Il fortino dei commercialisti scricchiola
Difendere un monopolio di competenze non è concorrenza: i consulenti del lavoro chiedono solo di poter esercitare una facoltà prevista dalla legge.
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La guerra dei bilanci non è una semplice disputa tra categorie professionali. È molto di più. È lo scontro tra due concezioni diverse del futuro delle professioni italiane: da una parte chi considera le competenze come un territorio da difendere, dall’altra chi sostiene che le professioni debbano poter evolvere insieme alla società, alle imprese e alle nuove esigenze del mercato.
Ed è proprio per questo che la posizione assunta dai commercialisti merita una riflessione severa.
Chiedere al Governo di cancellare la norma che consente ai consulenti del lavoro di depositare i bilanci al Registro delle imprese significa, nei fatti, chiedere di chiudere una porta prima ancora che il Parlamento abbia concluso il proprio esame. È una richiesta legittima sul piano della rappresentanza degli interessi della categoria, naturalmente. Ma politicamente e culturalmente rappresenta una scelta di conservazione che contrasta con lo stesso principio di concorrenza al quale il Ddl Concorrenza dovrebbe ispirarsi.
I commercialisti parlano di competenze, responsabilità e complessità del bilancio. Argomenti seri, che nessuno può liquidare con superficialità. Ma proprio perché sono argomenti seri, la risposta non può essere semplicemente l’esclusione di un’altra categoria.
Se il problema è la preparazione, si stabiliscano requisiti di preparazione.
Se il problema è la responsabilità, si definiscano responsabilità precise.
Se il problema è la tutela delle imprese, si introducano tutte le garanzie necessarie.
Ma se un professionista possiede formazione, abilitazione, esperienza e responsabilità, perché dovrebbe essere escluso a priori?
È questa la domanda alla quale i commercialisti dovrebbero rispondere.
I consulenti del lavoro, al contrario, hanno scelto di affrontare la questione senza arretrare. Hanno respinto l’accusa di invasione di campo e hanno rivendicato il diritto di esercitare una facoltà prevista dalla norma. Non chiedono che venga cancellato il ruolo dei commercialisti. Non chiedono di appropriarsi della professione altrui. Chiedono che venga riconosciuta anche la propria evoluzione professionale.
Ed è una differenza sostanziale.
Per troppo tempo, nel nostro ordinamento professionale, si è ragionato come se ogni ampliamento delle competenze di una categoria dovesse necessariamente tradursi in una sottrazione ai danni di un’altra. È una logica da corporazioni ottocentesche che rischia di diventare incompatibile con una società nella quale le competenze si intrecciano, la tecnologia modifica i processi e le imprese chiedono servizi sempre più integrati.
Il professionista contemporaneo non può essere rinchiuso dentro confini disegnati decenni fa.
La formazione stessa è cambiata. I percorsi universitari sono più articolati. La formazione continua ha assunto un peso crescente. Gli strumenti digitali hanno trasformato attività che un tempo richiedevano procedure molto più complesse. E il rapporto tra professionista e impresa è diventato inevitabilmente più ampio.
In questo scenario, pretendere che ogni attività rimanga immutabilmente legata a un solo Albo significa ignorare la trasformazione della realtà.
Il caso del deposito dei bilanci è emblematico proprio perché consente di separare la questione tecnica da quella corporativa.
Un conto è sostenere che la redazione, la certificazione o altre attività relative al bilancio richiedano specifiche competenze e responsabilità. Un altro conto è sostenere che una categoria professionale debba essere esclusa dal deposito di un documento presso il Registro delle imprese soltanto perché quella funzione è stata storicamente associata a un’altra categoria.
Sono due questioni diverse.
E confonderle rischia di trasformare una discussione sulla qualità professionale in una battaglia per la conservazione di un perimetro.
È qui che la posizione dei consulenti del lavoro diventa particolarmente significativa.
La categoria non ha scelto di rispondere con una difesa passiva. Ha rivendicato il proprio percorso formativo e la propria capacità di assumere nuove responsabilità. Ha ricordato che nella formazione del consulente del lavoro trovano spazio materie economiche, contabili, fiscali e societarie. E ha contestato l’idea che il semplice deposito di un bilancio possa essere automaticamente trasformato nella prova dell’esistenza di una riserva assoluta su tutta la materia contabile.
Non spetta però agli Ordini decidere autonomamente chi possa fare cosa.
Spetta al legislatore.
E questo è forse l’aspetto più importante dell’intera vicenda.
Se il Governo ha inserito quella disposizione nel Ddl Concorrenza, la sede naturale per discuterla è il Parlamento. Saranno deputati e senatori a dover valutare gli argomenti delle categorie, a verificare la consistenza delle competenze, a stabilire eventuali requisiti e a decidere se confermare, modificare o cancellare la norma.
Non è il comunicato di un Consiglio nazionale a poter sostituire il Parlamento.
Non è la pressione di un Ordine a poter riscrivere una legge.
E non può essere una categoria professionale a stabilire unilateralmente i confini dell’altra.
Per questo appare condivisibile la scelta dei consulenti del lavoro di chiedere che il confronto si sposti definitivamente nella sede istituzionale. È lì che deve essere combattuta questa battaglia.
Con argomenti.
Con dati.
Con responsabilità.
Non con la difesa di un fortino.
Perché il vero tema non è stabilire chi debba “vincere” la guerra dei bilanci. Il vero tema è capire se l’ordinamento professionale italiano abbia ancora la capacità di rinnovarsi.
E qui il comportamento delle due categorie racconta due atteggiamenti differenti.
I commercialisti si sono mobilitati compatti contro la norma, chiedendone la cancellazione. I consulenti del lavoro hanno risposto rivendicando il diritto a una nuova opportunità professionale.
È una differenza che non va sottovalutata.
Una professione cresce quando aumenta le proprie competenze, quando investe nella formazione, quando accetta nuove responsabilità e quando si misura con le trasformazioni dell’economia.
Non cresce quando considera ogni nuova opportunità concessa a un’altra professione come una sottrazione.
La concorrenza, infatti, dovrebbe servire proprio a questo: mettere le professioni davanti alla necessità di dimostrare ogni giorno il proprio valore.
Se un’impresa può scegliere tra professionisti qualificati, la competizione dovrebbe giocarsi sulla qualità del servizio, sulla preparazione, sull’affidabilità, sulla responsabilità e sulla capacità di rispondere alle esigenze del cliente.
Non sulla costruzione di barriere.
Il principio vale per tutti.
Vale per i commercialisti.
Vale per i consulenti del lavoro.
Vale per tutte le professioni ordinistiche.
E vale soprattutto per il legislatore, che non può essere chiamato a proteggere indefinitamente posizioni consolidate quando il mercato e la formazione professionale stanno cambiando.
Per questo la vicenda dei bilanci rappresenta un test importante.
Se passerà il principio secondo cui ogni ampliamento di competenze deve essere preventivamente bloccato per proteggere il territorio di una categoria, avremo confermato un modello corporativo.
Se invece il Parlamento affronterà la questione verificando competenze, formazione, responsabilità e garanzie, potrà essere l’occasione per modernizzare realmente il sistema.
Non significa dare ragione automaticamente ai consulenti del lavoro su ogni aspetto tecnico della vicenda. Significa riconoscere che la loro richiesta non può essere liquidata come una semplice “invasione di campo”.
E significa soprattutto respingere l’idea che una professione debba chiedere il permesso a un’altra per poter evolvere.
I consulenti del lavoro hanno avuto il merito di non arretrare.
Hanno rivendicato la propria professionalità.
Hanno accettato il confronto.
Hanno chiesto che a decidere sia il Parlamento.
Ora toccherà al legislatore dimostrare se il principio della concorrenza vale davvero anche dentro il mondo delle professioni.
Perché una cosa deve essere chiara: le competenze non sono proprietà privata di nessun Albo.
Sono il risultato della formazione, dell’esperienza e della responsabilità professionale.
E quando cambiano le competenze, devono poter cambiare anche i confini.
Il bilancio, alla fine, è soltanto il campo di battaglia.
La vera partita è molto più grande: decidere se il futuro delle professioni italiane sarà ancora costruito sui recinti oppure sulla capacità di competere, innovare e assumersi nuove responsabilità.
I commercialisti chiedono di chiudere la porta.
I consulenti del lavoro chiedono di aprirla.
Adesso quella porta dovrà essere aperta o chiusa dal Parlamento, non dagli Ordini.
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