IL PIL CRESCE MA GLI AVVOCATI RESTANO POVERI
La ricchezza corre verso l’élite mentre oltre 115mila legali dichiarano meno di 21mila euro.
In evidenza
“Per le economie avanzate, la produttività costituisce una sfida cruciale, essendo il motore principale dello sviluppo economico e del benessere collettivo nel lungo periodo. La crescita della produttività è infatti la fonte principale dell’aumento del prodotto potenziale e dei redditi reali. Come evidenziato dalla teoria economica e da numerosi studi empirici, i fattori che influenzano la produttività sono molteplici e di natura trasversale. Essi includono l’innovazione, la qualità del capitale umano, le capacità manageriali, i modelli organizzativi, le infrastrutture materiali e digitali, e l’efficienza dei mercati dei beni, del lavoro e dei capitali, oltre al quadro regolatorio e istituzionale complessivo. Data la complessità dei fattori in gioco, non esiste dunque una singola politica pubblica o un unico ambito di intervento in grado di fornire la soluzione miracolosa per garantire una crescita ampia e duratura della produttività. A titolo di esempio, la crescita della produttività è influenzata dalle politiche industriali, dalle politiche fiscali, dai sistemi educativi, dalle politiche del lavoro, della concorrenza e dell’innovazione.
Ne consegue che una valutazione basata su rigide separazioni per materia, o per ambiti di competenza amministrativa, risulta inadeguata. Al fine di promuovere efficacemente la crescita della produttività è necessaria una gestione integrata tra le diverse misure di politica economica, capace di favorire flussi informativi tra i settori di intervento, valutando interazioni e sinergie (o eventuali effetti di sostituzione) tra le azioni da implementare, sia a livello centrale che locale, privilegiando scelte supportate da solida evidenza empirica e tendenzialmente orientate al lungo periodo”. (Fonte: Rapporto CNEL sulla produttività 2025)
«Il decimo Rapporto sull’Avvocatura realizzato da Cassa Forense in collaborazione con il Censis evidenzia una crescita significativa del PIL dell’avvocatura, che raggiunge 11,2 miliardi di euro nel 2024, superando nettamente la dinamica del PIL dell’economia italiana.
I dati, raccolti da oltre 31.000 professionisti del settore legale, rivelano un settore in trasformazione: da un lato, si registra l’arresto della crescita degli iscritti all’albo e l’invecchiamento della platea professionale; dall’altro, emerge un miglioramento delle condizioni economiche e reddituali, accompagnato da una rapida adozione dell’intelligenza artificiale negli studi legali.
PIL dell’avvocatura: una crescita costante dal 2000
Il Rapporto Cassa Forense confronta l’andamento del PIL dell’avvocatura con quello del PIL nazionale, utilizzando come base di riferimento l’indice 100 nell’anno 2000. A fine 2024, il PIL dell’avvocatura registra un incremento di 87 punti (indice 187), mentre il PIL dell’economia italiana cresce di soli 9,6 punti (indice 109,6) nello stesso periodo.
La crescita più significativa si concentra tra il 2000 e il 2007, quando l’indice passa da 100 a quasi 160.
Anche durante la pandemia, il reddito degli avvocati ha mostrato resilienza: mentre il PIL nazionale scendeva sotto l’indice 100, quello dell’avvocatura rimaneva sopra 160. Dal 2020 al 2024, l’avvocatura ha registrato una crescita doppia rispetto al PIL nazionale, confermando una dinamica orientata all’espansione del valore prodotto.» (Fonte: avv. Sara Occhipinti in Rapporto Censis – Cassa Forense: il PIL dell’avvocatura cresce più del PIL italiano, Altalex, 07.05.2026).
Tutto vero ma c’è un problema di distribuzione della ricchezza nella avvocatura italiana, che è andato sempre e solo a favore della élite forense come risulta inequivocabilmente dai numeri pubblicati da Cassa Forense.

«Anche quest’anno l’analisi delle dinamiche che attraversano l’Avvocatura si è soffermata sugli aspetti che possono influenzare maggiormente l’esercizio della professione, al punto da compromettere la sostenibilità economica nel lungo termine. Tra i fattori più critici, spiccano il ritardo dei pagamenti da parte degli assistiti (33,9%), gli adempimenti amministrativi e fiscali (32,4%) e l’alta concorrenza che caratterizza il settore per via del numero sovrabbondante di avvocati (30,7%). La cornice sociale ed istituzionale entro cui si muove la professione forense porta con sé una serie di problematiche che, agli occhi degli avvocati, rischiano di intaccare le prospettive reddituali: per il 22,2% l’instabilità normativa e l’eccessiva lunghezza dei processi costituiscono un rischio in tal senso, per il 16,1% sono gli alti costi della giustizia a minacciare i redditi, per il 15,4% la possibilità che proliferino servizi legali non tradizionali gestiti da non avvocati e per il 14,8% è l’intelligenza artificiale ad essere un fattore destabilizzante per le prospettive future.» (Fonte: Rapporto Avvocatura 2026, a cura di Cassa Forense con la collaborazione di Censis, aprile 2026)
Dopo l’approvazione della legge delega sulla riforma dell’ordinamento forense, circola online la bozza del decreto legislativo.
La domanda che pongo a tutti i Colleghi è la seguente:
La riforma interpreta i bisogni dell’avvocatura, e in particolare di quella economicamente più debole, che rappresenta la stragrande maggioranza, posto che ben 115.783 avvocati, compresivi dei fantasmi, dichiarano un reddito inferiore a 21.233 euro?
Chi legge faccia le sue valutazioni.
Le avvocature sono 2, una povera e una, largamente minoritaria, ricca e sempre più ricca.
La riforma contrasta la divaricazione o la rende ancora più accentuata?
Questa divaricazione, in una con la contrazione demografica che sembra inarrestabile alla quale si accompagna l’aumento dei pensionati, avrà riflessi molto negativi sulla sostenibilità del sistema previdenziale forense.
Inutile giraci attorno!
Nel frattempo l’ISTAT, nel giugno 2026, ha pubblicato il primo report sullo stato della giustizia in Italia:
«EFFICIENZA DEL SISTEMA GIUSTIZIA: ANALISI DEI FLUSSI DEI PROCEDIMENTI – ANNI 2019-2025
Giustizia, raggiunto uno degli obiettivi Pnrr
Uno degli obiettivi Pnrr è la riduzione del tempo impiegato per definire un procedimento avente come oggetto le sole materie civili del contenzioso. Nel 2025 sono necessari mediamente 1.789 giorni per concludere un procedimento che passi per tutti i gradi di giudizio (2.512 nel 2019). I tempi sono stati ridotti soprattutto in Cassazione. Aumenta anche la capacità definitoria, con un rapporto tra il numero di procedimenti definiti e quelli iscritti in ambito civile contenzioso pari a 1,09. Più elevata in Cassazione (1,30) e in Corte di appello (1,17), meno in Tribunale (1,07). Nel 2025, in ambito penale, servono mediamente 958 giorni per definire un procedimento che passi per tutti i gradi di giudizio, erano 1.392 nel 2019. Anche nel penale aumenta il numero di procedimenti definiti rispetto a quelli iscritti, soprattutto in Corte di appello (1,38). Diminuiscono le prescrizioni in Corte di appello pur mantenendosi elevate (circa 19,4%; erano il 25,8% nel 2019)».
Dal punto di vista dell’IRPEF “Passando agli autonomi, categoria nella quale sono ricompresi imprenditori, lavoratori autonomi abituali con partita IVA e partecipanti in società di persone e assimilate, ovvero le persone fisiche il cui reddito deriva in gran parte da attività indipendenti, l’Osservatorio evidenzia 2.097.679 contribuenti, che versano 25,64 miliardi, il 13,26% dell’imposta ordinaria complessiva (l’11,86% considerando anche addizionali regionali e comunali).
Anche per questa tipologia di contribuenti la percentuale di chi dichiara redditi fino a 15mila euro lordi l’anno è elevata (il 29,53% del totale), con un’IRPEF media di 476 euro anno che si riduce però a 346 euro a testa per ogni cittadino, insufficiente per coprire i costi della sola spesa sanitaria. Nella classe tra 15mila e 20mila euro i lavoratori autonomi rappresentano l’11,41% dei contribuenti, pagano un’IRPEF media di 2.129 (1.547 euro a cittadino), ancora insufficiente per coprire i costi della sanità per sé stessi e per la quota di persone a carico. Sommando i primi tre scaglioni di reddito si rileva che, all’interno di questa tipologia di contribuente, il 40,94% paga soltanto il 3,14% del totale IRPEF ed è quindi totalmente a carico della collettività.
I dichiaranti tra 20 e 26mila euro lordi l’anno sono, invece, il 10,78%, pagano una imposta media di 3.445 euro (2.503 a cittadino), sono autosufficienti per la spesa sanitaria ma restano a carico della collettività per tutte le altre funzioni offerte dalla Pubblica Amministrazione. La situazione migliora con i redditi tra 26 e 29mila euro che rappresentano il 4,31% e i cui dichiaranti corrispondono 4.595 euro anno (3.340 a cittadino), ancora insufficienti per sanità e istruzione e a totale carico per il resto. I contribuenti tra 29 e 35mila euro lordi l’anno sono il 7,07%, pagano il 3,32% del totale IRPEF, con un’imposta media per contribuente di 5.746 euro; si pagano sanità, assistenza e circa la metà della spesa per istruzione restando a carico della collettività per gli altri servizi pubblici. Sopra i 35mila euro di reddito troviamo il 36,89% dei contribuenti (contro il 16,46% dei dipendenti) che pagano quasi tutta l’IRPEF, ben l’88,88% (contro il 60,7% dei dipendenti). Anche qui, uno squilibrio difficilmente sostenibile nel tempo.” (Fonte: Michaela Camilleri, Il PUNTO, 28 settembre 2026).
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