Il 7 ottobre e la verità oltre i complotti
Gli allarmi ignorati inchiodano Israele, ma non provano un complotto di Netanyahu.
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Sono passati tre anni dal 7 ottobre 2023, il giorno in cui Hamas sfondò il confine di Gaza, attaccò comunità israeliane, basi militari e il festival Nova, uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 251 ostaggi. È una data che continua a dividere, a interrogare e soprattutto a pesare sulla politica israeliana. Ma proprio per questo, tre anni dopo, sarebbe necessario separare con rigore ciò che le inchieste hanno realmente accertato da ciò che sui social è diventato una scorciatoia narrativa: l’idea che Benjamin Netanyahu sapesse che Hamas stava per attaccare e abbia deliberatamente lasciato fare.
Le inchieste giornalistiche e le ricostruzioni disponibili raccontano una storia molto più complessa e, proprio per questo, politicamente e istituzionalmente più grave. Esistono elementi che documentano avvertimenti, segnali d’allarme, informazioni sottovalutate e clamorosi fallimenti nella catena decisionale. Non esiste, invece, sulla base delle prove pubblicamente disponibili, la dimostrazione che Netanyahu conoscesse in anticipo la data e le modalità dell’attacco e abbia deciso di non impedirlo. La differenza non è semantica: è la differenza tra una responsabilità politica e istituzionale enorme e l’accusa, assai più grave, di aver deliberatamente consentito un massacro.
La prima cosa da ricordare è che l’attacco non fu semplicemente una sorpresa assoluta per l’apparato israeliano. Nel febbraio 2025, un’inchiesta interna delle Forze di difesa israeliane individuò almeno cinque segnali anomali nella notte tra il 6 e il 7 ottobre. Attività inconsuete di Hamas erano state rilevate e discusse ai vertici militari e dell’intelligence. Il problema fu che quei segnali vennero interpretati alla luce di una convinzione consolidata: Hamas non avrebbe avuto la capacità o la volontà di lanciare un’offensiva su larga scala.
È uno dei punti centrali della vicenda. L’intelligence israeliana aveva raccolto negli anni precedenti informazioni molto importanti sull’organizzazione di Hamas. Il caso più clamoroso è quello del cosiddetto “Jericho Wall”, un documento di circa quaranta pagine che descriveva con notevole dettaglio uno scenario di invasione israeliana: lancio massiccio di razzi, neutralizzazione dei sistemi di sorveglianza, attraversamento del confine, uso di parapendii, motociclette e uomini armati, attacchi alle basi militari e ingresso nei centri abitati. Il documento era stato acquisito più di un anno prima del 7 ottobre. Ma venne considerato da esponenti dell’apparato di sicurezza come un piano teorico, troppo ambizioso per essere realmente attuato da Hamas.
Qui sta una delle responsabilità più difficili da eludere: non tanto l’assenza assoluta di informazioni, quanto l’incapacità di attribuire alle informazioni il loro reale significato. È il classico problema dell’intelligence che non consiste soltanto nel raccogliere dati, ma nel comprenderli. Il fallimento fu dunque anche culturale e strategico: Hamas venne interpretata per anni attraverso una chiave di lettura che la considerava interessata soprattutto alla gestione di Gaza, al mantenimento del proprio potere e alla convenienza economica del rapporto con Israele. L’ipotesi di una guerra totale venne considerata improbabile.
Anche nella notte dell’attacco qualcosa era stato percepito. Secondo le ricostruzioni dell’indagine militare, alle prime ore del mattino vennero rilevati movimenti anomali e attività sospette. Intorno alle 3, i vertici militari e dell’intelligence discussero i segnali provenienti da Gaza. Alle 4 circa, alcuni comandanti erano già consapevoli che stava accadendo qualcosa di insolito. Ma la conclusione fu ancora una volta quella sbagliata: non un’imminente offensiva generale, bensì un’altra provocazione di Hamas.
È in questo quadro che va collocata la questione Netanyahu.
Nel marzo 2025 il suo ufficio ammise che un ufficiale dell’intelligence assegnato al premier aveva ricevuto, circa tre ore prima dell’attacco, un documento dell’esercito contenente informazioni su attività sospette di Hamas. Quel documento non venne trasmesso al primo ministro. L’ufficio di Netanyahu sostenne che la mancata trasmissione era dovuta al carattere non urgente attribuito all’informazione.

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