Schlein tende la mano, il campo largo si spacca
Energia, Ucraina, primarie e M5S: l’alternativa a Meloni resta tutta da costruire.
In evidenza
La mano tesa da Elly Schlein a Giorgia Meloni produce un effetto politico immediato: la premier lascia aperto il dialogo, mentre una parte dell’opposizione chiude la porta. È il paradosso del centrosinistra italiano: quando il Partito democratico prova a trasformare un terreno di scontro in un terreno di confronto, il cosiddetto campo largo rischia di diventare ancora più stretto. La vicenda nasce dalla lettera che la segretaria del Pd ha indirizzato alla presidente del Consiglio sul tema dell’energia. Schlein propone di utilizzare circa 14 miliardi di euro entro il 2028 per finanziare interventi strutturali sulla transizione energetica e ridurre la vulnerabilità dell’Italia rispetto al costo dell’energia. Una proposta articolata in cinque direttrici: potenziamento del Conto Termico e delle pompe di calore, riqualificazione energetica degli alloggi Erp, conversione dei processi produttivi delle imprese, investimenti nel trasporto pubblico e nelle reti elettriche, negli accumuli, nelle batterie e nelle infrastrutture di ricarica. A queste misure si aggiunge la richiesta di intervenire sulla tassazione dell’energia elettrica, oggi più elevata rispetto a quella del gas. L’obiettivo dichiarato è trasformare una finestra temporanea di flessibilità europea in investimenti capaci di produrre effetti duraturi sulla sicurezza energetica e sulla competitività del Paese.
La risposta di Giorgia Meloni, almeno sul piano istituzionale, non è stata una chiusura. La premier ha detto di voler approfondire le proposte “senza pregiudizi”. Non significa un’intesa politica con il Pd, ma è comunque un’apertura al confronto sul merito che ha immediatamente riacceso il dibattito sull’atteggiamento che l’opposizione dovrebbe tenere nei confronti del governo. E qui arriva il cortocircuito. La proposta di Schlein ha infatti spaccato il campo largo prima ancora che questo riesca a definirsi compiutamente come alleanza politica. Angelo Bonelli ha contestato duramente la scelta di collaborare con il governo sull’energia, sostenendo che negli anni dell’esecutivo Meloni le politiche climatiche ed energetiche siano state insufficienti o sbagliate. Giuseppe Conte ha espresso una posizione altrettanto netta, sostenendo che non ci sarebbero le condizioni per lavorare insieme con un governo che continua a puntare anche sulle trivellazioni. Per il leader del M5S, insomma, il problema non è trovare un punto di convergenza con Palazzo Chigi, ma costruire un’alternativa a Palazzo Chigi.
Ed è proprio qui che la vicenda dei 14 miliardi diventa qualcosa di molto più grande di una semplice disputa sull’energia. Il vero terreno dello scontro è il rapporto con Meloni. Il Pd sembra voler dimostrare che opposizione non significa necessariamente rifiuto pregiudiziale di ogni proposta proveniente dalla maggioranza: significa anche presentare idee, misurarsi con il governo e verificare se esistano margini per ottenere risultati concreti. M5S e Avs, invece, temono che qualsiasi forma di dialogo possa attenuare la distinzione tra maggioranza e opposizione proprio nel momento in cui dovrebbe essere costruita una credibile alternativa al centrodestra. Due impostazioni diverse, che fotografano una distanza strategica destinata a pesare nella costruzione della futura coalizione.
Il problema è che una coalizione elettorale può anche nascere dalla semplice esigenza di battere un avversario, ma una coalizione che aspira a governare deve sapere soprattutto che cosa intende fare una volta arrivata a Palazzo Chigi. Ed è proprio il programma comune il vero punto debole del campo largo. Energia, lavoro, welfare, politica industriale, Europa, giustizia e soprattutto politica estera restano terreni sui quali le distanze non sono state ancora ricomposte. La questione dell’Ucraina è probabilmente quella più evidente. Giuseppe Conte continua a mantenere una posizione fortemente critica sull’invio di armi a Kiev e ha ribadito che i progressisti non dovrebbero partecipare a una corsa al riarmo. Il Pd di Schlein, invece, ha mantenuto una linea diversa sul sostegno all’Ucraina. Una distanza che non può essere considerata marginale, perché quando una coalizione aspira a governare la politica estera rappresenta una delle prove più delicate della sua coesione.
Anche sulle primarie il rebus resta aperto. Schlein ha indicato la necessità di lavorare prima sul programma e poi sulle regole per la scelta del candidato. Nel Pd, intanto, è circolata l’ipotesi di una competizione più ampia, nella quale potrebbe trovare spazio anche Giorgio Gori come esponente dell’area riformista. Un’ipotesi che è stata rapidamente ridimensionata, con il partito che ha fatto sapere di voler arrivare a una posizione unitaria qualora la coalizione scegliesse lo strumento delle primarie. Il problema, però, rimane: chi dovrà guidare il centrosinistra? E soprattutto, quale centrosinistra arriverà alla scelta del leader? Perché la discussione sulle candidature rischia di essere prematura se prima non viene definito il perimetro politico della coalizione.
A complicare ulteriormente il quadro c’è poi il Movimento 5 Stelle, alle prese con il conflitto mai definitivamente chiuso tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo. Il fondatore continua ad attaccare la gestione del Movimento e a rivendicare una diversa interpretazione dell’esperienza pentastellata. Le sue parole contro l’attuale M5S hanno riaperto anche la questione del nome e del simbolo, mentre sullo sfondo resta la battaglia legale avviata da Grillo per rivendicare la titolarità di questi elementi identitari. Una partita che potrebbe avere conseguenze politiche rilevanti proprio mentre Conte cerca di consolidare il Movimento come componente stabile del futuro campo progressista. Conte, dal canto suo, ha replicato sostenendo che il M5S debba occuparsi dei problemi economici degli italiani e non delle vicende personali del suo fondatore. Ma la polemica dimostra che il passato del Movimento continua a condizionare il suo presente.
Come se non bastasse, sul versante centrista si registrano nuove iniziative. Matteo Renzi continua a porre il tema di un centrosinistra capace di comprendere anche l’area riformista, mentre Ernesto Maria Ruffini prepara la trasformazione di Più Uno in un nuovo soggetto politico, con l’appuntamento fissato per il 10 ottobre a Roma. Anche questo movimento contribuisce a rendere ancora più complesso il puzzle delle alleanze future. Pd, M5S, Avs e forze centriste devono infatti ancora stabilire perimetro, programma, leadership e regole della competizione interna.
La lettera di Schlein a Meloni, dunque, ha avuto un effetto politico quasi paradossale. Nata per aprire un confronto su un tema concreto come l’utilizzo dei 14 miliardi destinati alla transizione energetica, ha finito per mettere a nudo tutte le contraddizioni del campo largo. Schlein ha scelto di portare la discussione sul terreno delle cose da fare: bollette, efficienza energetica, case popolari, imprese, trasporti e infrastrutture. Meloni ha risposto lasciando aperta la porta al confronto. Conte e Bonelli, invece, hanno scelto di ribadire la necessità di costruire un’alternativa senza cercare intese con l’attuale governo.
Il nodo, allora, non è soltanto se quei 14 miliardi debbano essere utilizzati per l’energia. Il nodo è capire quale debba essere la natura dell’opposizione e, soprattutto, quale progetto politico possa tenere insieme forze che oggi hanno idee differenti sul rapporto con il governo, sulla guerra in Ucraina, sulla politica energetica, sulle primarie e perfino sulla leadership futura. Il campo largo continua così a cercare la propria identità mentre Giorgia Meloni resta il punto di riferimento obbligato, nel bene e nel male, del confronto politico nazionale. E la contraddizione è evidente: proprio mentre Schlein tende la mano alla premier su una proposta concreta, una parte dei suoi potenziali alleati le chiede di ritirarla e di alzare il muro. Prima ancora di decidere chi dovrà guidare l’alternativa, il centrosinistra deve dunque decidere che cosa vuole essere. Perché senza un programma condiviso, una posizione comune sui dossier decisivi e una regola chiara sulla leadership, il rischio è che il campo largo rimanga soprattutto un progetto annunciato, più che una coalizione pronta a governare.
Altre Notizie della sezione
Conte batte Schlein nei sondaggi sulle primarie
21 Settembre 2026I Dem restano fiduciosi: "Nessuna paura".
Quanto si indebitano gli italiani per vivere?
21 Settembre 2026I conti della Cgia di Mestre parlano di 6.657 euro di debiti per nucleo familiare, perché i debiti salgono e chi è più esposto.
Docenti nel mirino, molti casi analoghi in questi anni
21 Settembre 2026Quanto successo venerdì scorso in un istituto di Centocelle è solo l'ultimo caso di una lunga serie che ha visto i prof finire vittime di violenze da parte degli studenti.
