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Nuovo Csm, via alla gara per i laici

In pole Zanettin e Zanon, ma in maggioranza mancano candidate donne.

Nuovo Csm, via alla gara per i laici

Scadeva ieri il termine per le domande. Intanto nelle opposizioni spuntano i nomi di Bazoli, Rossomando e la carta Grosso, ex guida del “No” al referendum

Il toto-laici del Csm entra nella fase ufficiale. Con la pubblicazione dell’avviso sui siti di Camera e Senato, da ieri era possibile presentare le candidature per i dieci componenti di designazione parlamentare del nuovo Consiglio superiore della magistratura. La scadenza è fissata alle ore 10 del prossimo 23 ottobre. Possono presentare domanda i professori ordinari di materie giuridiche e gli avvocati con almeno 15 anni di esercizio effettivo della professione. La candidatura può arrivare direttamente dall’interessato oppure da un numero minimo di dieci parlamentari appartenenti ad almeno due diversi gruppi.

La partita, però, è cominciata da settimane. Il primo risiko riguarda la maggioranza, che nell’attuale consiliatura ha eletto sette componenti: quattro in quota Fratelli d’Italia, due Lega, fra cui il vicepresidente Fabio Pinelli, e uno Forza Italia. Il nome che continua a circolare con maggiore insistenza per gli azzurri è quello del senatore Pierantonio Zanettin, capogruppo in Commissione Giustizia a Palazzo Madama ed ex componente del Csm dal 2014 al 2018. È anche uno dei nomi indicati per la partita più delicata di tutte: la vicepresidenza del Consiglio.

Per quella casella, però, c’è anche un’ipotesi che porta a Fratelli d’Italia: Nicolò Zanon, già consigliere del Csm e poi vicepresidente della Corte costituzionale. Professore di diritto costituzionale alla Statale di Milano, Zanon ha guidato il Comitato per il Sì alla riforma della giustizia bocciata dal referendum. Sempre nel campo delle ipotesi è circolato il nome di Renato Schifani, presidente della Regione siciliana, in quota Forza Italia, ma senza conferme. Sul tavolo della maggioranza sono stati accostati anche altri nomi, tra cui quello dell’avvocato trevigiano Federico Vianelli, attuale componente del direttivo della Scuola superiore della magistratura. Per la Lega, invece, è circolato il nome di Simonetta Matone, parlamentare ed ex magistrata, che però non avrebbe i requisiti previsti.

Poi ci sono le opposizioni. Nel Pd si affacciano le candidature di due avvocati. La prima è quella del senatore Alfredo Bazoli, che ha già fatto sapere di considerare un eventuale ingresso al Csm «un onore». L’altra è quella di Anna Rossomando, vicepresidente del Senato. È circolato anche il nome della renziana Maria Elena Boschi, ma la diretta interessata ha subito smentito, precisando anch’essa di non avere i requisiti. Ma c’è un terzo nome destinato a far discutere: Enrico Grosso, professore di diritto costituzionale all’Università di Torino. Grosso è stato presidente del Comitato per il No al referendum sulla riforma della giustizia promosso dall’Associazione nazionale magistrati. Una sua eventuale candidatura sarebbe destinata a sollevare polemiche proprio per il ruolo ricoperto in quella campagna referendaria, soprattutto considerando la presenza, nella futura componente togata, di diversi ex dirigenti dell’Anm, di fatto una “saldatura” con quest’ultimi.

E proprio mentre il toto-nomi prende forma, non passa inosservato un altro elemento: la presenza delle donne. La legge stabilisce che la scelta dei componenti parlamentari debba avvenire «nel rispetto della parità di genere». Scorrendo i nomi che circolano in queste ore per il nuovo Csm, la presenza femminile nella quota della maggioranza è di fatto inesistente. Un dato che, secondo quanto apprende Il Dubbio, ha già fatto accendere un campanello d’allarme a Palazzo Chigi, dove – il dossier è seguito con grande attenzione da Alfredo Mantovano – si starebbe lavorando alla ricerca di candidature femminili che abbiano, oltre al requisito formale, anche uno standing adeguato al ruolo.

Nel 2023, quando furono scelti gli attuali dieci laici, le donne furono quattro: Isabella Bertolini, Daniela Bianchini, Rosanna Natoli (FdI) e Claudia Eccher (Lega). Natoli, dopo nemmeno un anno, fu però costretta alle dimissioni a seguito dell’incontro con una magistrata sottoposta a procedimento davanti alla Sezione disciplinare di cui faceva parte. Il Csm, va detto, resta una delle ultime Istituzioni, insieme alla Presidenza della Repubblica, nelle quali non vi è mai stata una donna al vertice. La questione, peraltro, assume un peso ulteriore dal momento che nella magistratura le donne sono ormai maggioranza.

Il problema, per i partiti, non sarà comunque soltanto trovare dei nomi femminili. Sarà trovare candidature che, oltre a rispettare l’equilibrio di genere, abbiano il profilo e l’autorevolezza necessari per sedere a Palazzo Bachelet dove la componente togata si preannuncia più agguerrita che mai, con le varie correnti che hanno candidato le rispettive prime fila.

Di Giovanni Maria Jacobazzi su Il Dubbio

 

 

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