Anno: XXVIII - Numero 153    
Lunedì 17 Agosto 2026 ore 13:30
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Più assunzioni nel SSN, ma il personale infermieristico invecchia

Il dato che ricalibra la “ripresa”

Più assunzioni nel SSN, ma il personale infermieristico invecchia

Gli addetti del Servizio sanitario nazionale crescono dell’1,6%, toccando quota 727.829. Le nuove entrate (58.311) superano le uscite (47.238). Ma il saldo positivo nasconde un nodo cruciale: in corsia lavorano operatori sempre più maturi, spesso sottoposti a carichi gravosi e con limitazioni fisiche che possono comprimere la reale capacità assistenziale

Il ritorno alla crescita dell’occupazione nel SSN è un segnale incoraggiante. Dopo anni di blocchi del turnover e difficoltà di reperimento dei professionisti, vedere ingressi superiori alle cessazioni sembra indicare una svolta. Eppure, come avverte il COINA (Sindacato delle Professioni Sanitarie), la quantità da sola non fotografa la salute del sistema: contano l’età dei dipendenti, le loro condizioni fisiche e la sostenibilità dei ritmi di lavoro.

Il Rapporto sul personale del SSN indica un’età media di 48,4 anni. Tra gli infermieri dipendenti la media è di 46,9 anni, con una permanenza in servizio di circa 17,4 anni. Non è solo esperienza consolidata: è anche il segnale di un ricambio generazionale che procede a rilento. Secondo l’analisi del COINA, oltre metà degli infermieri dipendenti ha superato i 50 anni. Al contempo, la difficoltà ad attirare nuove matricole nei corsi di laurea in Infermieristica rischia di rendere più complessa la sostituzione di chi andrà in pensione. L’esperienza è un valore, ma un’organizzazione che dipende sempre più da professionisti con decenni di turni, notti e movimentazione dei pazienti alle spalle, senza un adeguato innesto di giovani, diventa strutturalmente fragile.

In molti Paesi occidentali prescrivono farmaci, richiedono esami e seguono autonomamente alcuni pazienti. L’Italia introduce tre lauree magistrali cliniche, ma deve ancora tradurre la formazione in ruoli e responsabilità effettivi

Il confronto europeo accende un campanello d’allarme

Inserito nel contesto UE, il dato italiano pesa di più: in molti Paesi europei l’età media degli infermieri risulta inferiore, in genere poco sopra i quarant’anni. Il rischio, dunque, è di recuperare personale in termini assoluti ma di mantenere una forza assistenziale mediamente più anziana. Il ricambio non è solo una questione anagrafica: significa distribuire meglio i turni, alleggerire il peso del lavoro notturno sulle fasce più avanzate, favorire il passaggio di competenze e costruire équipe in grado di reggere nel tempo l’aumento e la complessità della domanda, spinta dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita delle cronicità.

Le statistiche raramente intercettano la salute di chi opera nei reparti. L’infermiere non svolge un’attività unicamente tecnica o intellettuale: sposta e mobilizza pazienti, resta per ore in piedi, assume posture impegnative, copre turni notturni e affronta emergenze ad alto carico fisico e psicologico. Col passare degli anni, tutto questo lascia tracce. Il COINA richiama una quota significativa di operatori con limitazioni o prescrizioni del medico competente che condizionano alcune mansioni: frequenti quelle su movimentazione manuale, posture, notti e reperibilità. Inevitabilmente, l’incidenza cresce con l’età. Ciò non implica inabilità, ma rende evidente che “due organici numericamente identici possono avere una capacità assistenziale molto diversa”: dieci professionisti pienamente idonei a ogni turno non equivalgono a dieci colleghi con attività precluse. Ecco perché contare le “teste” rischia di offrire un’istantanea ingannevole di ciò che accade in reparto.

Intelligenza artificiale, cure personalizzate, assistenza a distanza e nuovi modelli organizzativi cambieranno il modo in cui preveniamo, diagnostichiamo e curiamo. Ma la vera sfida sarà rendere l’innovazione accessibile a tutti

Malattie professionali: il prezzo nascosto dell’assistenza

Nel comparto sanità e assistenza sociale, una quota rilevante di patologie denunciate riguarda l’apparato muscolo-scheletrico e osteo-articolare. Ernie discali, tendinopatie e disturbi da sovraccarico biomeccanico sono coerenti con un lavoro che comporta movimentazione di persone non autosufficienti, posture forzate e attività ripetitive. Parlare di “invecchiamento degli infermieri” non è solo demografia: la vera questione è la sostenibilità di mantenere per decenni la stessa intensità assistenziale senza rivedere organizzazione, carichi e dotazioni.

Perché più ingressi restano una buona notizia, ma non bastano Il saldo tra assunzioni e cessazioni non va sminuito: dopo anni di carenze croniche, più ingressi che uscite sono un segnale importante. Il punto è non considerarli un traguardo. Per irrobustire davvero la sanità pubblica servono reclutamenti aggiuntivi, percorsi di carriera attrattivi, politiche capaci di richiamare i giovani verso le professioni sanitarie e un’organizzazione che protegga chi è in servizio da lungo tempo. La leva economica conta, ma non è l’unica: pesano conciliazione vita-lavoro, sicurezza, dotazioni adeguate in reparto, riconoscimento professionale e opportunità di crescita. Se una professione smette di attrarre i giovani, nessun saldo positivo annuale può garantire la sostenibilità futura.

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È il punto sollevato dal segretario nazionale del COINA, Marco Ceccarelli: limitarsi a leggere il dato delle assunzioni senza considerare età, condizioni fisiche e idoneità effettiva degli organici restituisce un’immagine parziale. La domanda da porsi non è solo “quanti professionisti abbiamo assunto?”, ma piuttosto: “quanta assistenza siamo realmente in grado di garantire oggi e quanta ne potremo garantire tra cinque o dieci anni?”. Un SSN non si misura dal numero dei dipendenti in bilancio, bensì dalla disponibilità di professionisti sufficienti, ben distribuiti, in sicurezza, affiancati da nuove generazioni pronte a raccoglierne l’eredità.

Il +1,6% è un segnale confortante. Ma se, dietro quella percentuale, continuano a crescere età media, usura professionale e difficoltà di ricambio, parlare di problema risolto sarebbe prematuro. La vera sfida non è far aumentare gli organici: è renderli sostenibili nel tempo.

Da mondosanità

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