Anno: XXVIII - Numero 182    
Venerdì 25 Settembre 2026 ore 13:30
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La magistratura come capro espiatorio

Quando la politica scarica le proprie colpe sui giudici.

La magistratura come capro espiatorio

Mai nella storia d’Italia le magistrature sono state sotto il tiro della politica come in questi anni. Tutte le Magistrature, l’Ordinaria, l’Amministrativa e la Contabile. La prima soprattutto per le inchieste concernenti i reati contro la Pubblica Amministrazione, la seconda (TT.AA.RR. e Consiglio di Stato) perché intervengono a tutela di soggetti che partecipano a concorsi pubblici o a gare nell’ambito delle procedure di aggiudicazione degli appalti, la terza, la Corte dei conti, perché contesta ad amministratori e funzionari danni erariali, cioè sprechi di denaro pubblico o pregiudizi a beni del patrimonio dello Stato o degli enti pubblici. E quindi la politica reagisce, abolendo il reato di abuso d’ufficio, nella più recente versione molto vicina alla corruzione, vara un codice degli appalti che prevede l’ampio ricorso all’affidamento diretto anche senza bando per avere le mani libere, ridimensiona la responsabilità erariale limitando il risarcimento del danno al 30% dell’importo accertato dal giudice. Una cosa del genere non si era mai vista. La gente capisce e protesta, scrive ai giornali, posta messaggi critici su TikTok, Instagram o Facebook. Ma la politica va avanti senza tentennamenti.

Non che in passato gli amministratori pubblici accettassero senza mugugnare il controllo di legalità, convinti come sono sempre stati che, in quanto eletti dal popolo, solo a questo debbano rispondere, confondendo le scelte politiche da quelle attuate sulla base della legge. Tuttavia avevano un minimo di pudore, che nel frattempo è andato perduto, certamente perché è sceso il livello della classe politica e dei suoi collaboratori.

E così, come apprendiamo dai giornali soprattutto, ogni volta che una sentenza non corrisponde all’aspettativa della politica, si ripete un copione ormai familiare. Una toga assolve, applica un’attenuante, respinge una richiesta di custodia cautelare o condanna chi ha ecceduto nella legittima difesa: e subito, prima ancora che siano depositate le motivazioni, si leva il coro di chi grida allo scandalo, alla “giustizia ingiusta”, ai giudici “che stanno dalla parte sbagliata”, più spesso “toghe rosse”, che magari da giovani erano iscritti alla Giovane Italia, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. È un rito che si ripete con tale regolarità da meritare un’analisi più attenta di quella offerta dai titoli dei giornali del giorno dopo.

La magistratura ha un vantaggio, agli occhi di chi la attacca: non risponde nell’immediato. I giudici non tengono conferenze stampa per replicare punto su punto alle accuse, non hanno un ufficio comunicazione che li difenda in tempo reale, e il codice deontologico impone loro un contegno sobrio, lontano dalla rissa mediatica. Le motivazioni di una sentenza arrivano settimane o mesi dopo, quando l’attenzione pubblica si è già spostata altrove e il giudizio sommario si è ormai sedimentato nell’opinione comune.

Questa asimmetria strutturale rende la magistratura un bersaglio a basso rischio e alto rendimento politico. Accusarla di “buonismo” verso i criminali, di ambientalismo ideologico, di essere troppo indulgente con chi delinque o troppo severa con chi si difende, permette di intercettare un’emozione diffusa — la paura, l’insicurezza, il senso di ingiustizia — senza dover rispondere della propria azione di governo.

Il caso della sicurezza è il più ricorrente: quando una pena appare “troppo mite” rispetto all’allarme sociale suscitato da un reato, la colpa viene attribuita al giudice che l’ha comminata, raramente a chi non ha investito in organico giudiziario, in edilizia carceraria, in prevenzione sociale, o a chi ha scritto norme imprecise che i tribunali sono poi tenuti ad applicare alla lettera.

Sul fronte ambientale, le sentenze che bloccano opere inquinanti o impongono limiti alle emissioni vengono spesso descritte come ostacoli ideologici al progresso, quando in realtà applicano normative — spesso di derivazione europea — che il legislatore stesso ha approvato. Criticare il giudice che applica una legge scomoda, anziché discutere se quella legge vada cambiata attraverso il Parlamento, è un modo per evitare il dibattito nel luogo dove dovrebbe svolgersi.

Sulla legittima difesa, infine, si consuma forse la torsione più delicata. Quando un tribunale condanna chi ha sparato alle spalle un ladro in fuga, distingue — come impone il codice penale — tra la difesa di un bene aggredito e la vendetta contro chi non rappresenta più un pericolo attuale. È una distinzione giuridica precisa, non un’opinione: la legittima difesa presuppone un pericolo in atto, non retroattivo. Presentare quella sentenza come un tradimento del cittadino onesto, anziché spiegare che la legge distingue tra difendersi e punire, significa alimentare un cortocircuito tra ciò che la norma prevede e ciò che l’opinione pubblica, emotivamente, vorrebbe che prevedesse.

Non si tratta di sostenere che la magistratura italiana sia esente da critiche: i tempi dei processi, le disparità di trattamento tra tribunali diversi, alcuni eccessi nell’uso della custodia cautelare sono temi legittimi di discussione pubblica, e lo stesso mondo giudiziario ne discute al proprio interno. Il punto è un altro: la critica dovrebbe riguardare il funzionamento del sistema, non il singolo provvedimento letto prima ancora di conoscerne le ragioni.

Chi governa ha gli strumenti per intervenire su ciò che davvero produce insoddisfazione: può scrivere leggi più chiare, stanziare risorse per i tribunali, riformare i codici, avviare un dibattito parlamentare su ciò che considera un vuoto normativo. Attaccare la sentenza — anziché la norma che l’ha resa necessaria, o le condizioni materiali in cui è stata scritta — sposta il conflitto dal piano delle responsabilità politiche a quello, più comodo, dello scontro simbolico tra “il popolo” e “le toghe”.

C’è, in questo schema, anche una responsabilità dell’informazione, che spesso rilancia la sentenza-scandalo nelle ore immediatamente successive alla notizia, quando ancora non è disponibile alcuna motivazione, alimentando un giudizio costruito sull’emotività più che sul merito giuridico. E c’è una responsabilità di chi ascolta, portato talvolta a preferire la spiegazione semplice — “i giudici sono buonisti” — a quella complessa, che richiederebbe di guardare alle leggi, alle risorse, alle scelte di chi le leggi le scrive.

M la responsabilità principale resta di chi ha il potere di cambiare le cose e sceglie, invece, di indicare un colpevole che non può replicare nei tempi della polemica. È una scorciatoia comprensibile sul piano del consenso immediato, ma logora nel tempo un pilastro dello Stato di diritto: la fiducia nella separazione tra chi fa le leggi e chi le applica.

Un’annotazione doverosa: questo tema divide anche gli osservatori più attenti. C’è chi ritiene che una critica pubblica, anche dura, alle decisioni giudiziarie sia parte legittima del dibattito democratico e un contrappeso necessario a un potere — quello giudiziario — che in Italia non risponde elettoralmente a nessuno; e chi sottolinea che alcune sentenze effettivamente meritano un esame critico indipendentemente da chi lo solleva. Il confine tra critica legittima e delegittimazione sistematica resta, in definitiva, materia di giudizio politico quanto giuridico.

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