’altra: che cosa accade quando una protesta legittima viene trasformata in un modello di mobilitazione politica da esportare da un Paese all’altro?

È questo il punto che emerge dall’appello di Ilaria Salis, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, che dopo le proteste esplose in Francia ha invitato a una mobilitazione analoga anche in Italia. Salis ha sostenuto che anche nel nostro Paese ci sarebbero “tutte le ragioni” per una protesta di quella portata, citando scuole degradate, classi sovraffollate, personale sottopagato e condizioni di lavoro sempre più difficili.

Il problema è che la Francia non offre soltanto l’immagine di una protesta studentesca. Offre anche quella di una situazione rapidamente sfuggita di mano. Le manifestazioni, nate da rivendicazioni sulla scuola, sono state accompagnate in numerose città da blocchi, incendi, danneggiamenti e scontri con la polizia. Nei giorni scorsi centinaia di persone sono state arrestate e decine di operatori scolastici sono rimasti feriti; il 6 ottobre oltre 250 mila persone hanno partecipato alle mobilitazioni nazionali.

E la situazione non si è chiusa. L’8 ottobre le proteste continuano, con centinaia di licei chiusi o parzialmente riaperti e nuovi scontri a Parigi. Il governo francese ha promesso interventi su organici e condizioni degli istituti, mentre ha anche sospeso l’impiego di alcune granate antisommossa dopo le polemiche sull’uso della forza.

È dunque necessario evitare due errori opposti.

Il primo sarebbe negare il disagio reale degli studenti francesi, riducendo tutto a una manovra politica. Le rivendicazioni sulla qualità degli edifici, sulla carenza di insegnanti e sulle classi sovraffollate sono concrete e meritano una risposta istituzionale.

Il secondo sarebbe considerare automaticamente positiva qualsiasi forma di mobilitazione soltanto perché nasce dalla scuola. Una protesta democratica conserva la propria legittimità finché resta dentro il perimetro della libertà di manifestazione e del rispetto delle persone e dei beni pubblici. Quando compaiono violenze, incendi e aggressioni, il problema cambia natura.

Ed è proprio qui che l’appello italiano merita attenzione.

Salis non ha semplicemente espresso solidarietà agli studenti francesi. Ha scritto che anche in Italia esisterebbero le condizioni per una mobilitazione “di questa portata” e ha concluso con un esplicito “evviva il movimento studentesco”.

Una cosa è chiedere più investimenti nell’istruzione. Un’altra è assumere come riferimento una mobilitazione che in Francia ha prodotto anche una pesante crisi di ordine pubblico.

L’Italia non è la Francia e non è detto che ciò che accade a Parigi debba necessariamente riprodursi a Roma, Milano, Torino o Napoli. Le società hanno storie, istituzioni, equilibri politici e livelli di tensione differenti. Anche per questo sarebbe sbagliato trasformare automaticamente il disagio scolastico in una prova generale di conflitto politico.

La scuola, invece, dovrebbe rimanere il luogo nel quale quel disagio viene discusso e affrontato.

Gli studenti possono manifestare. Gli insegnanti possono scioperare. I sindacati possono rivendicare maggiori risorse. Le opposizioni possono contestare le politiche del governo. Sono tutti elementi fisiologici della democrazia.

Il confine da difendere è quello tra protesta e violenza, tra conflitto politico e caos.

Perché il rischio, quando una piazza diventa il centro della competizione politica, è che il merito delle rivendicazioni finisca travolto dalla radicalizzazione dello scontro. E a quel punto a perdere non sarebbero soltanto il governo o l’opposizione: perderebbe soprattutto la scuola, che diventerebbe ancora una volta il teatro di una battaglia che va ben oltre le sue aule.

L’appello di Salis apre dunque una questione politica che non può essere liquidata né con l’allarmismo né con l’entusiasmo militante: l’Italia deve interrogarsi sui problemi reali della sua scuola senza importare automaticamente le modalità più conflittuali della protesta francese.

 

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