Anno: XXVIII - Numero 176    
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Test alle toghe, via libera dal Csm.

Le prove dovranno individuare eventuali situazioni di grave o totale carenza delle condizioni necessarie per esercitare la funzione giudiziaria.

Test alle toghe, via libera dal Csm.

«Era il progetto di Licio Gelli». «No, è troppo blando». Dopo un dibattito contenuto – complice la presenza dei magistrati belgi in Aula – Palazzo Bachelet ha dato il via libera alla delibera che individua le «condizioni di inidoneità alla funzione giudiziaria» in relazione ai test psico-attitudinali per i magistrati, previsti dal decreto legislativo 44 del 2024.

Il plenum ha approvato il documento proposto dalla Sesta Commissione con sei astensioni. Cinque le aree individuate con l’aiuto di quattro esperti: cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. Il punto centrale, hanno spiegato i relatori Daniele Porena e Antonino Laganà, è che i test non dovranno misurare il “grado” di capacità di un candidato né stabilire il profilo ideale del magistrato o individuare eventuali patologie. L’obiettivo sarà individuare eventuali situazioni di grave o totale carenza delle condizioni necessarie per esercitare la funzione giudiziaria. I candidati ammessi all’orale, dopo aver superato le prove scritte, saranno sottoposti ai test e poi a un colloquio davanti alla commissione esaminatrice, con l’ausilio di uno psicologo. La decisione finale spetterà comunque alla commissione nel suo complesso, non al solo esperto. Gli esiti saranno due: idoneità o inidoneità, quest’ultima da motivare adeguatamente. Non sarà però la singola fragilità a determinare l’inidoneità: la soglia individuata è quella di una “carenza grave e generalizzata” dei requisiti psicoattitudinali.

A rompere gli indugi sul merito è stato il laico Roberto Romboli, che ha annunciato la propria astensione. La sua posizione è stata critica soprattutto sull’introduzione dei test psicoattitudinali nel concorso, «ipotesi già presente nel programma di Licio Gelli» e riconducibile «a una certa valutazione della magistratura». Il riferimento è alle parole di Silvio Berlusconi che nel 2003 dichiarò: «I giudici sono matti, sono mentalmente disturbati, hanno turbe psichiche e sono antropologicamente diversi dalla razza umana». Si tratterebbe, dunque, di un passo verso «l’opera di delegittimazione dei magistrati». Romboli ha posto anche dubbi di legittimità costituzionale, dal momento che «la legge delega non prevede affatto la possibilità di toccare le materie di concorso», ma di «ridurre i tempi troppo lunghi dell’espletamento del concorso magistratura». Senza contare la “discriminazione” tra magistratura ordinaria e altre magistrature.

Il problema è anche di tempi: un test psicoattitudinale dopo il tirocinio, «dove meglio si è in grado di apprezzare davvero, e non occasionalmente, tutti quegli elementi che si volevano prevedere», sarebbe stata per Romboli la soluzione più opportuna. Considerazioni che hanno lasciato basito il laico Felice Giuffrè, che ha ricordato che «il decreto è stato emanato dal capo dello Stato». «Siamo stati attentissimi in commissione, con l’aiuto dei 19 esperti psicologi e psichiatri» a distinguere tra «test psicoattitudinali e test psicopatologici». I riferimenti a Gelli e Berlusconi, dunque, «rischiano di costruire una narrazione che non ha nessun collegamento con la realtà di cui ci stiamo occupando», dal momento che «il testo non ci parla di profili patologici della personalità, ma di attitudini e a questo ci siamo attenuti». Ma il momento della discussione sulla questione generale, ha sottolineato la togata Bernadette Nicotra, è superato. «Quando a novembre abbiamo portato in plenum la delibera sui test, avrebbe avuto senso discutere di normalizzazione della magistratura e altro, ma oggi siamo veramente fuori tempo massimo».

Critica, invece, la consigliera Isabella Bertolini, secondo cui la delibera sarebbe servita solo a drammatizzare il tema – giusto – dei test. «Ma se noi questo test lo facessimo oggi ai 9.000 magistrati che abbiamo in quanti lo passerebbero?», ha evidenziato. Il tema, secondo Bertolini, è che quelle caratteristiche sarebbero riscontrabili solo in magistrati esperti e che, comunque, una commissione non sarebbe in grado di valutare le risposte dei candidati. «Secondo me questa delibera è una follia – ha aggiunto – e non abbiamo interpretato bene la volontà del legislatore», che «voleva semplicemente riuscire ad individuare se dei giovani» hanno «una stabilità emotiva» tale da poter assumere «una responsabilità enorme» come quella di svolgere il lavoro di magistrato.

Secondo la scansione temporale illustrata dal presidente della Sesta Commissione, Antonello Cosentino, i test potrebbero essere completati tra la fine del 2027 e i primi mesi del 2028, con una possibile prima somministrazione collegata al concorso bandito nell’autunno 2026 e destinata ai candidati che arriveranno all’orale. «Una riforma che poteva rappresentare un momento qualificante rischia di essere indebolita proprio nella sua attuazione da parte delle norme del Csm – hanno commentato a margine Bertolini e Claudia Eccher –. Per questo, pur auspicando che i test vengano fatti, crediamo che la delibera votata oggi – sulla quale ci siamo convintamente astenute – abbia l’intento di ritardarne l’attuazione, ma soprattutto di non interpretare correttamente gli obiettivi e la volontà del legislatore. Un provvedimento del 2024 sarà applicato per la prima volta solo nella primavera del 2028: quattro anni per fare quello che tutte le Amministrazioni pubbliche già fanno. Ancora una volta il Csm utilizza le proprie prerogative per depotenziare quella che poteva essere una importante innovazione, trasformandola nell’ennesima occasione persa».

Simona Musco su Il Dubbio

 

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