Senza avvocato non c’è giustizia
Condannato dopo essersi difeso da solo, Clarence Gideon ricorse dal carcere. I giudici gli diedero ragione: senza un avvocato non c’è un processo equo.
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Un uomo povero, accusato di aver svaligiato una sala da biliardo in Florida, si presenta davanti al giudice e chiede un avvocato. La risposta è no: secondo la legge dello Stato, il difensore d’ufficio spetta soltanto a chi rischia la pena di morte. Clarence Earl Gideon è così costretto a difendersi da solo. Interroga i testimoni, pronuncia l’arringa, prova a sostenere la propria innocenza. Viene condannato a cinque anni di carcere. Dal penitenziario, con una domanda scritta a mano, Gideon si rivolge alla Corte Suprema. Non chiede un privilegio: sostiene che un processo non può essere giusto quando l’accusa dispone di professionisti e l’imputato povero viene lasciato solo davanti alla macchina giudiziaria. Il 18 marzo 1963 i nove giudici gli danno ragione all’unanimità. La frase centrale della sentenza è semplice: nei tribunali penali gli avvocati sono «necessità, non lussi». Gideon ottenne un nuovo processo. Questa volta fu assistito da un difensore, che mise in crisi il principale testimone dell’accusa; la giuria lo assolse.
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