Anno: XXVIII - Numero 166    
Giovedì 3 Settembre 2026 ore 13:30
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L’intelligenza artificiale non può prendere il posto dell’avvocato

La tecnologia è un’opportunità straordinaria, ma giudizio, responsabilità e coscienza professionale restano insostituibili.

L’intelligenza artificiale non può prendere il posto dell’avvocato

C’è una lezione che arriva dalla California e che l’avvocatura italiana ed europea farebbe bene a non sottovalutare. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento formidabile, capace di accelerare la ricerca, analizzare migliaia di documenti e aiutare nella predisposizione di una bozza. Ma non può diventare l’avvocato.

Sembra un’affermazione persino banale. Eppure, evidentemente, non lo è più.

La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa sta producendo anche effetti inquietanti nel mondo della giustizia. Sentenze inesistenti, norme mai approvate, precedenti giurisprudenziali inventati di sana pianta: atti depositati davanti ai tribunali sulla base di informazioni generate da una macchina e che nessuno si è preoccupato di verificare.

Non è soltanto un problema tecnico. È qualcosa di molto più grave: è la rinuncia alla responsabilità professionale.

Il Senate Bill 574 approvato dal Parlamento californiano prova a mettere un argine a questa deriva. Il messaggio è semplice e difficilmente contestabile: l’intelligenza artificiale può assistere il professionista, ma non può sostituirne il giudizio.

Ed è proprio qui che si trova il cuore della questione.

Un avvocato non è un semplice compilatore di documenti. Non è qualcuno che inserisce una domanda in un programma e trasforma automaticamente la risposta in un atto giudiziario. L’avvocato interpreta i fatti, valuta le prove, studia le norme, verifica le fonti e, soprattutto, si assume la responsabilità delle proprie scelte.

Una macchina non fa tutto questo.

Può elaborare dati. Può riconoscere schemi. Può proporre soluzioni apparentemente convincenti. Può perfino scrivere pagine giuridicamente eleganti. Ma non possiede la responsabilità. E senza responsabilità non esiste professione.

La California interviene su tre punti decisivi: riservatezza, verifica e trasparenza. Tre parole che dovrebbero diventare il punto di partenza anche del dibattito italiano.

Il primo nodo riguarda la tutela dei dati. Negli studi legali transitano informazioni personali, finanziarie, sanitarie e giudiziarie. Affidarle inconsapevolmente a piattaforme delle quali non si conoscono modalità di utilizzo, conservazione e trattamento rappresenta un rischio che nessun professionista può permettersi di ignorare.

Il secondo è ancora più delicato: la verifica. Le cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale non sono un dettaglio marginale. Se una macchina inventa una sentenza e l’avvocato la inserisce in un atto senza controllarla, l’errore non è della macchina. È dell’avvocato.

Non possiamo continuare a nasconderci dietro la tecnologia.

L’intelligenza artificiale non è un soggetto responsabile. Non può essere chiamata davanti a un giudice. Non può rispondere disciplinarmente. Non può risarcire un cliente. La responsabilità resta, inevitabilmente, sulle spalle di chi firma l’atto.

Ed è giusto che sia così.

C’è poi una questione che riguarda il futuro stesso delle professioni intellettuali. La tecnologia non deve trasformarsi nell’alibi perfetto per impoverire le competenze. Se il giovane avvocato smette di fare ricerca perché c’è un algoritmo che la fa per lui, se smette di leggere le sentenze perché gli basta un riassunto, se smette di ragionare perché preferisce una risposta immediata, allora il rischio è enorme.

Non avremo professionisti più efficienti. Avremo professionisti più dipendenti dalle macchine.

L’avvocatura deve invece fare l’esatto contrario: utilizzare l’intelligenza artificiale per aumentare le proprie capacità, non per rinunciare ad averle.

La sfida non è fermare il progresso. Sarebbe inutile, oltre che impossibile. L’intelligenza artificiale è già entrata negli studi professionali e continuerà a farlo con una velocità crescente. Il problema è stabilire chi comanda.

Deve essere l’avvocato a utilizzare la macchina. Non la macchina a sostituirsi all’avvocato.

La California, con questa iniziativa, apre una strada che merita attenzione anche in Europa. L’Italia non potrà limitarsi ancora a lungo a richiamare genericamente i principi di diligenza, competenza e riservatezza. L’innovazione corre molto più velocemente delle regole e il vuoto normativo rischia di essere riempito, come sempre, dai fatti compiuti.

Servono regole chiare, ma soprattutto serve una consapevolezza che nessuna legge potrà imporre artificialmente.

La tecnologia può scrivere una bozza. Può suggerire una strategia. Può cercare documenti in pochi secondi.

Ma non può avere coscienza delle conseguenze.

E soprattutto non può assumersi la responsabilità di un errore.

Quella, almeno per ora, resta rigorosamente umana. E resta dell’avvocato.

 

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