Anm contro una riforma innocua
Anche il "sindacato" dei magistrati evoca Gelli e Berlusconi. Ma il documento approvato ha in sé un paradosso che svuota la norma (e l'allarme per essa)
«Uno strumento di condizionamento nei confronti della magistratura». Poche ore dopo l’approvazione in plenum della delibera sui test psicoattitudinali alle toghe, ecco la reazione dell’Associazione nazionale magistrati. Convinta, così come indicato in plenum dal laico di centrosinistra Roberto Romboli e dalla togata di Md Mimma Miele, che ci si trovi di fronte alla realizzazione del piano di Licio Gelli e di Silvio Berlusconi: la delegittimazione e poi la normalizzazione della magistratura.
Il riferimento a Berlusconi, nella lettura che arriva dall’Anm, è centrale: l’allora presidente del Consiglio, nel 2003, dichiarò infatti che «i giudici sono matti, sono mentalmente disturbati, hanno turbe psichiche e sono antropologicamente diversi dalla razza umana». E dunque, qualsiasi tentativo di intercettare una patologia psicologica – e dunque di legittimare quella lettura – sarebbe una conferma di quella visione. Ciò anche se i test, lungi dall’essere sottoposti a toghe già in servizio, sono pensati per coloro che tentano il concorso in magistratura.
La delibera, come già raccontato dal Dubbio, individua il magistrato inadatto non in termini di tratti di personalità specifici o etichette cliniche e psicologiche, ma esclusivamente nella carenza di specifiche capacità e competenze funzionali in cinque aree: cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. Carenze che sul piano pratico si traducono in rigidità cognitiva, pensiero preconcetto, impulsività, aggressività, autoreferenzialità, abuso dell’autorità, narcisismo, protagonismo, arbitrarietà, disorganizzazione e superficialità operativa, caratteristiche certamente incompatibili con la funzione giudiziaria, ma che appartengono soprattutto alla sfera professionale, metodologica, etica e deontologica più che a quella strettamente psicologica. Un paradosso che, però, non appartiene alle scelte fatte dal Csm, ma alla riforma stessa. E che svuota non solo l’allarme di scuderia dell’Anm, ma anche la norma stessa, annunciata dal ministro Carlo Nordio come il tentativo di intercettare nei candidati eventuali «disturbi psichici o di personalità».
«Ho fatto anch’io il test Minnesota che è quello che vorremmo introdurre noi», aveva spiegato il ministro in conferenza stampa. E il Minnesota, usato per i concorsi delle Forze armate per individuare disturbi di personalità, sarebbe stato davvero un tentativo di scovare tratti di personalità ed eventuali disturbi psicologici o disagi emotivi come depressione, ipocondria o isteria. Nulla di tutto ciò coi test approvati dal Csm, ancora da elaborare – dunque lontani dall’essere applicati – e finalizzati a individuare le capacità cognitive specifiche necessarie per svolgere la professione di magistrato. Non a caso la delibera è passata con solo sei astensioni e nessun voto contrario, sintomo di una sostanziale condivisione da parte delle toghe. E non a caso ad essere più indispettite sono proprio le laiche di centrodestra Isabella Bertolini e Claudia Eccher, convinte che lo spirito della norma sia stato tradito.
Tutti scontenti, dunque. Ma a non doversi preoccupare sono soprattutto le toghe, secondo cui «indipendenza, imparzialità ed equilibrio sono principi cardine per un magistrato. Lo sono e devono continuare ad esserlo – si legge ancora nella nota dell’Anm -. I magistrati sono già controllati: dalla prova di accesso all’entrata in ruolo. E ancora nel loro percorso. Per questo l’Associazione nazionale magistrati aveva già espresso la sua contrarietà allo strumento che era stato pensato e costruito come strumento da usare nel dibattito pubblico per attaccare la magistratura». Di tenore opposto le dichiarazioni di Bertolini su Libero, a riprova che il piano “malefico” ipotizzato dalle toghe per mano della destra non si è realizzato. Il Csm, ha detto, «ha scelto la via del compromesso al ribasso», depotenziando la riforma «dall’interno» e assecondando «la storica e netta contrarietà del corpo dei magistrati».
Non potendo bloccare una legge dello Stato, continua la laica, «l’organo di autogoverno ha scelto la via più antica del mondo: la melina istituzionale», limando un testo «che accoglie la norma solo per anestetizzarla e rinviarne l’entrata in vigore». Quindi legge del 2024, prima applicazione nel 2028, salvo nuovi rinvii e perché no ulteriori riforme. E manca il filtro del profilo psicologico idoneo, spostando l’analisi sulle condizioni di inidoneità, da valutare nell’intero pacchetto della prova, insieme a scritto e orale, ad insindacabile giudizio della Commissione. Lo psicologo? Rimane confinato al ruolo di mero “ausiliario”, senza diritto di voto. «Un mero filtro formale», conclude scoraggiata Bertolini. Una «vittoria della “corporazione”», che avrebbe «dettato» il testo al Csm, ma nemmeno questo basterebbe.
Tra i sei astenuti il togato indipendente Andrea Mirenda, che condivide, in parte, le argomentazioni di Romboli e in parte quelle di Bertolini. Nel primo caso, concordando sull’opportunità di sottoporre il test non al momento della prova di ammissione, ma durante il tirocinio; e nel secondo caso, sulla totale ininfluenza della prova stessa. «Verosimilmente sarà una mera formalità, priva di reale significato – commenta al Dubbio -. Del resto, di fronte alla vacuità provocatoria della norma, oltretutto di dubbia copertura costituzionale, quale profondità potrà mai avere un test “attitudinale” somministrato a chi mai ha esercitato la nostra funzione e, in sovraconto, in ridottissimo tempo per evitare il rischio di paralizzare gli orali? In definitiva, penso che la risposta del Csm sia ben allineata alla vaghezza generale del contesto precettivo. Ben più seria sarebbe stata, invece, come è intuibile, la puntuale somministrazione del test ai soli Mot segnalati in esito al tirocinio per condotte meritevoli di approfondimento su quel versante». Tutto cambia perché nulla cambi. Polemiche comprese.
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