BILANCI, LA GUERRA DELLE COMPETENZE CONTINUA
I commercialisti chiedono al Governo di cancellare la norma che apre il deposito dei bilanci ai consulenti del lavoro. Ancl: «Pressione istituzionalmente impropria». La categoria non arretra: «Nessuna invasione di campo». Ora la parola passa al Parlamento.
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La guerra delle competenze è arrivata al punto di rottura. Sul deposito dei bilanci al Registro delle imprese i commercialisti chiedono di chiudere la porta ai consulenti del lavoro, mentre questi ultimi rivendicano il diritto di esercitare una facoltà che il Ddl Concorrenza ha previsto nell’ottica dell’apertura e della semplificazione. Non è più una schermaglia tra Ordini. È uno scontro frontale sul futuro degli ordinamenti professionali e, soprattutto, sulla possibilità di ampliare le attività quando cambiano le competenze e cambiano le esigenze delle imprese.
Da una parte il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, guidato da Elbano de Nuccio, che ha definito «inaccettabile» l’estensione ai consulenti del lavoro della possibilità di depositare i bilanci e ha chiesto che la disposizione venga eliminata durante l’iter parlamentare. Dall’altra l’ANCL e l’intera categoria dei consulenti del lavoro, che respingono l’accusa di invasione di campo e contestano il tentativo di cancellare una norma già inserita nel disegno di legge sulla concorrenza.
E qui sta il punto politico della vicenda. Chi decide i confini delle professioni? Il legislatore o le categorie interessate?
Perché se una norma approvata dal Governo viene considerata sbagliata da una categoria professionale, è del tutto legittimo che quella categoria rappresenti le proprie ragioni davanti al Parlamento. Ma altra cosa è chiedere all’Esecutivo di cancellare una disposizione prima ancora che il confronto parlamentare abbia esaurito il suo percorso. È proprio questa la condotta che l’Ancl ha definito una «pressione istituzionalmente impropria».
La posizione dei consulenti del lavoro è netta: il Governo non faccia marcia indietro.
L’Ancl, attraverso il presidente Enrico Vannicola, ha contestato la richiesta dei commercialisti sottolineando che si pretende dall’Esecutivo una smentita di una norma che lo stesso Governo ha approvato e motivato. La sede per valutare le diverse posizioni, sostiene l’associazione, è il Parlamento, cioè l’istituzione chiamata a esaminare il provvedimento e a decidere sulle modifiche.
È una posizione che va oltre la singola questione del bilancio. Perché dietro quel deposito telematico si nasconde una domanda molto più grande: le professioni possono evolversi oppure devono restare prigioniere dei confini costruiti decenni fa?
I consulenti del lavoro stanno dicendo chiaramente di no.
La categoria rivendica un percorso formativo che non si esaurisce nella materia lavoristica. I Consigli provinciali dell’Ordine, nella replica alle dichiarazioni di de Nuccio, hanno ricordato che il percorso universitario, il tirocinio, l’esame di Stato e la formazione continua comprendono anche diritto tributario, economia aziendale, ragioneria, contabilità e disciplina societaria.
È su questa realtà professionale che i consulenti del lavoro costruiscono la loro rivendicazione.
Non chiedono un privilegio. Chiedono il riconoscimento di competenze che ritengono già parte integrante della propria professione.
E soprattutto contestano l’idea che il deposito del bilancio equivalga automaticamente alla riserva sull’intera materia contabile e societaria.
La loro argomentazione è precisa: il deposito presso il Registro delle imprese costituisce un adempimento successivo alla formazione e all’approvazione del bilancio e, secondo la categoria, non attribuisce alcuna esclusiva sulla sua redazione o certificazione. Per questo l’apertura prevista dal Ddl Concorrenza non rappresenterebbe una sottrazione di competenze ai commercialisti, ma un ampliamento delle possibilità operative per professionisti già abilitati e sottoposti a obblighi e responsabilità professionali.
È esattamente questa lettura che i commercialisti contestano.
De Nuccio sostiene che il bilancio non sia «un file da caricare su una piattaforma», ma l’atto conclusivo di un processo nel quale confluiscono situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa, norme civilistiche, principi contabili, fiscalità societaria e pubblicità legale. Per il Consiglio nazionale, estendere il deposito a professionisti con competenze differenti sarebbe quindi una scelta priva di razionalità.
Gli Ordini territoriali hanno fatto quadrato attorno alla posizione del Consiglio nazionale. Il 28 settembre tutti i coordinamenti regionali degli Ordini dei dottori commercialisti e degli esperti contabili hanno sottoscritto un documento di piena condivisione della contrarietà alla norma.
Anche l’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili si è schierata contro la disposizione, sostenendo che il deposito richieda preparazione specifica in materia contabile e societaria e chiedendo al legislatore di eliminarla.
Insomma, il fronte dei commercialisti è compatto.
Ma proprio questa compattezza rende ancora più evidente la natura dello scontro. Perché dietro la difesa delle competenze c’è anche la difesa di un perimetro professionale. E quando una categoria chiede che una nuova attività non venga attribuita a un’altra professione, la discussione sulla competenza finisce inevitabilmente per intrecciarsi con quella sulla concorrenza.
È qui che la posizione dei consulenti del lavoro assume una particolare forza politica.
Il Ddl Concorrenza nasce infatti con l’obiettivo dichiarato di intervenire sui meccanismi di apertura dei mercati e di rimuovere ostacoli all’accesso alle attività economiche e professionali. L’estensione della possibilità di depositare i bilanci diventa dunque un banco di prova per capire fino a che punto il principio della concorrenza possa incidere anche nel mondo ordinistico.
Perché concorrenza significa anche mettere in discussione posizioni consolidate.
E questa è probabilmente la ragione per cui la vicenda sta assumendo dimensioni così rilevanti.
Il deposito del bilancio è diventato il simbolo di una partita molto più grande: quella per stabilire se le competenze professionali debbano essere considerate immobili oppure possano seguire l’evoluzione della formazione, della tecnologia e delle esigenze delle imprese.
I consulenti del lavoro sostengono di essere già protagonisti di questa trasformazione. Il loro rapporto con le imprese non si limita agli adempimenti sul personale. Gli studi professionali hanno ampliato negli anni i servizi offerti, integrando competenze fiscali, economiche, organizzative e consulenziali. La digitalizzazione ha poi modificato radicalmente il modo in cui vengono svolte molte attività.
Il professionista di oggi non è più quello di venti o trent’anni fa.
E proprio questa trasformazione rende difficile sostenere che i confini professionali possano rimanere immutati per sempre.
La reazione dei commercialisti dimostra quanto la questione sia delicata. Il loro argomento centrale riguarda la responsabilità: chi deposita il bilancio opera nel sistema della pubblicità legale dell’impresa e risponde della conformità dei documenti trasmessi. È un’obiezione che merita di essere discussa sul piano tecnico e legislativo.
Ma proprio per questo la soluzione non può essere trovata attraverso una semplice contrapposizione corporativa.
Se esistono requisiti formativi e professionali da rispettare, si stabiliscano quei requisiti. Se occorrono responsabilità aggiuntive, si definiscano. Se servono garanzie ulteriori, vengano previste. Ma non si può dare per scontato che la risposta sia necessariamente la chiusura della porta a un’altra professione.
È questa, in sostanza, la sfida lanciata dai consulenti del lavoro.
E la loro reazione è stata tutt’altro che timida. Alla definizione della norma come «inaccettabile» hanno risposto respingendo «al mittente» le accuse e affermando che non esiste alcuna invasione di campo.
Una presa di posizione unitaria che arriva proprio mentre il fronte dei commercialisti si è allargato a tutti i coordinamenti regionali degli Ordini. La guerra delle competenze, dunque, non è più una questione tra due rappresentanze nazionali: è diventata una mobilitazione contrapposta di intere categorie.
E non poteva mancare la dimensione politica.
La ministra del Lavoro Marina Calderone, già presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, è stata chiamata in causa da esponenti dell’opposizione per il suo precedente ruolo professionale. La ministra ha replicato sostenendo che un incarico pubblico dovrebbe essere affidato proprio sulla base delle competenze e che il possesso di una professionalità non può essere trasformato automaticamente in un conflitto d’interessi.
Anche questo capitolo, però, rischia di spostare il dibattito dal merito della norma al terreno politico.
E il merito è invece molto chiaro.
Il Parlamento dovrà decidere se confermare o modificare una disposizione che amplia le possibilità operative dei consulenti del lavoro.
I commercialisti chiedono di cancellarla.
I consulenti del lavoro chiedono di mantenerla.
Il Governo, per ora, ha inserito la disposizione nel disegno di legge sulla concorrenza e il confronto dovrà svilupparsi nell’iter parlamentare.
È proprio qui che l’Ancl ha indicato il punto di equilibrio istituzionale: non devono essere le categorie professionali a decidere unilateralmente i propri confini. Deve essere il legislatore a stabilire quali attività possano essere esercitate, quali requisiti siano necessari e quali responsabilità debbano essere assunte.
È il Parlamento, non una categoria professionale, a dover decidere chi può fare cosa.
Questa è la vera posta in gioco.
Perché il rischio, altrimenti, è quello di trasformare ogni ampliamento delle competenze di una professione in una dichiarazione di guerra per un’altra.
Una logica che rischia di produrre un sistema nel quale ogni categoria difende il proprio territorio, ogni apertura viene interpretata come un’aggressione e ogni innovazione come una minaccia.
Ma la concorrenza, se deve essere realmente concorrenza, non può funzionare così.
La partita sul deposito dei bilanci lo dimostra in modo clamoroso.
I commercialisti difendono il fortino. I consulenti del lavoro chiedono che venga aperto il cancello.
Non è una differenza marginale. È una diversa idea del futuro delle professioni.
Da una parte la difesa di una competenza storicamente associata a una categoria. Dall’altra la richiesta di riconoscere che una professione può cambiare, formarsi, assumere nuove responsabilità e ampliare il proprio raggio d’azione.
E in questa battaglia i consulenti del lavoro hanno scelto di non arretrare.
Hanno respinto le accuse, hanno rivendicato la propria preparazione e hanno chiesto che il confronto avvenga nella sede istituzionale propria: il Parlamento.
È una posizione che merita di essere ascoltata.
Perché il problema non è stabilire quale categoria debba vincere una guerra corporativa. Il problema è capire se l’Italia delle professioni sia ancora disposta a premiare competenza, formazione, responsabilità e capacità di evolversi.
Se la risposta è sì, allora anche i confini degli Albi devono poter cambiare.
E se la risposta è no, bisognerà spiegare perché una professione che negli anni ha ampliato formazione, servizi e responsabilità debba continuare a essere confinata dentro un perimetro definito da un’altra epoca.
Il bilancio, dunque, è soltanto il terreno sul quale si combatte una partita molto più grande.
La vera guerra riguarda il futuro delle professioni.
E questa volta non basteranno lettere, comunicati e prese di posizione degli Ordini. Servirà una decisione parlamentare chiara, trasparente e fondata sulle competenze.
I commercialisti hanno chiesto di cancellare la norma.
I consulenti del lavoro hanno detto no.
Adesso il pallino è nelle mani del Parlamento. E sarà lì che si capirà se la parola concorrenza vale anche quando entra nei territori finora presidiati dalle professioni.
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