Iran, gli ayatollah riscoprono i diritti che hanno massacrato
Teheran accusa Parigi mentre nasconde la strage dei propri giovani.
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Teheran convoca l’ambasciatore francese per la repressione delle proteste studentesche. Nove mesi dopo aver massacrato trentamila giovani al buio, il regime si scopre paladino dei diritti dei manifestanti. Non è teatro dell’assurdo: è guerra cognitiva
Il 6 ottobre il Ministero degli Esteri della Repubblica islamica dell’Iran ha convocato l’ambasciatore di Francia a Teheran per protestare contro la “violenta repressione” delle proteste studentesche che da settimane agitano i licei francesi. Non si può dire che gli ayatollah non abbiano un loro macabro senso dell’umorismo. Nove mesi fa, nelle notti tra l’8 e il 9 gennaio, il regime ordinava il massacro di trentamila giovani iraniani che manifestavano in tutto il Paese, dopo aver spento internet per nascondere al mondo la carneficina. La cifra non è un’iperbole polemica: è quella fornita al settimanale Time da due alti funzionari del Ministero della Sanità iraniano, secondo i quali le vittime di quelle sole due notti furono così numerose da esaurire i sacchi per i cadaveri e da costringere a sostituire le ambulanze con autoarticolati. Documenti dei Pasdaran visionati dall’emittente Iran International parlano addirittura di oltre trentaseimila morti. Il blackout era scattato alle dieci di sera dell’8 gennaio, aveva isolato in poche ore il 99 per cento della rete nazionale ed era rimasto in vigore per oltre duecento ore. Le autorità, che ammettevano prima tremila e poi cinquemila vittime, attribuendone la responsabilità a Israele e a gruppi armati stranieri, mandavano nel frattempo il proprio ambasciatore a Parigi a dichiarare alla radio pubblica francese che il regime non aveva sangue sulle mani.
Una notizia del genere sembrerebbe appartenere al teatro dell’assurdo, e la tentazione di liquidarla con un’alzata di spalle è forte. Sarebbe un errore. La convocazione dell’ambasciatore francese non è una gaffe né un eccesso di zelo burocratico, ma una mossa calcolata dentro una partita che si gioca sul terreno più insidioso del conflitto contemporaneo, quello della percezione. Va letta, in altre parole, come un atto di guerra cognitiva.
Per coglierne il senso bisogna ricordare la sequenza di gennaio. Il 12, mentre il Paese era ancora al buio, Teheran convocava i diplomatici di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, mostrava loro i video dei danni provocati dai “rivoltosi” e pretendeva che i rispettivi governi ritirassero le dichiarazioni di solidarietà con i manifestanti. Il giorno successivo era Parigi a convocare l’ambasciatore iraniano, condannando la violenza di Stato inflitta indiscriminatamente a dimostranti pacifici e chiedendo la fine del blackout. Nei mesi seguenti il rapporto bilaterale è ulteriormente precipitato: a luglio due diplomatici francesi sono stati intimiditi, e uno di loro malmenato, dai servizi di sicurezza iraniani; Teheran ha convocato l’ambasciatore francese accusando Parigi di ingerenza sotto il pretesto del dialogo con la società civile; ad agosto la Francia ha espulso due funzionari dell’ambasciata iraniana.
Il regime prende il lessico che l’Europa gli ha rivolto a gennaio, repressione, violenza di Stato, diritti dei manifestanti, e lo restituisce al mittente come in uno specchio deformante. Non lo fa perché abbia scoperto all’improvviso una vocazione per le libertà civili dei liceali parigini, ma perché la simmetria apparente è essa stessa il messaggio. È la tecnica che la propaganda sovietica aveva elevato a sistema e che gli anglosassoni chiamano whataboutism: a ogni accusa si risponde non confutandola, ma spostando il riflettore sull’accusatore. “E voi, allora?”. Non occorre dimostrare di essere innocenti; basta convincere il pubblico che nessuno lo è.
Un’operazione di questo tipo non è rivolta al governo francese, che sa perfettamente come stanno le cose, ma a tre platee distinte.
La prima è quella interna. A una popolazione che porta ancora il lutto per i propri figli, il regime racconta che anche le democrazie occidentali manganellano gli studenti, che l’ordine pubblico è ovunque una questione di forza e che quanto accaduto a gennaio non fu un massacro ma la legittima difesa dello Stato contro disordini fomentati dall’estero. È la stessa cornice narrativa adottata durante la repressione, quando i media di Stato descrivevano i manifestanti come terroristi ed elementi armati.
La seconda platea è quella del cosiddetto Sud globale, dove la denuncia dei doppi standard occidentali trova un terreno fertile, e non sempre immotivato. Teheran sa che l’accusa di ipocrisia rivolta all’Europa, ogni volta che questa parla di diritti umani, risuona in molte opinioni pubbliche del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, e la alimenta con metodo per delegittimare le pressioni internazionali che riceve.
La terza platea, la più importante dal punto di vista della guerra cognitiva, è proprio quella europea. L’obiettivo non è persuadere i francesi che il regime iraniano sia migliore del loro governo, impresa evidentemente impossibile, ma insinuare l’idea che la differenza tra i due sia di grado e non di natura. Se le cariche della polizia davanti a un liceo di banlieue e il fuoco sulla folla a Rasht o a Mashhad diventano due varianti della stessa “repressione”, il confine morale e politico tra democrazia e autocrazia si sfuma fino a scomparire. E un cittadino che non vede più quel confine è un cittadino meno disposto a difenderlo.
Il punto di forza dell’operazione è che si appoggia su qualcosa di vero. Le proteste francesi non sono un’invenzione straniera. Nascono da un disagio reale di studenti, docenti e famiglie per il deterioramento della scuola pubblica: la carenza cronica di insegnanti e il ricorso massiccio al precariato, che costa ore di lezione preziose in vista del baccalauréat; edifici fatiscenti, gelidi d’inverno e soffocanti d’estate; classi oltre i trenta alunni, che colpiscono soprattutto gli istituti delle periferie; la contestata riforma del “choc des savoirs”, con la divisione degli alunni in gruppi di livello che molti percepiscono come discriminatoria. I tradizionali blocus, le barricate di cassonetti e transenne davanti agli ingressi, hanno prodotto tensioni e sgomberi da parte della polizia in tenuta antisommossa. E le immagini di quegli sgomberi sono diventate la materia prima ideale per chi voleva servirsene.
È esattamente così che funziona la manipolazione informativa contemporanea. Le potenze ostili non creano il dissenso dal nulla: individuano le fratture sociali già esistenti, le wedge issues, e agiscono come acceleranti. Il ciclo è ormai ben documentato. Si monitorano le reti del Paese bersaglio per intercettare le crisi più cariche di emotività; si inondano le piattaforme con account coordinati, creando l’illusione di un consenso di massa attorno alle posizioni più estreme; si fa circolare materiale visivo decontestualizzato, vecchio o generato artificialmente, capace di accendere l’indignazione in pochi secondi; infine si spinge la narrazione fino a farla uscire dal circuito artificiale, perché venga ripresa in buona fede da giornalisti, influencer e politici locali che le conferiscono una legittimità altrimenti irraggiungibile. In questa catena di montaggio una convocazione diplomatica è un innesco prezioso: trasforma una suggestione in una notizia, con tanto di comunicato ufficiale e di titolo d’agenzia.
Teheran, del resto, non gioca da sola. La Russia ha già sperimentato sulla Francia la stessa grammatica durante la stagione dei Gilet gialli, tra il 2018 e il 2019, quando RT e Sputnik offrirono un palcoscenico sproporzionato alle frange più violente del movimento e le reti di account automatizzati amplificarono immagini scelte per far apparire il Paese sull’orlo della guerra civile. Da allora il repertorio si è raffinato. Nel giugno 2023 VIGINUM, l’agenzia francese incaricata di contrastare le ingerenze digitali straniere, ha documentato la campagna nota come Doppelgänger, che clonava l’aspetto grafico di testate come Le Monde, Le Figaro e Le Parisien, e persino il sito del Ministero degli Esteri, per diffondere articoli falsi. Con le presidenziali della primavera 2027 alle porte, ogni crisi sociale francese diventa un’occasione per polarizzare ulteriormente l’opinione pubblica e logorare la fiducia nelle istituzioni.
Non serve ipotizzare un coordinamento formale tra Mosca e Teheran per riconoscere una convergenza funzionale. Gli ecosistemi informativi dei due regimi si alimentano a vicenda: l’atto diplomatico iraniano fornisce una fonte “ufficiale”, gli apparati di amplificazione russi le garantiscono diffusione, e l’infiltrazione digitale viene praticata su entrambi i fronti della crisi, tra i manifestanti più radicali come tra i sostenitori della linea dura, per massimizzare lo scontro e azzerare lo spazio del dialogo democratico. Il risultato è un’eco che sembra spontanea e non lo è.
C’è però un dettaglio che il regime iraniano non può cancellare e che rivela il cuore del problema. Noi vediamo le immagini degli sgomberi nei licei francesi perché in Francia nessuno ha spento internet. I giornalisti filmano, gli studenti pubblicano, i sindacati denunciano, il Défenseur des droits può aprire un’istruttoria e un giudice può sanzionare l’agente che abbia ecceduto nell’uso della forza. In Iran, a gennaio, il mondo ha dovuto ricostruire la strage a posteriori, attraverso fonti mediche anonime, documenti trafugati e video usciti di contrabbando.
La differenza tra Parigi e Teheran non è che a Parigi non esistano i manganelli, ma che a Parigi i manganelli si vedono, si contestano e si giudicano.
Questa trasparenza è la forza delle democrazie e, insieme, la loro vulnerabilità. Le autocrazie hanno militarizzato il proprio spazio informativo con la censura, il bando delle piattaforme occidentali e la repressione penale del dissenso, e sono perciò largamente impermeabili alle ingerenze esterne. Le democrazie, che garantiscono il diritto di protesta, di critica e di libera espressione, offrono per definizione una vasta superficie d’attacco. È un’asimmetria che non si può colmare senza snaturarsi, e qui sta la trappola più sottile: l’obiettivo strategico ultimo di questi regimi non è soltanto seminare disordine, ma spingere le democrazie a rinnegare i propri valori in nome della sicurezza, adottando leggi censorie e diventando, per difendersi, un po’ più simili a ciò che combattono.
La risposta, dunque, non può essere il controllo statale dell’informazione. Le democrazie europee stanno costruendo un modello diverso, fondato sulla resilienza della società più che sul filtro dei contenuti. Il primo strumento è il prebunking, una sorta di inoculazione cognitiva che espone preventivamente i cittadini alle tecniche della manipolazione, i falsi dilemmi, la polarizzazione artificiale, la leva sulla rabbia, perché imparino a riconoscerle a prescindere dal contenuto politico che veicolano. Il secondo è normativo: il Digital Services Act europeo non chiede alle piattaforme di stabilire quale opinione sia vera, ma le obbliga a smantellare le reti di comportamento inautentico e a rendere trasparenti i propri algoritmi. Il terzo è il name and shame praticato da agenzie civili come VIGINUM, che rintracciano e rendono pubblica l’architettura tecnica delle operazioni straniere, privandole di ciò che le rende efficaci, cioè l’occultamento. Il quarto, il più lento ma il più duraturo, è l’alfabetizzazione mediatica fin dalla scuola primaria, sul modello finlandese e taiwanese.
È una lezione che riguarda da vicino anche l’Italia, perché le fratture oggi sfruttate in Francia esistono anche da noi. La scuola, il costo della vita, l’immigrazione e la sicurezza urbana sono temi pronti a essere trasformati in detonatori dalla prossima campagna, e la capacità di riconoscere un’operazione di influenza nel momento in cui prende forma è ormai una componente della sicurezza nazionale, non un esercizio accademico.
Resta l’umorismo macabro degli ayatollah, che non è soltanto cinismo ma una forma di potere: la pretesa di poter dire qualunque cosa, anche la più grottesca, confidando che nel rumore del dibattito occidentale qualcuno finirà per prenderla sul serio. La risposta migliore non è l’indignazione, che è esattamente ciò che l’operazione cerca, ma la memoria e la chiarezza. Ricordare, ogni volta che Teheran si erge a difensore degli studenti altrui, i nomi e i numeri dei propri. E ricordare che i lycéens francesi, qualunque cosa si pensi delle loro ragioni e dei metodi della polizia, domani potranno tornare in piazza, mentre decine di migliaia di loro coetanei iraniani non potranno più farlo.
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