Anno: XXVIII - Numero 146    
Martedì 28 Luglio 2026 ore 13:30
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Controlli indeboliti, il conto lo pagano i cittadini

Limitare il danno erariale riduce responsabilità e deterrenza, mentre sprechi e costi ricadono sulla collettività.

Controlli indeboliti, il conto lo pagano i cittadini

Non passa giorno senza che televisioni e giornali, indipendenti o “di area”, non diano conto di sprechi di denaro pubblico e/o di reati contro la pubblica amministrazione, prevalentemente in forma di corruzione. Eppure la classe politica italiana, di governo e di opposizione, che ben conosce le funzioni di controllo e giurisdizionali della Corte dei conti, previste dagli articoli 100, comma 2, e 103, comma 2, della Costituzione, una antica magistratura, la prima dell’ordinamento unitario dal 1862, ha sistematicamente fatto di tutto per limitarne i poteri e per rendere pressoché inutile la condanna dei responsabili degli sprechi a risarcire il “danno erariale”, che sempre ha costituito un deterrente per gli incapaci e disonesti. Perché i politici e i funzionari onesti non hanno avuto mai il “timore della firma”, quella preoccupazione abilmente enfatizzata dalla classe politica e da parte della stampa per giustificare delle norme assurde, tra l’altro in aperto contrasto con le indicazioni che provengono dall’Intosai (The International Organization of Supreme Audit Institutions) l’organismo internazionale autonomo e indipendente delle istituzioni superiori di controllo che dà periodicamente delle indicazioni sul funzionamento delle istituzioni nazionali, che vi si adeguano, e dalla stessa Unione europea la quale ha previsto che vadano recuperate a carico di chi le spreca le somme di provenienza comunitaria.

Accade, invece, in Italia che, fin dal 2020, con il governo di Giuseppe Conte, avvocato, composto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, per giustificare il momento particolarmente complesso delle spese per far fronte alla pandemia da Covid-19 sono state emanate delle norme con decreto-legge (il n. 76) che all’art. 21 hanno previsto sostanzialmente l’esclusione della responsabilità per danno erariale nei casi di “colpa grave”. Una decisione assolutamente ingiustificabile, considerato che manda esenti da responsabilità i soggetti che gestiscono denaro pubblico provocando un danno all’erario, per esempio per acquistare beni o servizi di scarsa di scarso o nullo interesse o comunque inadeguati. Tenuto conto che la colpa grave, lo ricordiamo a tutti coloro che amano fare citazioni in latino per darsi un tono, magari sbagliando l’accento, consiste nel “non intelligere quod omnes intelligunt”. Tradotto in italiano, ma non ce ne sarebbe bisogno, significa che è in colpa grave chi non comprende ciò che tutti comprendono. Questa norma giustificata come eccezionale nel contesto della lotta alla pandemia, e che aveva una scadenza, è stata stata mantenuta dal governo Draghi, ed è stata prorogata dal governo Meloni fino alla conclusione dell’iter parlamentare di una proposta di legge di iniziativa del deputato Tommaso Foti, poi promosso ministro, la quale ha ancor più reso problematico il risarcimento del danno.

E qui la pantomima italiana. Mentre il governo Conte adottava norme limitatrici della responsabilità chi era all’opposizione allora, Fratelli d’Italia in particolare, chiedeva a gran voce maggiori controlli, perché neppure un euro fosse sprecato senza adeguato risarcimento. Gli stessi, andati al potere, sono diventati più degli altri contrari ai controlli e ai risarcimenti dei danni, tra l’altro in forma di dubbia costituzionalità, già rimessa all’attenzione della Consulta da alcune sezioni della Corte dei conti.

Quel che più è rilevante è che nella legge Foti ci sono delle assurdità che comprenderebbe anche un bambino all’asilo nido. Ad esempio, la legge prevede che i funzionari che gestiscono denaro pubblico debbano munirsi di una assicurazione contro eventuali danni provocati allo Stato o agli enti pubblici. Decisione senza dubbio intelligente. Per cui non si comprende perché, in caso di condanna, al responsabile sia addebitato il danno provocato e accertato dal giudice in una misura quasi ridicola, il 30% o non più di di due annualità di stipendio o di indennità. L’assurdo è che se l’assicurazione garantisce il credito erariale lo deve pagare nella misura certata dal giudice. Altrimenti facciamo un doppo regalo alle assicurazioni, apriamo loro un rilevante mercato e limitiamo il risarcimento. E, poi, chi è che si dà carico del 70% del danno accertato che non viene posto a carico del responsabile? L’erario, i cittadini.

Credo che questa classe politica che quando è all’opposizione vuole controlli e pretende responsabilità e quando sta al governo non intende punire i responsabili non è degna di un “grande Paese”, tanto per citare Camillo di Cavour. E mette in risalto due cose: in primo luogo la mancanza di fiducia nei confronti dei pubblici funzionari, perché del timore della firma non si era mai sentito dire; poi che questi funzionari sono professionalmente inadeguati, perché l’attività della pubblica amministrazione è spesso supportata da pareri del Consiglio di Stato, dell’avvocatura dello Stato e delle avvocature regionali e comunali. Per cui il funzionario dovrebbe essere tranquillo.

Ma forse la politica, che ha riempito gli uffici pubblici di “nominati”, limitando le assunzioni per concorso, come prevede l’art. 97 della Costituzione, è consapevole che abbondano ovunque le scartine. E, nonostante ciò, l’ineffabile ministro Zangrillo si vanta di una “riforma” della p.a. nella quale i nominati saranno il 30 per cento, su indicazione del capo ufficio, per cui i bravi si appiattiranno sulle idee di chi dirige, magari perché nella manica del ministro, cioè del potere. Un’assurdità di cui non si sentiva il bisogno. Mentre una classe politica capace si sarebbe impegnata a reclutare i migliori, come accade nei paesi più sviluppati, contestualmente modificando l’ordinamento e le procedure delle amministrazioni per assicurare efficienza all’azione di governo e servizi adeguati al cittadino.

 

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