Anno: XXVIII - Numero 179    
Martedì 22 Settembre 2026 ore 13:30
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Cucchi intercettata, medici indagati: nei Cpr il garantismo è a targhe alterne

Dalla denuncia della senatrice Avs per le chat acquisite ai laici di centrodestra pro-pm, mentre l’Anm tace: tocca ai penalisti e a Costa difendere lo Stato di diritto.

Cucchi intercettata, medici indagati: nei Cpr il garantismo è a targhe alterne

Dimmi che inchiesta commenti e ti dirò che garantista sei. L’indagine sui presunti falsi certificati medici per evitare ai migranti la detenzione amministrativa nei famigerati Cpr italiani, definiti dal Comitato antitortura luoghi dove vengono meno le regole dello Stato di diritto, si rivela l’ennesima formidabile cartina di tornasole della politica e della magistratura italiana.

A dare la stura alla polemica – parallela a quella dei giornali di destra contro i camici bianchi, trattati alla stregua di terroristi – la scoperta, da parte della senatrice di Avs Ilaria Cucchi, dell’acquisizione delle sue chat con l’infettivologo Nicola Cocco. Cucchi non è la sola: anche Francesca Ghirra, deputata del medesimo gruppo, è finita nella rete della magistratura. Sui social Cucchi parla apertamente di «intimidazione»: la procura avrebbe dovuto fermarsi e chiedere l’autorizzazione al Parlamento, come stabilito dall’articolo 68 della Costituzione. Si è trattato di una “pesca automatica” eseguita da un algoritmo sulla base di parole chiave come lager, Cpr e certificati, replica la procura. Eppure, nota Cucchi, anche altri parlamentari hanno interagito con lo stesso medico sui medesimi temi, ma nei fascicoli sono entrate solo le comunicazioni delle due politiche di Avs. Ciononostante, la senatrice ha chiarito che non si avvarrà dell’immunità parlamentare, marcando una precisa distanza dalla destra dell’affaire Delmastro. 

L’accusa di Cucchi ha generato una nuova geografia di garantismo e giustizialismo. Da un lato ci sono i laici di centrodestra del Csm, tra i quali è tornata l’armonia dopo le divisioni degli ultimi plenum, ma solo in difesa di chi indaga “contro” i migranti. I laici di maggioranza hanno espresso «disapprovazione» sia contro le parole di Cucchi sia contro quelle del vicecapogruppo di Avs alla Camera, Marco Grimaldi, che ha parlato di «spedizione punitiva» della procura contro i medici indagati o perquisiti. Va bene la critica, sostengono i laici, ma non le accuse esplicite (che invece non erano state condannate quando si trattava di Iolanda Apostolico, la giudice finita nel mirino per aver disapplicato il decreto Cutro).

Solidarietà alle toghe, dunque, e perplessità per il silenzio dell’Anm che, ad eccezione della sezione Emilia Romagna e del solo gruppo di Magistratura indipendente, non è scesa come di consueto in campo a difendere i propri colleghi dagli attacchi politici. Un’anomalia che svela le diverse anime (politiche) della magistratura associata: la sensibilità delle correnti progressiste per il tema dell’immigrazione frena la solidarietà corporativa, mentre la corrente conservatrice (e spesso accusata di vicinanza col governo) non perde l’occasione per difendere i pm. «Non sembra una svista – scrivono in una nota i laici -. È la conferma di una difesa della magistratura selettiva, che si attiva o si spegne a seconda del colore politico di chi attacca. Quando l’indipendenza viene invocata a intermittenza, cessa di essere una garanzia per tutti e diventa strumento di parte».

Ma la contraddizione non riguarda solo le toghe: vale per una politica pronta a chiedere ispezioni se c’è “troppo garantismo” verso uno straniero, salvo poi accettare il pugno duro se asseconda i desiderata del proprio partito. Spariti dal radar, in questo valzer di dichiarazioni, i diritti dei migranti. E allora ecco ancora Cucchi, che sui social pubblica il video di una sua visita in un Cpr, dove viene ammesso l’abuso di calmanti per tenere a bada i migranti. «Basta ipocrisia – scrive la senatrice di Avs -. I Cpr sono gabbie dove chiudiamo esseri umani che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno commesso alcun reato grave, a volte nessuno. E dentro quelle gabbie la disperazione va gestita. Come? Con gli psicofarmaci. L’idea che una persona, per il solo fatto di non avere un documento, valga meno di un’altra, è inaccettabile».

In questo quadro di garantismo a geometria variabile, sono due le voci testardamente coerenti. La prima è quella del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa, che ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio sull’acquisizione delle chat di Cucchi e Ghirra. «Quando sono in gioco principi e prerogative fondamentali, non possono esserci distinzioni di appartenenza politica», ha dichiarato l’azzurro, che ha ricordato le norme in gioco. «Se tali violazioni fossero confermate saremmo in presenza di un grave illecito disciplinare», ha evidenziato. La seconda voce è quella dell’Unione delle Camere penali che mette il dito nella piaga contestando l’ipotesi di reato «perfino» – l’avverbio è emblematico – di associazione a delinquere. Nicola Cocco, ricordano i penalisti, oltre ad essere tra i massimi esperti nazionali di medicina detentiva ed esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni, ha condotto negli anni una campagna di sensibilizzazione sulla trasparenza dei certificati d’idoneità: una battaglia trasparente e pubblica che «non è possibile svilire al rango di proselitismo criminale».

La legge richiede che l’idoneità al trattenimento nei Cpr presupponga l’assenza di patologie infettive, disturbi psichiatrici, condizioni cronico-degenerative o specifiche vulnerabilità (come l’essere stati vittime di tratta, torture o violenze). Requisiti che «ben difficilmente possono essere accertati in base ad una semplice visita ambulatoriale», senza esami clinici, anamnesi né mediatori culturali. In tali condizioni, la certificazione rischia di trasformarsi in «un puro atto di fede o di compiacenza verso la funzione di ordine pubblico», riducendo a simulazione formale il controllo medico e violando il giuramento di Ippocrate. L’invito di Cocco a rifiutare certificazioni approssimative non è dunque una disapplicazione ideologica della norma, ma la richiesta di applicarla con rigore scientifico e costituzionale.

Nei Cpr, evidenziano i penalisti, si registra già una massiccia presenza di persone con gravi problematiche psichiatriche, confermata dall’uso sistematico di psicofarmaci e da continui episodi di autolesionismo. Trasformare il rigore diagnostico dei medici in un indizio di reato rischia di produrre un effetto devastante: quale sarà domani lo stato d’animo dei sanitari chiamati a certificare l’idoneità dei trattenuti? Il pericolo concreto è che, pur di non finire sotto indagine, la classe medica rinunci alla propria funzione di presidio di civiltà, piegando il diritto alla salute alle sole esigenze di polizia. Dove il garantismo, si sa, finisce per essere un inutile orpello.

Di Simonetta Musco su Il Dubbio

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