il Campo largo vuole scegliere anche il leader del Centro
A Napoli una manifestazione con gli stessi quattro dell’osteria (Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni) e nessuno del Centro. Tranne il sindaco Manfredi, spesso indicato da Conte come il miglior capo centrista.
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La prima domanda, quando è stato dato l’annuncio che i quattro dell’ave Maria si vedranno oggi a Napoli per l’avvio della lunga campagna elettorale, è nata spontanea: ma i rifomisti, i moderati ritenuti indispensabili per battere Giorgia Meloni & Co. sono stati almeno avvertiti? Oppure Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni hanno replicato il copione del pranzo – con foto di rito – di metà giugno all’osteria romana Da Costanza? La risposta, dopo una breve indagine, è no. Né una telefonata di cortesia ad Ernesto Maria Ruffini, né un WhatsApp a Riccardo Magi, né tantomeno un messaggio a Matteo Renzi e ad Alessandro Onorato, figurarsi al socialista Enzo Maraio.
La seconda domanda è stata altrettanto spontanea: ma perché i leader del Campo largo continuano a escludere e a non riconoscere pari dignità ai potenziali e preziosi, secondo i sondaggi, alleati? “Nessuno mette in discussione la coalizione con i centristi”, risponde Bonelli ad Huffpost, “ma siccome non si può costruire un centrosinistra con dieci liste, occorre aspettare. Appena arriveranno a una composizione e decideranno come vorranno presentarsi, ci sarà massima disponibilità al confronto”. Della serie: i riformisti si mettano d’accordo, si federino, e poi anche loro saranno invitati al tavolo (e alla foto di gruppo) del campo largo.
Il ragionamento, a prima vista, non fa una piega. Ma Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni con la scelta di continuare ad andare avanti da soli, rinviando a settembre il confronto con i centristi, compiono due errori. Il primo è strategico, roba da fare invidia a Tafazzi: autolesionismo allo stato puro. Perché, come dice Bruno Tabacci, uno che di politica se ne intende, “a Napoli verrà scattata un’altra foto, un’altra immagine della sconfitta. Senza noi riformisti, Meloni non si batte…”. Il secondo è un errore politico e di comunicazione: far apparire il Centro in costruzione marginale, una ruota di scorta, un gruppo di portatori d’acqua e di gregari da accogliere con sottile supponenza e manifesta arroganza, è come fare harakiri. Significa togliere appeal e capacità attrattiva a quell’ala della coalizione che dovrebbe avere il compito di convincere chi non vota a tornare alle urne, e i moderati di centrodestra delusi da Meloni e spaventati da Roberto Vannacci a scegliere un centrosinistra dove a dettare legge non dovrebbe essere l’ala radicale. “Ma se siamo trattati come ascari, se non ci viene riconosciuta pari dignità, come faremo a essere convincenti e a calamitare consensi? Gli elettori non sono idioti, sanno riconoscere le foglie di fico…”, osserva, sconsolato, un leader centrista che chiede l’anonimato.
C’è però di più. C’è che Schlein e soci fanno un altro sbaglio da matita blu. Puntano, con somma arroganza, a scegliere loro il leader, il federatore, del fronte riformista in costruzione. Così, almeno, viene interpretata la decisione dei Quattro di far salire sul palco, allestito in piazza del Gesù per la manifestazione “Al lavoro per cambiare l’Italia”, Gaetano Manfredi. E, guarda caso, il sindaco di Napoli è stato più volte indicato da Conte come il “preferito” per la guida del Centro.
Tirando le somme, i fondatori del Campo largo sembrano volere un alleato centrista marginale, mansueto, eterodiretto. Uno, soprattutto, che non possa ambire a essere il candidato premier del centrosinistra. E ciò svela la debolezza e la paura di Schlein e Conte. Qui si nasconde la Grande Questione: la competizione feroce tra la segretaria del Pd e il leader dei 5Stelle per la premiership, dove non sono ammessi concorrenti pericolosi e che potrà chiudersi soltanto in due modi. Con primarie laceranti e sanguinose, oppure con un patto preelettorale che preveda una chiara spartizione. Della serie: io a palazzo Chigi e tu alla presidenza del Senato e, chissà, nel 2029 al Quirinale. Ma per raggiungere un’intesa del genere, dovrebbe essere certa (o quasi) la vittoria. E al momento nulla è sicuro. “Tanto più che nella foto di Napoli, come in quella dell’osteria”, sibila l’esponente centrista, “non pesa solo la nostra assenza, ma anche quella di un vero leader che possa ottenere il consenso di tutti. E se ci pensi bene, l’altro problema è chi c’è nelle foto: nessuno dei quattro è adatto a fare il premier, Schlein e Conte inclusi”.
In questo clima, il fronte riformista prova a organizzarsi. Sono frequenti i contatti tra Ruffini, fondatore del movimento Più Uno, con Magi, Tabacci, Onorato, Maraio. L’obiettivo è costruire, entro settembre, una lista comune con un leader riconosciuto dalle varie componenti. Con un problema non da poco: Renzi. “Matteo è il più bravo a fare politica, è innegabile”, dice Tabacci, “ma visti i suoi trascorsi, non andrà mai oltre al 2%, dunque deve accontentarsi di portare un contributo…”. E, aggiunge Magi, capo di +Europa: “È comprensibile che Pd, M5s e Avs facciano iniziative comuni, ma deve essere chiaro al mondo che il formato non può essere quello della foto in osteria o del palco di Napoli. Lo dicono i numeri, lo confermano i sondaggi: per battere la destra dobbiamo essere tutti uniti, si vince se si riesce a tenere dentro tutti”. Pausa, sospiro: “Per ora, però, siamo fermi alla foto a quattro dello scorso anno. E così facendo, lasciando noi riformisti ai margini, si rischia di consegnare anche il Quirinale alla destra”.
Schlein e Conte lo sanno, gliel’ha spiegato perfino Meloni quando ha detto che può essere sfatato il tabù di un presidente della Repubblica di centrodestra. Per adesso, però, i due sembrano accecati dall’ambizione di personale, dalla voglia di azzuffarsi per impugnare lo scettro del comando.
di Alberto Gentili su Huffpost
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