L’ultima scomposta battaglia di Salvini senza i suoi consiglieri
La riforma della legittima difesa e la candidatura di Roggero: due idee strampalate a cui i suoi azzeccagarbugli avrebbero detto no, e allora lui le fa senza di loro.
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La legittima difesa “senza se e senza ma” presentata da Claudio Borghi con l’avallo di Matteo Salvini? “Una porcheria incostituzionale”. La candidatura del gioielliere Mario Roggero? “Una figuraccia”, visto che è vietata per legge. Le ultime uscite del Capitano strappano sorrisi tra i parlamentari della Lega. Non sono i soliti nostalgici bossiani ad allargare le braccia. Anche alcuni fedelissimi prendono le distanze dalla propaganda di Salvini che però tira dritto, sulla riforma della legittima difesa e sulla direzione del partito da qui alle elezioni. E ieri, alla cena con i parlamentari, al momento dell’ultimo brindisi prima dell’estate, ha messo in chiaro: “Non ci sarà mai una Lega del Nord e una del Sud”.
Da una decina di giorni, il vicepremier è tornato in modalità Bestia. Punta a scalzare Matteo Piantedosi al Viminale e spera nella buona volontà di Giorgia Meloni, che finora gli ha detto di no. Ma Salvini sente forte il vento del caso Roggero. Condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori in fuga, il gioielliere è la bandiera della ridotta leghista. Salvini va in carcere a trovarlo due volte, mentre istruisce il senatore Borghi. La Lega ha modificato la legittima difesa già due volte, l’ultima nel 2019. Ma Roggero è in carcere e tocca modificarla di nuovo.
La domanda, però, è lecita. Perché è Borghi, economista, a metter mano al codice penale? La risposta (comunque anonima, anche la rivolta ha i suoi limiti) arriva violenta: perché gli azzeccagarbugli del partito “non avrebbero assecondato” il disegno salviniano. Malelingue? Insomma. Borghi, su richiesta di Salvini, propone l’aggiunta di un comma all’articolo 52: in caso di “aggressione a mano armata all’interno del proprio domicilio o del proprio esercizio commerciale, qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione” diventa “non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”.
Simonetta Matone, magistrata con anni d’esperienza, oggi leghista alla Camera, voluta da Salvini in lista quattro anni fa, con garbo sceglie il no comment: “Non è la mia proposta”. Come a dire, non scriverei mai certe cose. Al Senato c’è chi giura: “Il ddl finirà nel dimenticatoio, ci sono dubbi di costituzionalità evidenti”. Non parla Giulia Bongiorno, avvocato, un’altra parlamentare vicinissima a Salvini. “Un silenzio eloquente, perché Bongiorno una roba del genere non l’avrebbe mai scritta, è propaganda…”, dicono gli azzeccagarbugli.
Il dipartimento Giustizia della Lega è stato scavalcato in blocco. Rimane Jacopo Morrone, deputato ed ex sottosegretario, membro del dipartimento, lui sì che vuole “allargare” sulla legittima difesa ma si scusa visto che il ddl Borghi “non l’ho letto”. Gli altri esperti del Carroccio, dicevamo, scelgono il silenzio. Perché? Perché “per loro la legge va bene così com’è”, spiega chi conosce le dinamiche interne. Quello di Salvini viene bollato come “un errore di metodo”, che genera (altri) mal di pancia.
Tira un’ariaccia nella Lega. L’ultimo sprint salviniano è sgradito al Nord, dove i governatori e Luca Zaia si tengono a distanza: “Lo fa per i like”. Ma la solitudine di Salvini è tutta romana. Mentre si rincorrono i rumors sull’uscita di alcuni parlamentari di peso – i gossip parlano anche della stessa Matone, direzione Fratelli d’Italia –, in Parlamento staniamo dirigenti leghisti che sghignazzano. Stanno vedendo un video, virale sui social ma anche nelle chat interne. Il protagonista è il loro leader. A Sky, Salvini viene messo alle strette sulla candidatura di Roggero, che per primo ha proposto “con orgoglio”. Un’idea, però, semplicemente vietata dalla legge: Roggero non è candidabile, non può votare, è condannato al terzo grado di giudizio. Anche questo Salvini lo sa. Dice che “stiamo valutando”. Ah, poi “c’è la grazia”. Peccato che quella incida sulla pena, non sulla condanna. All’angolo, tentenna. Doveva essere una boutade, è diventata l’effetto collaterale della propaganda leghista. “Che figura…”, dice un big leghisti, tra i più benevoli.
Le ultime sortite testimoniano il momento di Salvini. Non si fida più dei governatori che gli fanno la guerra al Nord, ma anche nella capitale si appoggia a sempre meno persone. Ai Borghi, ai Durigon, non più alle Bongiorno e alle Matone. Pure dal ministero è sceso il gelo: alla Giustizia c’è Andrea Ostellari, sottosegretario, non certo un pugnace rivoltoso interno. Anche lui è prudente sulle leggi da stravolgere.
I veleni arrivano in van sull’Appia, nella villa di Antonio Angelucci, deputato leghista, tra le altre cose editore di Libero, Il Tempo e Il Giornale. Più dei fenicotteri e della Ferrari gialla del patron, i parlamentari invitati per un saluto prima delle ferie (quelli che c’erano, c’è chi ha disertato accampando “diete” improvvisate) attendono il discorso del capo. “Basta con questa storia della Lega del Nord e di quella del Sud”, è il titolo regalato ai presenti da Salvini. Tensioni che riaffiorano. Un segnale ai governatori, ai nordisti convinti, ai meridionali in fuga. Nessun timore però. “Cos’è successo ieri? Calderoli era in bermuda di jeans, stop”.
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