Avvocati, la riforma non può aspettare
La professione cambia, ma il nuovo ordinamento resta affidato a decreti ancora da scrivere. Il tempo delle promesse è finito.
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La fotografia del Rapporto Censis-Cassa Forense dovrebbe essere appesa sulla scrivania di chi, al Governo, ha la responsabilità di riscrivere le regole dell’avvocatura italiana. Perché racconta una professione che non è affatto ferma, come qualcuno continua comodamente a pensare. È una professione che cresce, produce, si trasforma e soprattutto corre verso il futuro. Ma lo fa con una zavorra pesante sulle spalle: diseguaglianze, difficoltà di accesso, invecchiamento e regole che rischiano di arrivare sempre dopo la realtà.
I numeri sono impietosi. Gli avvocati iscritti alla Cassa Forense sono 228.641, gli attivi 211.464. L’età media è arrivata a 49,5 anni. Le donne sono ormai il 46,6% degli iscritti, ma guadagnano mediamente 33.829 euro contro i 67.959 degli uomini. Quasi la metà. Non è una semplice differenza statistica: è una frattura strutturale che un ordinamento moderno non può fingere di non vedere.
E poi ci sono i giovani. Solo il 42,4% degli under 40 esercita in uno studio autonomo. Il 30,3% ha preso in considerazione l’ipotesi di lasciare la professione, soprattutto per ragioni economiche. Se un giovane avvocato entra nella professione e dopo pochi anni comincia a chiedersi se sia meglio uscirne, il problema non è del giovane. È del sistema.
La contraddizione diventa ancora più evidente quando si guarda all’intelligenza artificiale. In un solo anno l’utilizzo dell’IA negli studi legali è passato dal 27,5% al 55,3%. Tra gli under 40 arriva al 70,3%. La professione, insomma, sta già cambiando pelle mentre la politica sta ancora discutendo come scrivere le regole.
Ed eccoci alla riforma dell’ordinamento forense.
Il Parlamento ha approvato la legge delega. Bene. Ma il Parlamento ha scritto soltanto l’inizio della storia. La parte decisiva è quella che spetta al Governo: i decreti legislativi che dovranno trasformare i principi della delega in norme concrete. Il termine è fissato alla fine di gennaio 2027.
È qui che si misura la serietà della riforma.
Perché una delega può essere ampia, ambiziosa, perfino condivisibile nei suoi principi. Ma se i decreti attuativi saranno deboli, contraddittori o costruiti senza ascoltare davvero l’avvocatura, resterà soltanto l’ennesima occasione perduta.
Il nuovo ordinamento dovrà affrontare il segreto professionale, la formazione, l’accesso alla professione, l’esame di Stato, le società tra avvocati, le attività riservate, la governance e il tema delicatissimo dei compensi. Ma dovrà soprattutto rispondere a una domanda elementare: che cosa significa fare l’avvocato nell’Italia del 2027?
Non si può rispondere con categorie giuridiche ferme al passato.
L’avvocatura è già dentro la trasformazione digitale. L’intelligenza artificiale sta entrando negli studi, modificando tempi, organizzazione e modalità di ricerca. Il mercato legale cambia. Cambiano i clienti. Cambiano le società professionali. Cambiano le competenze richieste. E cambiano anche le aspettative dei giovani che non accettano più di entrare in una professione senza sapere quale futuro economico li aspetti.
Il rischio è che la riforma arrivi quando la realtà sarà già andata molto più avanti.
Per questo il Governo non può limitarsi a confezionare decreti tecnici. Deve costruire una riforma capace di tenere insieme autonomia e innovazione, qualità e accesso, tutela del cliente e dignità professionale, concorrenza e indipendenza dell’avvocato.
E soprattutto deve evitare l’errore più antico della politica italiana: scrivere norme per una professione che non esiste più.
Gli avvocati italiani del 2026 sono diversi da quelli del 2012. Sono più numerosi, più tecnologici, più esposti alla concorrenza, ma anche più consapevoli delle fragilità del sistema. Una riforma seria deve partire da questa realtà, non aggirarla.
A gennaio 2027 non servirà una riforma sulla carta. Servirà un ordinamento capace di proteggere l’avvocatura senza imbalsamarla e di aprire il futuro senza consegnarlo al mercato.
Il tempo, adesso, è nelle mani del Governo. E non ci sono più alibi.
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