L’IA non prevalga sul lavoro dell’operatore del diritto
Francesco Di Ciommo (prorettore della Luiss): «Resta centrale il ruolo del giurista».
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Allucinazioni dell’Intelligenza artificiale o pigrizia da parte dell’utilizzatore dell’algoritmo? Dipende dai casi. Ecco perché non vanno sottovalutati alcuni rischi collegati all’IA. È di questi giorni la notizia di una sentenza della Corte di giustizia tributaria di primo grado di Palermo (la n. 981/11/2026) in cui pedissequamente sono state riportate le attività svolte dall’IA con l’indicazione del «testo riorganizzato e pulito, pronto per essere inserito» dai giudici nello loro decisione.
Quanto contenuto nella sentenza dai giudici è un «copia e incolla» sfuggito al controllo che svela come l’Intelligenza artificiale sia già entrata, e non sempre in punta di piedi, nei tribunali. Se poi si consultano le banche dati della giurisprudenza, si scopre che non si tratta di un caso isolato. L’Intelligenza artificiale deve essere impiegata sotto il controllo umano. Non deve sotterrare il controllo umano. L’impatto dell’IA nella professione forense è stato al centro di una sessione di lavoro del congresso straordinario dell’Aiga (Associazione italiana giovani avvocati), celebrato nello scorso fine settimana a Riccione, al quale ha partecipato il presidente del Cnf, Francesco Greco.
Partendo dalla sentenza dei giudici tributari di Palermo, Francesco Di Ciommo (prorettore dell’Università Luiss di Roma e professore ordinario di Diritto privato) riflette sui cambiamenti in corso. «I sistemi di AI nel mondo del diritto – dice al Dubbio il professor Di Ciommo -, da alcuni anni, svolgono un ruolo sempre più penetrante. Al principio supportavano il giurista nella ricerca di informazioni. Adesso sono in grado di elaborare testi sempre più complessi, sia di carattere stragiudiziale che giudiziale. E, di mese in mese, aumentano le applicazioni, la potenza di calcolo e quindi la velocità delle risposte, oltre che la capacità dei sistemi di andare a cercare tramite Internet dati utili per elaborare l’output che meglio risponde alle esigenze dell’utente. Nessuno solo due anni fa avrebbe potuto immaginare che l’AI sarebbe arrivata, in così poco tempo, a fare quel che fa oggi. Ovviamente, l’attività umana è ancora indispensabile perché è l’uomo a impostare le domande e a verificare le risposte dell’AI, spesso dovendo correggerle o dovendo integrare l’interrogazione originaria. Ma non c’è dubbio che l’evoluzione prossima dell’AI produrrà maggiore autonomia oltre che migliori performance degli algoritmi. La qual cosa significa che l’AI sarà sempre più utilizzata tanto negli studi legali, quanto negli uffici giudiziari, nei contesti legali aziendali e persino in ambito scientifico e accademico. Il che determinerà efficienza e produttività, se i sistemi intelligenti verranno utilizzati dagli uomini in modo consapevole e responsabile.
In caso contrario, e cioè se gli utenti avranno un approccio superficiale, allora i danni saranno clamorosi perché gli ouput non saranno all’altezza delle aspettative e potranno addirittura indurre in errore i legali stessi, i clienti, i magistrati e quant’altro».
L’algoritmo è utile, ma il lavoro dell’avvocato e del giudice resta centrale. «La giustizia predittiva e la legal tech – commenta Francesco Di Ciommo – sono strumenti straordinari per mappare precedenti, estrarre dati e velocizzare la burocrazia forense. Tuttavia, confondere la statistica con la giurisprudenza è un errore di categoria. Il diritto non è un sistema chiuso di regole matematiche, ma una materia viva che interpreta l’evoluzione sociale. Il lavoro del giudice e dell’avvocato resta centrale perché risiede nello scarto tra l’applicazione formale di una norma e l’equità del caso concreto. L’Intelligenza artificiale ragiona per correlazioni passate; non possiede l’empatia necessaria per valutare l’intenzione, né il coraggio intellettuale per ribaltare un orientamento giurisprudenziale obsoleto, il cosiddetto overruling. Se ci fossimo affidati agli algoritmi, le grandi riforme sui diritti civili non sarebbero mai avvenute, poiché i dati storici avrebbero costretto il futuro a replicare il passato. L’algoritmo deve rimanere un eccellente assistente cognitivo, ma l’umanità del giudizio e la creatività della difesa sono i veri custodi dello Stato di diritto».
L’utilizzo illecito dell’IA ha fatto una vittima illustre, l’ex presidente di Fideuram, Paolo Molesini, con un tentativo di portare via alla banca del gruppo Intesa quasi 95 milioni. Mancano all’appello, però, 39,5 milioni. Servono nuove misure per fronteggiare anche questo tipo di truffe? «Il caso di Paolo Molesini – osserva il prorettore della Luiss -, ovviamente senza entrare nel merito dei dettagli della vicenda, dimostra che l’IA ha ridefinito la natura stessa del rischio sistemico. Oggi la vulnerabilità più critica non è una falla nel software, ma l’inganno del fattore umano tramite il voice cloning. Quando la manipolazione sintetica è così accurata da ingannare un banchiere di lungo corso, significa che le vecchie procedure basate sulla fiducia visiva o uditiva sono obsolete. Più che nuove leggi, servono protocolli operativi crittografici e “zero trust” per qualsiasi transazione straordinaria: la firma vocale deve essere sostituita da token biometrici asimmetrici e canali di validazione multipli disaccoppiati».
L’utilizzo dell’IA ha fatto scattare anche un allarme che non può essere ignorato dai giuristi e dal legislatore. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria, Alberto Barachini (FI), ha invitato tutte le forze politiche a non usare volti e voci modificati dall’Intelligenza artificiale in campagna elettorale. «L’appello di Alberto Barachini non è solo condivisibile – conclude Francesco Di Ciommo -, ma fotografa un’urgenza democratica non più rimandabile. In campagna elettorale il confine tra satira e manipolazione cognitiva è sottilissimo. L’uso di deepfake audio e video per alterare le dichiarazioni degli avversari non è propaganda: è un attentato alla fiducia degli elettori e alla trasparenza del voto. Ben vengano le autoregolamentazioni dei partiti, ma la buona volontà politica da sola non basta. Abbiamo bisogno di un ecosistema digitale protetto. Questo significa applicare con rigore le direttive europee dell’AI Act, pretendendo dalle grandi piattaforme tech l’adozione immediata di filtri di verifica, il watermarking, e sistemi di tracciamento dell’origine dei contenuti. La tecnologia corre più veloce della legge: proteggere il dibattito pubblico dalle tossine della disinformazione sintetica significa difendere la qualità della nostra democrazia, prima che la realtà stessa diventi un’opinione».
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