Stragi, archiviati 30 anni di fango su Berlusconi
Il gip di Firenze chiude l’inchiesta sui mandanti delle bombe del '93: «Nessun legame con la mafia». Il tribunale smonta il teorema Baiardo.
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È finita, questa volta è finita davvero, l’ossessione del circo mediatico-giudiziario per Silvio Berlusconi. La giudice per le indagini preliminari di Firenze, Patrizia Martucci, ha archiviato l’inchiesta che da trent’anni vedeva il fondatore di Forza Italia insieme a Marcello Dell’Utri come mandanti delle stragi mafiose del 1993. Bombe che, secondo l’accusa, sarebbero state finalizzate alla vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche del 28 marzo 1994 contro la sinistra di Achille Occhetto.
Una decisione storica, dopo cinque precedenti archiviazioni, di un’inchiesta nata trent’anni fa a Caltanissetta. Proprio nella procura siciliana dove Luca Tescaroli era un giovane pm alle prime armi. Sarà lui, molti anni dopo, a gestire il fascicolo su Berlusconi e Dell’Utri nella sua veste di procuratore aggiunto di Firenze, dove il capo dell’ufficio era Luca Turco. Ora non c’è più nessuno dei due, il primo è andato a dirigere la procura di Prato, il secondo è in pensione. Ma in tutti questi anni quel fascicolo si è aperto e chiuso. L’ultima volta, quando un gelataio di nome Salvatore Baiardo è andato in tv in diverse puntate della trasmissione condotta da Massimo Giletti a raccontare di una foto degli anni novanta in cui Berlusconi era ritratto con il generale Delfino e il boss di Cosa Nostra, Giuseppe Graviano. Tanto è bastato perché un fascicolo che languiva e si avviava verso l’inevitabile ennesima archiviazione riprendesse improvviso vigore e resuscitasse.
Oggi la gip Martucci dice che non c’è nulla di concreto che dimostri un rapporto tra Berlusconi e la mafia. Ma per trent’anni diversi pubblici ministeri lo hanno detto e tanti quotidiani, da quelli più schierati fino al Corriere della sera, lo hanno scritto. Un po’ come è successo con il famoso processo siciliano che aveva come teorema la trattativa tra organi dello Stato e le cosche mafiose. Ora non lo si potrà più dire né scrivere. Siamo in un momento storico, in cui alla soddisfazione si mescolano sentimenti di amarezza. Della famiglia Berlusconi, naturalmente. Da Barbara, che vede la verità crollare «addosso agli accusatori di mio padre» e si rammarica anche del tanto denaro speso inutilmente dallo Stato. Da Marina, la più politica, alla quale non sfugge il particolare sui tempi di divulgazione della notizia. «Stupisce – fa notare la presidente di Mondadori e Fininvest – che il decreto di archiviazione del tribunale di Firenze risalga a gennaio e che se ne sappia qualcosa soltanto oggi. Viene da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, per leggerlo sui giornali ci sarebbero voluti cinque mesi o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?».
Il pensiero va subito al referendum di marzo. La conseguente domanda quindi potrebbe essere: sarebbe cambiato qualcosa in quel risultato? O la notizia dell’archiviazione di Berlusconi e Dell’Utri dall’accusa infamante di essere mandanti di bombe mafiose avrebbe avuto lo stesso effetto del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati dopo il “caso Tortora”? Certo, se avesse vinto il Sì, si sarebbe aperta una vera stagione di riforme, cosa comunque auspicata proprio da Marina, così come da Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriera del Partito radicale.
Come del resto dal viceministro alla giustizia Francesco Sisto. Il quale, considerando il numero di archiviazioni che questa inchiesta-fisarmonica ha visto nell’arco di trent’anni, sostiene che c’è da interrogarsi «sull’equilibrio complessivo dell’azione investigativa». Ma non va dimenticato il fatto che sia stato il ruolo di Silvio Berlusconi come politico a essere messo in discussione. E soprattutto quello del partito da lui fondato, quella Forza Italia che viene dipinta in queste inchieste come una sorta di miccia accesa sulla lotta alla mafia, con le bombe usate per spostare l’elettorato verso questo partito.
Difende l’intera comunità che ha votato questo partito insieme agli altri dell’alleanza di centrodestra la presidente Giorgia Meloni. La quale sta con Berlusconi senza esitazione, definendo la «verità storica e giudiziaria» che riguarda l’uomo e il politico come «incontrovertibile». Poi scolpisce parole prive di sfumature: «Il centrodestra italiano non si fonda sull’illegalità e non accetta che la propria storia venga letta attraverso teoremi costantemente smentiti nel tempo».
È vero, queste ipotesi investigative, fin dalle prime inchieste siciliane che si chiamavano “Sistemi criminali” e “Oceano”, non hanno mai trovato alcun riscontro, e le archiviazioni sono spesso state chieste dagli stessi pm. Però ogni volta che una si chiudeva, se ne apriva un’altra. La storia della fotografia del gelataio Baiardo, che non è stata vista da nessuno se non in controluce da Giletti e che è costata al conduttore di La7 oltre che allo stesso editore Cairo pesanti conseguenze giudiziarie, non è la sola. Ci sono stati allarmi giornalistici e inchieste su inesistenti “fondi neri” della Fininvest, con la durissima presa di posizione della presidente Marina Berlusconi. E Marcello Dell’Utri, nei cui confronti la generosità del leader di Forza Italia ha cercato di compensare i sensi di colpa per averlo coinvolto nella propria storia politica e processuale, è stato ed è la vittima sacrificale. Ha il torto (e la buona sorte) di esserci, mentre Silvio se ne è andato. E lo vedremo tra un mese alla sbarra, proprio per quelle donazioni del suo leader, per una violazione della vecchia legge Rognoni-La Torre, che impone di segnalare nei successivi dieci anni da una condanna per mafia qualunque movimentazione bancaria. Quella generosità è stata più volta lanciata dai giornali con particolare crudeltà come «il prezzo del suo silenzio» sulle iniziative stragiste di Berlusconi. Quelle che oggi sono state archiviate.
La procura di Firenze avrebbe voluto trattenere nel proprio distretto giudiziario anche quel pezzettino di inchiesta, ma il gip lo ha mandato a Milano, dove Dell’Utri ha la residenza, per competenza territoriale. In questo modo sganciando una piccola violazione fiscale dalle stragi. Ora la domanda dalle cento pistole: quanti titoloni di autocritica leggeremo domani? Quanti telegiornali commenteranno in apertura? E il mondo dei social riuscirà a distrarsi un attimo da Garlasco per discutere anche di questa grande ingiustizia finalmente sanata dopo trent’anni?
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